Un altro genere di forza

 

Un viaggio intrepido e rigoroso nella costellazione della forza, attento a non precipitare nell’abisso – che ne bordeggia ogni varco, ogni passaggio – del lato oscuro dei suoi astri: la violenza, la hybris della sopraffazione. Alessandra Chiricosta, filosofa, storica delle religioni, soprattutto attiva femminista, ci conduce nel suo ultimo importante libro, Un altro genere di forza, in un itinerario che si dipana da Simon Weil a Trin Thi Minh Ha, da Angela Putino a Donna Haraway. Un lavoro ricco e meticoloso che si muove, secondo una modalità che accoglie molto della proposta zoecentrica e nomadica di Rosi Braidotti, su terreni talvolta (apparentemente) lontani: la filosofia, le ideologie, le arti marziali, il mito, l’antropologia, la storia e le tradizioni culturali e religiose orientali e occidentali, fino ad arrivare alle trasformazioni e alle mutazioni prodotte e indotte dalla tecnica nei nuovi territori del postumano.

Uno dei punti di partenza dell’autrice è ciò che lei definisce “corpo-realtà”, “un corpo-mente intero, di una soggettività completa che […] rifiuta di essere fatta a pezzi”, operazione necessaria a sanare quella che Chiricosta indica come la “ferita platonico e cartesiana”, nel tentativo di uscire da una concezione meramente strumentale del corpo, declinata nella divisione assoluta soggetto-oggetto, per aprirsi ad una prospettiva di interdipendenza e interconnessione tra l’Una(o) e l’Altra(o), cercando di decostruire la fissità del concetto di “Io”, e quello conseguente di “Tu” – come in maniera originale illustra il lavoro della vietnamita Minh Ha – laddove la relazione tra soggettività non solo le arricchisce e le nutre vicendevolmente ma ne modifica continuamente caratteristiche, coordinate e peculiarità in maniera tale da rinsecchire inevitabilmente ogni definizione di “identità” stabilite, circoscritte e concluse una volta per tutte.

Da quell’apparato concettuale Chiricosta intravvede l’origine del dispositivo di biopotere che ha successivamente articolato una gerarchia e uno stereotipo in base al genere – “uomo forte/donna debole” – utilizzando in maniera parziale, superficiale e distorta la cesura natura/cultura, fondando così le basi per l’ideologia patriarchista, uno dei principali bersagli del libro. Qui Chiricosta individua la necessità di indagare una storia e una narrazione occultata, mistificata e disconosciuta, laddove emerge “un altro genere di forza”, un’attitudine, un’espressione di sé, declinata al femminile, che non è affatto un semplice ribaltamento dei paradigmi patriarchisti. È una forza di altra natura, virescente e verdeggiante che mira ad “affermarsi ed espandersi a partire da sé e all’interno dei propri limiti” distinguendosi nettamente dalla violenza, definita invece come tensione che ha al suo stesso interno un ineliminabile carattere soggiogante e sopraffattorio.

L’autrice passa in rassegna, con interpretazioni di grande originalità e suggestione, molte storie e narrazioni, il mito delle Amazzoni, il rapporto tragico-amoroso tra Pentesilea ed Achille, la vicenda eneidica di Camilla, il terribile confronto tra Athena ed Arakne raccontato da Ovidio, fino ad esplorare i miti e le leggende più lontane, come quella messa all’origine di un’antica arte marziale, il taijiquan, che nasce dall’incontro di una giovane cinese, Yim Wing Chun, e una monaca buddhista, Ng Mui.

Un lavoro importante anche sul terreno della lingua – nonostante l’autrice ci metta in guardia anche dal linguaggio colonizzato dal logos androcentrico – che proprio su questo terreno suscita degli interrogativi. Chiricosta non parla mai di “nonviolenza” evoca, anzi, un atteggiamento “guerriero” come un percorso di liberazione individuale e collettivo. Dimensione che si può intendere sul piano delle pratiche formative ed espressive di un’arte marziale, già più difficile da immaginare sul piano simbolico, per il retaggio ultramillenario nell’uso di questa parola (l’origine di “guerra” è “mischia violenta”, nella quale prevale nettamente la hybris sopraffattoria da cui siamo partiti), completamente compromesso sul piano materiale. Ci domandiamo perché non abbia preso in considerazione la parola “lotta” – e i suoi derivati – che avrebbero aperto percorsi ed orizzonti di gran lunga più ampi e multiversi di quella rabbuiante espressione. Lotta e conflitto senza l’uso della violenza, proprio ciò di cui informa e pratica l’azione nonviolenta. Ma avremo modo di proseguire il confronto con questo serio e stimolante lavoro.

(La recensione è stata pubblicata nel numero di Marzo-Aprile 2020 di Missione Oggi, a questo link: https://bit.ly/2VfHtDC)

 

Postilla

Nel poco spazio a disposizione della recensione, uscita nel numero di Marzo-Aprile 2020 di Missione Oggi, non ho potuto affrontare le ricchissime e molteplici sollecitazioni suscitate dalla lettura di questo lavoro, un testo sulla forza e sulla violenza, sulle declinazioni e le distorsioni che sono sorte attorno queste sfere, sui punti di vista e le esperienze – ad esse legate – emersi in ambiti femminili e maschili in molte e diverse culture.
Tra le tante questioni che non sono entrate nella recensione il tema delle lotte sociali, il rapporto col pacifismo e, soprattutto, l’ambito dell’azione e della lotta nonviolenta. La parola nonviolenza non viene mai citata nel saggio – nonostante, solo per fare un esempio, le poderose lotte femministe manifestatesi nel globo intero, siano state principalmente e preponderantemente azioni nonviolente – tuttavia consiglierei fortemente la lettura del libro di Chiricosta a chiunque si fosse incamminato sulla strada dell’incontro con la nonviolenza. L’analisi minuziosa e approfondita delle profonde differenze tra forza e violenza, le distorsioni patriarchiste di genere, sono illustrate con grande originalità, intelligenza e autentica passione, anche quando sono gli interrogativi e le perplessità ad emergere dalla lettura. I grandi testi sono così, nutrono dubbi, generano domande, spiazzano e dislocano, portano a nuovi punti di vista, lasciano intravvedere strade nascoste.
Ho incrociato il percorso Alessandra Chiricosta scoprendo, alcuni anni fa, un suo insuperato saggio sull’originalità politica di Aung San Suu Kyi, lei ha poi collaborato con Missione Oggi, nel 2018, con un bel testo sul “Buddhismo e la soggettività femminile in Asia”, all’interno di un dossier sui “Diritti umani al vaglio di religioni e culture“. Spero quanto prima di poterla invitare a Brescia per potere discutere con noi di questo grande e stimolante testo di cui, sono certo, parleremo ancora a lungo. MM

Lingue di guerra

Suonatore di cornamusa, Giovan Battista Caccini, Museo del Giardino di Boboli, Firenze.

Suonatore di cornamusa, Giovan Battista Caccini, Museo del Giardino di Boboli, Firenze.

Il linguaggio guerresco, militarista, spesso intollerante, che si sta diffondendo tra la stampa, i politici, i commentatori, i social, è sbagliato e pericoloso, dà per scontato che considerare la dimensione della guerra sia un fatto ovvio, naturale, quando si determinano situazioni di estrema, delicatissima e inaspettata difficoltà, come quella che stiamo vivendo in questi mesi.

Il paragone improponibile con tutte le guerre, se pensiamo a quelle in atto oggi, dalla Siria allo Yemen, che vanno avanti seminando lutti e terrore, veicolati da inaudita violenza, spesso da decenni, è assolutamente inaccettabile.

La metafora è infausta e inquietante. Insistere su questo terreno rischia di farci introiettare come lecito paragonare la dimensione violenta, brutale e devastante di una azione progettata, diretta ed eseguita da uomini in carne ed ossa, a una crisi sanitaria che, sia pure dovuta ad una pericolosa pandemia, non possiede nessuna delle caratteristiche immonde delle guerre: il pervicace perseguimento di interessi economici, nazionalistici, geopolitici da fare prevalere con la forza della sopraffazione e dall’annientamento di massa.

Nelle ultime settimane è traboccato, diffuso ed uniforme, ampio e trasversale, un idioma davvero sconfortante fatto di trincee, di prime linee, di fronti, di barricate, di soldati, per indicare ospedali, dottori, infermieri, terapie intensive – luoghi e persone di cura e guarigione – segnale evidente purtroppo che questo modo di vedere il mondo sta penetrando sempre più a fondo anche nell’ordine simbolico e psichico della rappresentazione del reale, un manifestazione che ci indica come si stia sedimentando l’idea che le crisi, le difficoltà, le incertezze (una parola così importante di questa situazione) si risolvono con meccanismi trancianti, cesure nette, scelte indiscutibili e, se necessario, strumenti repressivi, violenti, totalizzanti. La guerra, giustappunto.

Non è lecito trasmutare nell’utilizzo delle parole una significativa e massiccia operazione di protezione civile, a meno che non si ritenga, più o meno esplicitamente, che mezzi, strumenti, simboli e condizioni che definiscono un conflitto armato facciano parte di un’ipotesi possibile da prendere in esame, anche solo parzialmente.

Si stanno levando alcune voci che avvertono del rischio che le restrizioni, i condizionamenti e i controlli di quest’oggi potrebbero lasciare pericolosi strascichi anche a crisi conclusa. Ma è paradossale aprire il dibattito e il confronto su questo terreno, continuando ad usare una forma di comunicazione che utilizza proprio quel linguaggio, scrivendo su giornali i cui titoli guerreschi campeggiano quotidianamente nelle loro testate. Non rilevare questa plateale contraddizione è preoccupante. Essendo perfettamente consapevoli, peraltro, che usare questo linguaggio più che indirizzare ad un atteggiamento consapevole e responsabile fa leva prepotentemente sulla paura, innestando al contrario, meccanismi di “difesa” dall’altro, cacce all’untore, sentimenti di intolleranza e di rabbia che alimentano giocoforza comportamenti di diffidenza, antisolidali, senza autocontrollo.

Anche sul piano delle più che giustificate preoccupazioni sul piano dell’economia derubricare e avviare il dibattito sotto il segno della “economia di guerra”, come autorevoli soggetti pubblici stanno affermando da giorni, evidenzia solo la volontà di predisporsi a ritornare a un “come prima” senza voler affrontare nessuno dei nodi che precedentemente erano già presenti ma accuratamente messi in un angolo: il perdurante e ampio squilibrio nella distribuzione della ricchezza sia nel nostro paese, sia a livello globale, la tipologia, l’uso e l’equa ripartizione delle risorse energetiche, le conseguenze e gli strumenti per trovare soluzioni al riscaldamento globale, l’accesso all’acqua, solo per dare i primi titoli di un lungo elenco. Nodi e temi che non sono affatto scomparsi ovviamente, la cui risoluzione difficilmente potrà essere più agevole di quanto non fosse prima di questa pandemia. La differenza sarà che accettando la condizione di una “economia di guerra” (magari assieme alle nefaste teorie dello “stato d’eccezione”), il rischio di andare a passo svelto verso una situazione repressiva, illibertaria e illiberale, molto vicina a quella di un regime autoritario, nella quale forze dell’ordine ed esercito avrebbero conseguentemente un peso senza precedenti nella storia della Repubblica democratica, sarebbe davvero molto alto. Con il corollario inevitabile che ogni scelta sarebbe presa, gestita e diretta, preminentemente, a favore dei detentori di potere e privilegi.

Suonatore di cornamusa su un campo di battaglia

Suonatore di cornamusa su un campo di battaglia


In questo quadro è gravissimo e irresponsabile, oltre che incomprensibile, che il settore industriale “aerospazio e della difesa” sia stato incluso tra le categorie delle attività strategiche e dei servizi essenziali nel decreto del 23 marzo 2020. Non solo perché continuare a produrre un cacciabombardiere d’attacco appare vieppiù nauseante ed immondo in questa situazione ma anche perché Governo e Parlamento sanno bene che una cospicua parte di queste “essenziali” produzioni sarà indirizzata ad altri paesi, per realizzare profitti il cui esito sarà la morte e l’annientamento di uomini, donne e bambini.

Scrivo queste poche parole da Brescia, da una delle città più pesantemente colpite dal Covid 19, una città con una storia e una propensione alla solidarietà, alla condivisione, alla costruzione di relazioni rispettose delle differenze e della dignità di ogni uomo e ogni donna, molto antica e radicata. Una città la cui storia antifascista, nonviolenta e di lotta democratica per le conquiste civili e sociali, ha fondamenta forti e solide. A Brescia da tre anni si tiene il Festival Internazionale della Pace. Voglio augurarmi che tutti i costruttori di pace, gli attivisti, le associazioni, le istituzioni, la scuola, gli studiosi, i giornalisti, i docenti universitari e gli uomini e le donne che hanno dato il loro importante contributo vogliano iniziare a parlare con un linguaggio di pace anche in questa terribile situazione, preparandosi già da oggi all’uscita dall’emergenza sanitaria seguendo la strada che “promuove la cultura e la pratica della pace, del ripudio della guerra, della non violenza, della giustizia sociale, del rispetto dei diritti umani in conformità ai principi contenuti nei documenti internazionali in difesa dei diritti dell’uomo e dei popoli”, come è scritto a chiare lettere anche nella carta fondativa della vita civile della città, lo Statuto del Consiglio Comunale.

Non possiamo dimenticare, mai, men che meno in questa circostanza, le parole e lo studio memorabile del grande filologo Victor Klemperer, “la lingua non si limita a creare e pensare per me, dirige anche il mio sentire, indirizza tutto il mio essere spirituale quanto più naturalmente, più inconsciamente mi abbandono a lei. E se la lingua colta è formata di elementi tossici o è stata resa portatrice di tali elementi? Le parole possono essere come minime dosi di arsenico: ingerite senza saperlo sembrano non avere alcun effetto, ma dopo qualche tempo ecco rivelarsi l’effetto tossico”. Parole nate nella terribile esperienza tedesca laddove l’eminente studioso osservò come il nazismo “si insinuava nella carne e nel sangue della folla attraverso le singole parole, le locuzioni, la forma delle frasi ripetute milioni di volte, imposte a forza alla massa e da questa accettate meccanicamente e inconsciamente” (Victor Klemperer, LTI. La lingua del Terzo Reich).

Le parole per affrontare questa pandemia sono cura, ricerca medica, responsabilità, condivisione, attenzione, salute, precauzione, guarigione, cautela, solidarietà, fragilità, lentezza, protezione, amore. Nulla a che vedere né con la guerra né con i simboli che essa propala e scatena.

Il linguaggio che usiamo racconta sempre molto di più di quanto non appaia, di quanto a noi non sembri; lancia le sue ombre, i suoi presagi funesti, oppure lascia intravvedere le vie di risalita, le rocce cui ancorarsi, prima, molto prima che il nostro occhio le scorga.

Grazie ancora PJ. (LAGUERRA, LAGUERRA)

Grazie ancora PJ. (LAGUERRA, LAGUERRA)

Ci sono guerre iniziate anni, in certi casi decenni, orsono.

Ogni tanto (di tanto in tanto sia chiaro) qualcuno se ne ricorda sdilinquendosi in un pianto scipollato, o con l’indignazione (pronunciata alla De André) e una rabbia mattutina talmente solida che quasi non riesci a credere si sciolga così bene a ora di pranzo, davanti a un bel piatto fumante e garantito.

Poi tutto passa. Non si può piangere troppo a lungo, non si può restare arrabbiati indefinitamente. Che diamine!

D’altronde solo agli ottusi ottenebrati sfugge che l’intero sistema politico, sociale e civile globale – condiviso nella sua essenza dalla gran parte dei suoi antagonisti e oppositori – è fondato preminentemente sulla guerra, sulla violenza e sulla sopraffazione. Sulla disparità, sulla divisione, sull’iniquità.

Delle vittime, di TUTTE le vittime, importa (generalmente per non più di un quarto d’ora) a pochi, pochissimi, in particolare a coloro che governano, o fanno parte delle istituzioni, dei soggetti politici che potrebbero (Dovrebbero!) agire. Loro sanno bene che le vittime fanno parte del gioco, sono indispensabili, al gioco. Sono “realisticamente” nel gioco.

Allora grazie ancora ad alcun# artist#, che fanno quello che possono – poco ma tantissimo. Grazie a loro – ci fanno riconoscere bellezza e amore – possiamo dare un po’ di dignità (sia pure sempre avvolta in un muto dolore) al nostro passaggio su questa terra. (Per i fortunati che la scampano, of course, non per quelli nati sotto un accento sbagliato).

Ma ognuno di noi, a suo modo, può essere un artista. Un detentore di quell’immensa forza che ha ogni costruttore di bellezza e amore. Una forza antica come le montagne che respinge e si oppone in ogni situazione all’uso della violenza, contro chiunque. Una forza che non si smette mai di perseguire, esattamente come ogni artista mai smette di fare nascere e sorgere stupore, meraviglia, curiosità, passione.

Una forza di ognuno che per essere forte, per essere autentica, per essere efficace, va sempre condivisa, sempre intrecciata con la forza degli altri, di ogni altro punto di vista.

E allora ancora grazie PJ. Ce la possiamo fare. Ce la faremo. Lo stiamo già facendo.

MM

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Dollar, Dollar
PJ Harvey

The boy stares through the glass
He’s saying dollar dollar
Three lines of traffic past
We’re trapped inside our car
His voice says dollar dollar
I turn to you to ask
For something we could offer
Three lines of traffic past
We pull away so fast
All my words get swallowed
In the rear view glass
A face pock-marked and hollow
He’s saying dollar dollar
I can’t look through or past
A face saying dollar dollar
A face pock-marked and hollow
Staring from the glass

 

The Glorious Land
PJ Harvey

How is our glorious country plowed?
Not by iron plows
How is our glorious country plowed?
Not by iron plows
Our lands is plows by tanks and feet,
Feet
Marching
Our lands is plows by tanks and feet,
Feet
Marching
Oh, America
Oh, England
Oh, America
Oh, England
How is our glorious country sown?
Not with wheat and corn.
How is our glorious country sown?
Not with wheat and corn.
How is our glorious land bestowed?
How is our glorious land bestowed?
Oh, America
Oh, England
Oh, America
Oh, England
Oh, America
Oh, England
Oh, America
Oh, England
What is the glorious fruit of our land?
Its fruit is deformed children.
What is the glorious fruit of our land?
Its fruit is orphaned children.
What is the glorious fruit of our land?
Its fruit is deformed children.
What is the glorious fruit of our land?
Its fruit is deformed children.

MEDEA PER STRADA

Elena Cotugno

MEDEA PER STRADA
(venerdì sera, 23.45, via Milano)

Sono appena sceso dal furgone.
Medea/Irina/Elena è uscita due isolati prima. Non siamo riusciti nemmeno a salutarla, ci diciamo.
I figli sono dei padri“, dire che sono delle madri è un’ovvietà, non significa nulla. No. I figli SONO dei padri. Di quella cultura dalle “palle mosce” che vive sulla brutalità, sulla violenza, su un’ordinaria sopraffazione che scorre melliflua, inconsapevole a se stessa. Incarnazione di una vita piccolo borghese già scritta, già vissuta. Già morta ancora prima di aprirsi al mondo.

Elena Cotugno recita respirandoci sul collo, sfiorandoci le ginocchia, guardandoci dritto negli occhi, passandoci foglietti, disegni e tristi souvenir, racconto della sua storia, mentre il furgone scassato e sudato, negli 8 posti stretti, percorre il tragitto della prostituzione: da via Milano alla Mandolossa, da Castegnato alla zona industriale di Gussago.

Elena Cotugno non è brava, non è l’incarnazione di una delle mille storie di ragazze straniere vendute a questo derelitto e ipocrita paese. Elena è quel sorriso impacciato che non ti si scolla più di dosso, è quella “canzone che ti entra in testa” e che stasera non vuole assolutamente uscire più.

Grazie
MM

PS. Un ringraziamento speciale va al Teatro dei Borgia che ha messo in scena questa intensa rappresentazione teatrale nel chiuso di un furgone itinerante, scavando nel profondo di ognuno e ognuna di noi, prima appiattendoci sui sedili malfermi delle nostre sicurezze, velati da tendine ammorbanti e polverose, poi scaraventandoci fuori dal finestrino, sul lato oscuro della strada, tra le complicità che sotterriamo quotidianamente, per non vedere, per non vederci.

Un ringraziamento al Centro Teatrale Bresciano per l’intelligenza, la sensibilità e il grande lavoro di ricerca che sta portando in città opere di grande spessore, di qualità indiscussa. Un arricchimento autentico, per tutti noi.

Infine una parola sul progetto “Oltre la Strada: bravissimi!

Homepage

Presenti

Parole su Medea

Il trasporto dei miti

http://www.centroteatralebresciano.it/
http://www.centroteatralebresciano.it/…/2019/medea-in-via-m…

#medeaperstrada #teatrodeiborgia #ctb #centroteatralebresciano #oltrelastrada

Le lezioni europee

BelleCiao – fascetta della CGIL distribuita a Verona il 30/3/2019

2 marzo 2019,” People – Prima le persone“, Milano, Piazza Duomo.
24 marzo 2019, “Friday for future“. 2069 città in 125 paesi di tutto il mondo, decine di manifestazioni in Italia. A Brescia, la mia città, mai viste tante migliaia di studenti in piazza da decenni.
30 marzo 2019, “Verona Città Transfemminista“, un fiume di donne e di uomini scorre in tutto il capoluogo scaligero. Per queste giornate si sono mosse decine e decine di associazioni e gruppi più o meno organizzati. Partiti, sindacati, movimenti politici. Centinaia di migliaia di persone in lotta, in azione.

Stanno arrivando mail, post, messaggi e, naturalmente, l’immancabile florilegio di volantini o lettere personali in questi giorni. Stanno chiedendo il mio (nostro) voto per le prossime elezioni europee. Per fortuna! – verrebbe da dire. Restringere, distorcere, mettere in crisi i sistemi democratici nati nel dopoguerra, frutto della resistenza al nazifascismo, della lotta e del prezzo pagato da milioni di uomini e donne, è il principale obbiettivo dei partiti le cui guide hanno i nomi di Orban, Di Maio, Le Pen, Salvini, e le diverse formazioni che si ispirano a loro. Si stanno servendo da anni – seguendo molto da vicino le nefaste lezioni del fascismo e del nazismo – dei pretesti più svariati: i poteri forti (all’epoca era la plutocrazia parassitaria e il complotto giudaico-massonico internazionale), le banche, l’invasione degli stranieri, l’identità della nazione, il sangue, la terra ed altri obbrobri e bugie di tal fatta. Gli strumenti usati dai nuovi imbonitori hanno radicalmente cambiato aspetto, la sostanza purtroppo è mutata di poco.

Sembra però che anche chi si oppone a queste scellerate proposte per i prossimi appuntamenti ed impegni politici – piccolo o meno piccolo, radicale o moderato che sia (o presuma di essere) – abbia deciso senza indugi di fare da sè. Saranno tutti convinti di potere raggiungere, da soli, il 50% + 1?

La gran parte dei partiti e delle liste che si presenteranno alle prossime europee – anche chi si oppone a rifascisti e demagoghi – è mossa ancora da un pervicace e arcaico istinto militare: la politica come guerra, proseguita e combattuta con altri mezzi. Mossi dal bisogno di occupare e conquistare ad ogni costo maggiori capisaldi possibili; solo successivamente valutare l’opportunità di stringere accordi, di dare luogo ad alleanze. È straordinario che chi pone come propri valori e obbiettivi la pace, la giustizia sociale ed economica, la lotta ai pregiudizi di genere e alla violenza, la fratellanza, la democrazia, la solidarietà, l’ambiente, i beni comuni, non si renda minimamente conto della voce con cui parla, della divaricazione insopportabile tra i fini che declama e i mezzi che usa. Dobbiamo dismettere completamente strumenti e linguaggi intrisi di tensione guerresca, di militarismo più o meno occulto, contro chiunque sia diretto. Farla finita con strategie di lotta i cui obbiettivi sono disegnati e designati da tattiche armate tese a mettere in difficoltà, primariamente, chi potrebbe condividere pezzi più o meno importanti di strada con te. Una modalità pensata per esercitare successivamente, dai più grossi, il peso del potere, del contenimento, della messa in soggezione; accettati in molte circostanze, per altro verso, dai più piccoli, laddove essi intravvedano rendite di posizione, possibilità di contrattazione. Tutto in un gioco irresponsabile che ha portato quasi sempre, pressoché sistematicamente, al massacro, all’harakiri, alla sconfitta. Dobbiamo inoltre chiudere definitivamente con l’idea di considerare l’avversario politico – anche il più pericoloso, come quelli che abbiamo davanti oggi – come un soggetto da colpire nella propria persona, usando ogni mezzo, anche i più indegni. Hannah Arendt da un lato ed Etty Hillesum dall’altro o sono state lette male o nient’affatto!

Brescia, Piazza Paolo VI, Friday for future

Eppure in quelle piazze di marzo, dagli obbiettivi chiarissimi e palesemente condivisi, piene di fiducia e di determinazione – per non dire delle migliaia di iniziative e di luoghi che in tutto il paese, da lungo tempo, stanno avviando modi di relazioni nello spazio pubblico nei quali viene rinsecchita ogni pulsione alla sopraffazione ed emerge il rispetto per gli uomini e le donne, per la dignità di ognuna e di ognuno, che stanno sperimentando iniziative produttive, economiche ed ecologiche da cui sono escluse rapacità ed aggressività in luogo della condivisione e della cooperazione – quelle persone e quelle parti politiche c’erano tutte, hanno marciato insieme, hanno preso una concreta e simbolica parola pubblica. Cosa impedisce, e ha impedito, di trovare strategie e proposte politiche comuni e condivise da sottoscrivere prima degli appuntamenti elettorali, se non quell’atteggiamento retrivo, fondamentalmente violento e militarista di cui sopra? E’ piuttosto logico supporre che ogni persona che ha manifestato in quelle piazze sia considerata terreno di conquista, futuri soldati di una parte il cui primo avversario è quello che ha sfilato a fianco a te. Non certo, come una politica seria e responsabile dovrebbe, fonte di ascolto, di forza, di proposta; soggetto di relazione, di legame, di convivialità.

Demagoghi e rifascisti non li sconfiggeremo se non abbandoneremo quanto prima questo modo di pensare e di relazionarci, se non torneremo seriamente a parlarci e a trovare pezzi di strada condivisi e mattoni da mettere insieme per edificare quei ponti che tanto affermiamo di volere. Lo slogan “ponti non muri” deve valere – e vivere – in primo luogo per e tra le parti che si oppongono alla barbarie. Che credibilità avremmo, rispetto a chi vogliamo convincere a non dare consenso agli intolleranti e antidemocratici che ci stanno governando, se non fosse così? La domanda è retorica.

Chiusi nella più improbabile e sperduta Fortezza Bastiani non ci accorgiamo che potremo al massimo conquistare l’ultima desolata Kamchatka, su una plancia di cartone ammuffita, sulla pelle e sul futuro delle giovani generazioni.

Le parole che mancano

The Future

Sta arrivando dal dolore nelle strade,
i sacri luoghi dove le razze s’incontrano;
dalle baruffe omicide
che hanno luogo in ogni cucina
per determinare chi serve e chi mangia.
Dai pozzi della delusione
dove le donne s’inginocchiano a pregare
per la Grazia del Signore in questo deserto
e nel deserto lontano:
La democrazia sta arrivando…
Leonard Cohen

AMBIENTE
ANTIFASCISMO
BENI COMUNI
CONDIVISIONE
COOPERAZIONE
DIRITTI UMANI
DISCRIMINAZIONI
FASCISMO
FRATELLANZA
GUERRA
INCLUSIONE
NATURA
NONVIOLENZA
PACE
PARTECIPAZIONE
POVERTÀ
RAZZISMO
REDISTRIBUZIONE RICCHEZZA
SOLIDARIETÀ
TERRITORIO
VIOLENZA

Le parole dell’elenco, tutte in ordine alfabetico, nel manifesto promosso da Carlo Calenda per una lista unica alle elezioni europee “Siamo Europei”, non ci sono. O sono, in pochi casi, appena accennate. Senza valore di sostantivo attorno cui creare una posizione, una scelta, un indirizzo preciso.

Per la verità non ce ne sono alcune addirittura prioritarie e fondamentali – come donna, pregiudizi di genere, femminismo – per dare il segno di un cambiamento autentico, significativo e profondo. C’è solo un passaggio, dove si lamenta la “scarsa considerazione per il ruolo delle donne nella società“. Una formuletta così generica, impalpabile e disimpegnata da non richiedere ulteriori commenti.

Le coppie principali che ho indicato nell’elenco, fascismo-antifascismo,  violenza-nonviolenza, pace-guerra, non sono mai prese in considerazione. Le guerre sono citate in un paio di passaggi come cose accadute, o cose che accadono. Punto. Nessuna argomentazione, nessuna strategia, nessun orizzonte.

Le altre parole non esistono, eccezion fatta per un paio di fugaci riferimenti sui diritti civili che, in ogni caso, non sono un sinonimo di diritti umani, dei quali non v’è traccia nel manifesto.

Calenda è un sincero democratico, credo altresì – per quanto si possa essere furiosamente critici con alcune sue scelte –  che nessuno possa mettere in dubbio il suo autentico impegno per contrastare e battere i nuovi demagoghi e i rifascisti che stanno mietendo consensi in Italia e in Europa.

È assolutamente impossibile però avviare questa lotta, sperando di avere successo, senza affrontare quei temi e quei nodi cruciali, o peggio, facendo finta che non esistano.

Alla luce di tutto ciò si potrebbe chiosare: affari loro. Credo invece che sarebbe sbagliato, un atteggiamento semplicistico ed ottuso.

Così come il livello di civiltà di un paese appare in controluce dalla condizione delle sue carceri, o il grado di libertà di una società dall’effettiva e concreta possibilità del diritto di sciopero e dall’autonomia dell’informazione, lo stato autentico di una democrazia non può non misurarsi dall’effettiva capacità dei soggetti pubblici e degli aggregati politici di dialogare e confrontarsi, conseguentemente di dare forza e peso al compromesso e alle mediazioni, tenere in gran conto l’importanza di costruire accordi, di ricercare di alleanze.

La forte propensione antidemocratica dei demagoghi e degli imbonitori fa leva da lungo tempo proprio su queste direttrici e su queste pulsioni autoritarie per conquistare consenso: compromessi e accordi visti come un male, un vulnus all’efficienza decisionale, chiacchiericcio inutile, oppure inciucio, trama, intrigo.

I governanti di oggi lo hanno insistentemente sottolineato: loro non hanno messo in opera né mediazioni né compromessi ma hanno sottoscritto un “contratto” – parola usata infatti nella sua accezione notarile – una trascrizione di fatti, di atti e di impegni dei contraenti – ad ognuno il suo! – dove scompare non solo la passione politica e la tensione verso obbiettivi alti e proiettati nel futuro ma si eclissa anche ogni traccia di afflato e autentica propensione democratica, nell’illusione di cancellare il corpo a corpo con le contraddizioni presenti pressoché in ogni ambito pubblico; parola scelta non casualmente, in contrapposizione a termini come accordo o compromesso, proprio per rimarcare il valore negativo assegnato simbolicamente a questi lemmi.

Una visione, quest’ultima, purtroppo accolta in certa misura, da lungo tempo, anche da una sostanziosa fetta di chi oggi sta lottando contro demagoghi e rifascisti. Una parte dell’opposizione è effettivamente convinta che la rapidità decisionale, nella società odierna, debba prevalere sull’esercizio pieno della democrazia e molto spesso questa parte, laddove ha pensato di stipulare accordi e compromessi, non lo ha fatto nella discussione e nel coinvolgimento ampio di sostenitori e cittadini ma con operazioni di vertice, molte volte dai contorni opachi, se non proprio, in diverse misure, occultati, proprio nell’intento di arrivare celermente, senza fastidi e intoppi verso gli obbiettivi individuati.

Questa modalità è stata una delle grandi cause che hanno dato avvio alla sfiducia, prima verso la politica in generale, poi verso la democrazia in particolare. Molti cittadini hanno percepito che il loro contributo iniziava a non essere più richiesto dalla politica, oltre la giornata in cui recarsi alle urne naturalmente. Quando parti più o meno significative di questi uomini e queste donne, spesso in forma associata, si sono espresse e hanno manifestato orientamenti e richieste, moltissime volte non sono state prese in considerazione. Così è cresciuta prima la disillusione, poi il distacco, infine – soprattutto quando la situazione economica e sociale ha iniziato a sferrare colpi micidiali – la rabbia.

In questo contesto si sono anche spezzati e ammalorati molti di quei meccanismi e di quelle innervature, essenziali in una democrazia, che garantiscono e danno linfa etica e civile ad un paese, fornendo continuità all’ossigenazione dei suoi principi fondamentali e orientamento ai cittadini.

Ed è così che una fetta significativa di italiani e di europei, anche degli strati più deboli e impoveriti, ha iniziato ad orientare il suo sostegno verso soggetti che garantivano ricette definite e definitive, soluzioni compiute e indiscutibili, sedotte ed irretite da chi indicava il nemico nel “vecchio” (uomini, scelte, strumenti, metodi) e nell’ ”altro” (i migranti, i diversi, gli estranei e gli stranieri, persone o paesi che fossero). Soggetti fortemente autoritari e intolleranti, per non dire di veri e propri epigoni e adulatori del fascismo.

Alcuni di essi inizialmente, come i 5 stelle, hanno cercato di dissimulare e travestire questo tratto profondo della loro natura, lentamente però, soprattutto una volta al governo, essa si è manifestata e dispiegata pienamente. La sedicente democrazia diretta declamata da questo movimento ha il medesimo approccio alla politica, se non addirittura più grave, di molti di quei soggetti di cui sopra: non ci sono confronti, dibattiti, articolazioni di posizioni, impera invece la stessa intolleranza verso la costruzione paziente, l’ascolto, la fatica, talvolta le ferite sanguinanti, che sono il sale autentico della democrazia. Le consultazioni on/off sono una farsa mistificatoria della democrazia partecipata che se ne pone invece agli antipodi. Infine l’intolleranza giustiziera e senza appello messa in atto nei confronti dei propri associati, dei quali sono solo presunti degli illeciti, dice chiaramente di un movimento che ha pericolosamente in spregio diritto e democrazia.

Per questi motivi tra tutti coloro che si oppongono a questi inquietanti scenari è d’obbligo non fare fronte comune ma aprire un terreno di confronto, trovare linguaggi e tratti il più possibile trasparenti e condivisi, cercare, anche su temi parziali e limitati, compromessi, mediazioni, se possibile lavorare per costruire accordi, o in subordine definire alleanze. I punti di disaccordo vanno riconosciuti, ma lavorare sui punti condivisi, quelli sui quali le distanze sono vicine e colmabili, è prioritario e obbligatorio.

Ci sono questioni e obbiettivi a cui ogni soggetto non vorrà rinunciare. Ma da nessuna parte è scritto, in politica, che fare alleanze implichi rinunce alle proprie scelte, tutt’altro. Solo chi avesse a cuore esclusivamente il proprio particolare – circoscritto o meno che sia – e non le sorti generali di uomini e donne di un paese e di un continente, in un contesto come questo, potrebbe avere la supponenza e l’irresponsabilità di non tentare di trovare strade comuni.

Cito solo un piccolo esempio che riguarda la mia città. A Brescia, l’anno scorso, dopo la tempesta di marzo, i corifei del centrodestra pensavano di vincere facendo una passeggiata. La giunta di centrosinistra fu riconfermata invece al primo turno dando un distacco di oltre 15 punti percentuali agli avversari. Non si è trattato di un miracolo ma il risultato di molti elementi: la scelta di una larga alleanza, un lavoro di mediazione tra diverse istanze, costruito nel quinquennio precedente, nel dialogo e nel confronto spesso aspro e serrato ma sempre finalizzato a costruire e fare passi avanti in ambito civile e sociale, con l’intelligenza, soprattutto, di coinvolgere una parte amplissima dell’associazionismo cittadino, da quello sociale, a quello culturale, dagli ambiti economici a quelli ambientalisti, in un rapporto stretto nel rispetto di ruoli e obbiettivi.

Naturalmente Brescia non è diventata, nel frattempo, il giardino dell’eden, ha problemi gravi, a partire dall’inquinamento dell’aria e di una vasta area di territorio, la crisi economica l’ha investita come nel resto del paese, la povertà ha tirato fuori i suoi artigli anche qui, le contraddizioni sulla gestione amministrativa della città non sono affatto scomparse. Tuttavia, nella provincia con il maggior numero di migranti del paese, la barbarie riguarda casi isolati, il rapporto con i cittadini di tutti i continenti e le loro associazioni, civili o religiose che siano, è basato sul rispetto e sul dialogo, l’apertura e il confronto sono metodo e valore acquisito da una grande parte dei soggetti pubblici, lo spirito democratico e un’etica civile sono, fortunatamente, ancora riferimenti chiari e ampiamente condivisi.

Certo una città non è un paese, non è l’Europa, ma è il luogo dove più vicino è il contatto tra cittadini ed istituzioni, tra associazioni e soggetti politici organizzati, il luogo dove le pratiche, gli strumenti, le soluzioni possono avere il maggiore coinvolgimento di uomini e donne, le strade e i valori condivisi acquisire forza e consenso, tutti elementi decisivi per modificare lo stato delle cose.

Respingere l’aggressione identitaria e nazionalistica, la chiusura oscurantista e intollerante, l’attacco all’Europa di Spinelli e degli antifascisti, evitare il colpo – che potrebbe essere mortale – all’idea di un continente democratico darebbe sicuramente più forza a movimenti e soggetti associati che da molti lustri, e segnatamente da quel sommovimento che si manifestò a Seattle e dopo Genova, hanno costruito molto, sia pure spesso carsicamente o all’oscuro di riflettori e vetrine.

Oggi la consapevolezza e le esperienze con un approccio diverso alle scelte di genere, economiche, sociali e ambientali sono di gran lunga più avanzate e robuste; la politica dei beni comuni, rapporti imperniati sulla condivisione e la cooperazione, relazioni tra uomini e donne fondati sull’apertura, sul riconoscimento e sul rispetto reciproco hanno fatto, a dispetto delle pur drammatiche cronache, enormi passi avanti.

Non c’è molto tempo ma dobbiamo tentare di trovare un accordo il più ampio possibile per bloccare l’avanzata di un futuro fosco e inquietante e, nello stesso tempo, fare emergere quelle prospettive di una nuova democrazia che hanno già solide basi.

 

Sulla fotografia (ad un’amica)

Foto di Elliott Erwitt

Vedo le tue belle foto.

Continuo a farne anch’io, ogni tanto.

Per me – forse mi capirai – la fotografia ha una cosa che nessun’altra forma d’arte dà e possiede. L’interruzione, la sospensione, del tempo. E non tanto per il fatto, banale, che fissa il famoso istante. No! Quell’istante blocca il tempo di chi scatta. Il tempo, in quell’attimo, è letteralmente abolito. 

La foto è una sospensione per il fotografo innanzitutto, poi se davvero ci riesce, cattura – risucchia direi – anche chi la osserva, in una nuova dimensione. Senza tempo. Lì dove occhieggia, solo per un attimo – eccolo che ritorna, sotto tutt’altra veste – la bellezza o l’assoluto, una forra senza fondo o l’infinito.

E il senso di esistere, in quell’attimo, si manifesta.

È un vero peccato se non amate

Foto di Marco Caselli Nirmal dal sito del CTB.

Ancora sono in giro questi «intellettualisti» di sinistra?” Tra risate grasse e ben pasciute un gruppo di spettatori, da poco usciti da teatro, lanciava lazzi e strali verso lo spettacolo appena rappresentato: L’anima buona del Sezuan ¹ di Bertolt Brecht.

Erano divertiti, di quell’ilarità marcescente che si diletta del dileggio di qualcuno, di certi gruppi, di una classe, perlopiù di gente considerata di qualche gradino inferiore.

In fondo deve essere stata una serata diversa anche per loro, una “rottura” a suo modo intrigante, un diversivo dalla noia sempre incombente nel “che si fa stasera?”.

All’uscita dal teatro una signora gentile offriva al pubblico dei piccoli incarti argentati, delle dolcissime cialde arrotolate custodi di un minuscolo biglietto dattiloscritto. “E vi dico, è un vero peccato se non amate…” ²

Durante il primo atto ho fatto fatica a seguire il flusso di parole, pressoché ininterrotto, che i bravissimi attori, nella fatica dello sdoppiamento di tutti i personaggi, recitavano con maestria. La densità del testo – non una sola pausa o appena forse giusto il prender fiato – mi ha tenuto nella tensione costante dell’ascolto, come fossi in un’aula d’ateneo, davanti a quelle enormi lavagne riempite mano a mano, fin negli angoli, di citazioni, concetti, ragionamenti.

Ma a teatro, e non solo lì, i vuoti valgono quanto i pieni, i silenzi quanto l’animazione più ampia delle voci.

In un angolo semibuio del palcoscenico, dove s’intravvedeva appena, un musicista ³ eseguiva dal vivo le bellissime musiche dello spettacolo. Ad un certo momento, forse era il secondo atto, si è alzato e oltrepassando gli attori mascherati ha preso la scena tutta per sé, suonando una melodia meravigliosa da quello che mi sembrava un oboe.

Ho cercato una chiave e m’è parso di ritrovarla proprio nella musica. Non casualmente, credo, un grande gong si stagliava nel cielo nero della scena. Ora illuminato da una argentea luce lunare, ora dal bronzo e dall’arancio del sole. La luce proprio laddove può liberarsi un suono ampio e potente.

La musica, il luogo dove meglio di ogni altro gli opposti possono manifestare il conflitto nello scintillio terrificante delle spade, nel clangore sovrumano delle lance e delle lame; o tollerarsi, in una reciproca accettazione; o ancora fondersi tra laghi notturni e ghiacciai innevati.

Ho cercato una chiave.

Ho udito la chiave 

girare nella porta una volta e girare una volta soltanto

Noi pensiamo alla chiave, ognuno nella sua prigione

Pensando alla chiave, ognuno conferma una prigione.

Così Eliot ne “La terra desolata”.

Levando le braccia al cielo, Shen Te – la prostituta al centro del testo brechtiano – implora, nel finale della rappresentazione: “Aiutatemi!”.

Chissà quale suono avranno udito gli spettatori, anche quei signori sbeffeggianti, chissà se l’eco di quell’oboe assorto e salmodiante possa tornare a svelarsi un giorno, un tempo, o si sia spento anch’esso nel vuoto infinito di una insignificante vacuità.  

 
 
Note: 1. L’anima buona del Sezuan di Bertolt Brecht, nella traduzione di Roberto Menin, regia di Elena Bucci con la collaborazione di Marco Sgrosso. Produzione CTB Centro Teatrale Bresciano, 2018, http://www.centroteatralebresciano.it/spettacoli/2018/l-anima-buona-del-sezuan
2. Un passaggio del testo teatrale.
3. Le musiche originali sono state scritte ed eseguite dal vivo da Christian Ravaglioli. https://www.christianravaglioli.com/

Lento Goffi. Un grande poeta a Brescia.

Lento Goffi al Parco Castelli_giugno 1993

Quest’anno ricorre il decennale della morte di Lento Goffi, un grande poeta, saggista e scrittore, profondissimo uomo di cultura bresciano.

Ho avuto la fortuna di conoscere Goffi quand’ero ragazzo, fin dalla giornata indimenticabile con Vittorio Sereni, che egli portò a Brescia all’Istituto Tecnico “Castelli” nel 1978, un incontro inserito in una serie di appuntamenti con gli autori attraverso i quali cercava di fare entrare in contatto gli studenti bresciani con grandi poeti e letterati del nostro paese. All’epoca studiavo a Napoli ma rientrai a casa proprio per non perdermi quell’attesissima giornata.

Un poeta che ha scritto versi di grande intensità e raccoglimento come in Or not to be (Tutto è immobile, eppure / Avverti come un fremito lieve,/ una forza che lievita,/ un turgore della vita che cresce/ sulla morte. Ancora un attimo, lo senti,/ e poi, nella luce impietosa del mattino,/ esploderà questa vita che cresce/ sulla morte e si nutre/ d’implacabili passioni.), oppure forte d’uno slancio civile come nei versi di Non basta più un grido (Ma a queste alte stanze/ non giungono i lamenti degli offesi./ Sfoglia pure i tuoi libri/ ov’é racchiusa la sapienza dell’uomo,/ rispolvera i folli miti/ – le magnifiche sorti e progressive – / ma non uscire nella luce del sole.) inserito proprio per queste caratteristiche in quella “Linea Lombarda“, avviata da Luciano Anceschi negli anni ’50 – i cui tratti il grande critico individuò come filone specifico e ricchissimo della letteratura e della poesia italiana – assieme a figure come Sereni, Rebora, Orelli, Erba.

Goffi ha pubblicato anche delle memorabili pagine dal suo diario ne L’amata Phegea: una finestra sul mondo quotidiano di chi scrive poesia, nella sua più raccolta intimità, un itinerario che mette a fuoco, ingrandisce, la connessione tra questi momenti e la nascita dell’ episodio poetico, che ci informa sul travaglio di questo passaggio e sulle fonti a cui attinge – anche se spesso Goffi, quasi come a schermirsi, ridimensiona questo frangente – l’ispirazione stessa del poeta. Un diario la cui importanza risiede, a mio parere, anche dal punto di osservazione nel quale si formano le narrazioni, dall’intreccio di luoghi nel quale nasce: Brescia, la sua terra, da via Lipella a Chiari passando per Gargnano e il paesaggio lacustre.

La vicenda di Goffi si inserisce bene, per certi aspetti né è paradigma, in una delle caratteristiche di Brescia, città dalle forti, anche se talvolta sotterranee ambivalenze, che produce cultura – ricca, solida, lungimirante, talvolta visionaria – ma ancora stenta, fatica, ad essere considerata – anche per lo scetticismo, se non proprio per l’ostilità, di una parte dei bresciani – un luogo che “fa cultura”. Condizione che, in maniera singolare, ha un suo corrispettivo, forse non casualmente, anche sul piano della vita politica della città.

Lento Goffi è sempre stato poeta senza mai rinunciare ad essere maestro, è sempre intervenuto nella vita culturale della città senza mai sottrarsi da momenti di diretto confronto con ciò che accadeva nel nostro territorio. Soprattutto con la sua poesia e col suo racconto si è esposto a noi senza infingimenti. Ha mostrato passioni, dubbi, travagli, paure ma anche la sua arte, la raffinata intelligenza, la cultura vastissima – ricordo bene gli studi di via Lipella e di via Battaglie letteralmente tappezzati di libri, terracielo, su tutte e quattro le pareti – l’indispensabile ironia.

Lo ricordo ancora quando venne al Parco Castelli, in una sera d’estate fredda e ventosa, a parlare di poesia e di impegno politico. Solo tre anni prima, il 4 marzo 1990, assieme a un gruppo di amici ¹ e di cittadini, avevamo fatto saltare le catene di un cancello, armati solo di determinazione e buona volontà, e occupato un’area comunale che l’amministrazione di allora voleva trasformare in un parcheggio e che oggi tutti i bresciani conoscono come uno dei più bei parchi cittadini.

Quella sera ci disse, profetico, rispondendo a una domanda sul futuro: “si vede buio: vedo risorgere nazionalismi esasperati, i valori della libertà e della giustizia sono violentati ogni giorno“. Aggiungendo tuttavia che il cambiamento era possibile, dipendeva solo da noi. Stando attenti però ad una circostanza, ad una certa disposizione: “per ricevere occorre dare“.

Pochi anni prima, in un’intervista del 1983 aveva affermato che a “Brescia si può ancora vivere umanamente coltivando preziose amicizie o vivendo in totale solitudine“.

Oggi i suoi libri sono introvabili, anche la ricerca tra vecchi scaffali di magazzino non darebbe esito alcuno. Situazione triste ed avvilente.

Tra poche settimane il Centro Studi sorto a suo nome ne ricorderà la figura in una giornata di approfondimento sulla sua opera. Mi auguro solo che l’universo accademico e scolastico bresciano possa cogliere l’occasione per celebrarlo, per dare il giusto rilevo alla sua importante produzione letteraria. Che il mondo dell’arte, della cultura e della letteratura possa muoversi per ritrovare la sua figura, riprenderla a sé. Che la politica sappia approfittare di questa ricorrenza come una preziosa occasione di arricchimento e di riflessione. Di continuo ripensamento sul proprio compito, sulla responsabilità del proprio agire.

Note:

  1. http://gnarimompia.it/fondazione-bobo-archetti/

Un Paladino disarmato e gentile

Grande Figura Reclinata – Mimmo Paladino, Chiostro di S. Maria in Solario, Museo di Santa Giulia, Brescia. 2017

Su "Ouverture", la mostra di Mimmo Paladino a Brescia

La luce fonde.

Dalle lamine dorate, come una lava dalla dolce incandescenza, si riversa sugli spalti del teatro, illumina il passato da cui nasce.

Sono gli Specchi Ustori che riflettono le vestigia del Teatro Romano. Enormi scudi bronzei dalle insegne affastellate, disseminate con un ordine criptato come in certi lavori di Magritte. Numeri, teste, volatili, strutture schizzate o immaginate, ingranaggi solitari. Nulla, proprio nulla di veramente marziale, a dispetto del minaccioso nome.

Pure, la pace e la guerra, sono uno dei tratti più significativi che legano insieme, con una traccia tanto dissimulata quanto irresistibile, tutta l’estesa costellazione di sculture e opere d’arte che Mimmo Paladino ha delicatamente adagiato, addentrandovisi con rispetto e stupore, tra gli strati profondi della storia bresciana, risalendo dalle pagine più antiche e gloriose fino ai lasciti della modernità violenta e brutale del nazifascismo, laddove è collassata definitivamente l’idea di progresso, di continuo e inarrestabile miglioramento della condizione umana.

Dal Monastero di Santa Giulia a San Salvatore, nel Tempio Capitolino, dall’oriente della città, spostandosi lentamente verso occidente, passando nel Duomo Vecchio, fino ad arrivare nel vuoto gelido di quella larga plaga senza odore, senza colore – sala d’aspetto enorme dove un’anestesia segreta dissolve ogni senso, ogni sia pure flebile sussulto – chiamata piazza della Vittoria, Paladino dissemina i suoi corpi denudati e screziati, lance rotte, cavalieri disarcionati, teste rotolate su lastrici abissali, sudari maculati da segni di necrosi, di morte sofferente nel gorgoglio soffocante dell’abbandono e della solitudine.

Nelle stanze di Santa Giulia, nelle corti, negli spazi espositivi e museali, Paladino entra mimetizzandosi o attirando irresistibilmente l’attenzione attorno alle sue sculture, sempre nel segno del dialogo con i luoghi nei quali si affacciano le sue opere, nell’ammirata iterazione con le meraviglie che le circondano.

Ci sono alcuni segni che ritornano e che raccontano una visione del mondo, o forse solo l’intravvedimento di un altro mondo.

Il piccolo cavallo matto, al centro di una Domus dell’Ortaglia, il cui rosso ammonitico, la marna o la dolomia, fanno sanguinare dalle zampe spezzate, montato da un cavaliere indifeso semicoperto da uno scudo improbabile, fa pensare a quella litania, quell’autistico e disperante richiamo, che Werner Herzog mise tra le labbra del suo Kaspar Hauser: “Io, grande cavaliere, come mio padre“.

I cavalieri, nei lavori di Paladino, non montano più i loro bai, delle battaglie vinte non vi sono più tracce, di quelle perse sono sparse le macerie, gli elmi spezzati, trapassati dalle lance, rosi dalla ruggine, dalla calce, impastati di polvere e sangue.

I raccolti e intensi Dormienti, adagiati nel piano più basso di Santa Giulia, tra i reperti preistorici della nostra città, svelano lentamente, toccando il registro della commozione, lo scempio dell’urna, del sepolcro violato, maciullato anch’esso dalla furia della guerra. Non riposano in pace. Le schegge di coppo, poveri laterizi fracassati e taglienti, non riparano né anime né membra. Non c’è traccia d’onore, nulla di simile al rispetto, solo il calco insaziabile, ma perennemente vuoto, della brutalità.

C’e un’eloquente scultura distesa nel meraviglioso e assorto Coro delle Monache: i cavalieri e i lottatori sono trasfigurati in un cristo magro, smisurato e senza nome, inchiodato a una croce consunta e assottigliata crollata a terra da secoli, appiattita su un freddo selciato; uomini calpestati, vilipesi, cosa senza alcun valore.

Il tufo prevale non casualmente nella coorte di Testimoni che ci interroga, come un coro muto, tra il colonnato del Tempio Capitolino, una roccia vulcanica stabile e forte, sia pure agglomerato di lapilli pomicei, di strati interminabili di cenere. Tra i loro sguardi fa capolino la memoria terribile di costati nudi, esposti a innumerevoli tempeste, ma i loro ventri conservano e custodiscono la vita che verrà; i toraci – scavati nel giallo e nell’ocra, torti, graffiati, attraversati da sottili vene indacoplumbee – sono dischiusi, palpitanti di storie, di sguardi che sono stati o forse avrebbero potuto essere; le mani sono aperte, pronte ad accogliere ogni nuovo venuto, a dare voce, da quel Pronao sacro, ad ogni possible rinascita, a rinnovata speranza.

Riprendendo il percorso verso ovest l’artista campano si ferma nel Duomo Vecchio con un’opera maestosa, tripartita, di un liquido e rappreso scarlatto. In una delle tele uno strappo netto, nel drappo dipinto, rivela uno squarcio dorato. Paladino dà nome Stabat Mater a questo lavoro, il canto straziante, la preghiera dedicata a Maria per la Passione e la crocifissione del figlio offre un’altra prospettiva al suo sguardo sul mondo: dal dolore di una madre, dalle tenebre della disperazione di una morte violenta e assassina può aprirsi uno spiraglio illuminato, una finestra sull’amore e sulla compassione, fondamento autentico delle relazioni umane, logos irriducibile da qualunque prepotenza, da qualsiasi volontà sopraffatoria. Chissà se l’artista nel concepire questo lavoro si è ispirato all’immortale composizione di Giovan Battista Pergolesi che gli fu commissionata proprio dai “Cavalieri della Vergine dei dolori della Confraternita di San Luigi al Palazzo”, in quel di Napoli che lo rese celebre al mondo, nel 1734.

Gli agglomerati multipiramidali, solidi enormi o piccolissimi che Paladino pone spesso a contrappunto delle sue sculture, sono stelle rassicuranti, indicatori di una strada, o granate minacciose con il loro raccolto di capi mozzati, di esplosioni avvenute o incombenti: la barriera che separa il bene dal male è un tremolante foglio di carta velina. Condizioni ben rappresentate in piazza della Vittoria. È in questo spazio che l’artista sannita compie l’operazione più raffinata dando luogo quasi a un miracolo.

Le sue sculture riescono ad entrare in relazione con le strutture di Piacentini usando per molti tratti una cifra condivisa, i colori, le dimensioni, l’assertività, le simmetrie. Il dialogo, che diventa subito confronto aspro, riesce però a raggiungere un risultato straordinario, insufflare vita alla piazza, con degli accenti quasi gioiosi, senza nascondere il livello glaciale, propagandistico e mistificatorio dell’operazione di regime, sostenuta da Mussolini in persona, emersa sopra l’iceberg di brutalità e di devastazione fatto pagare al quartiere delle Pescherie con uno sventramento inaudito di una parte significativa del centro storico cittadino.

Sant’Elmo, lo Scriba, il grande Zenith nei tramonti dalla luce tagliente, durante dopopioggia ventosi e ferventi, riflettono al cielo una piazza fantasmatica e mite, dallo sguardo fanciullesco e benevolente, nella quale i ritagli e gli squadri di regime si tramutano come d’incanto in un fondale aggraziato e inoffensivo. Assieme all’Anello, alla Stella e alla Stele non vestono la piazza, ne cambiano segno e percezione.

La Stele, in particolare, racchiude in sé tutta la densa vicenda di questa parte della città. Nel blocco di marmo marquiña, posto sulla fontana del progetto piacentiniano in luogo dell’«Era Fascista» – la statua di Dazzi che doveva rappresentare l’epopea (nefasta) di quella stagione – la storia viene riletta e trasfigurata attraverso un’operazione metamorfica e simbolica. Il marmo di Carrara del Bigio si assottiglia in venature sottili, il bianco pallore mortifero del colosso di regime si capovolge nel nero del lutto, del dolore per la sofferenza inflitta ad un popolo da un potere violento e inumano. Le forme dazziane, tanto impettite e ridicole quanto prepotenti e sbeffeggianti, si agglomerano nel lavoro di Paladino come in un processo di addensamento e compressione di un buco nero della storia, dal quale emergono segni appena accennati. Il movimento tracotante e bellicoso agitato dal filone futurista guerrafondaio è come accartocciato su se stesso nella Stele, la stessa forza primigenia del dinamismo boccioniano, la leggerezza del ritmo e della velocità di Balla vengono colti nella distorsione che li ha risucchiati nel filone sbagliato di un’epoca dominata dalla violenza e da una hybris cieca e marcescente sfociata nel dramma pagato da milioni di donne e di uomini.

Dopo questa geniale trasfigurazione non credo possa essere più immaginabile tornare alla piazza della Vittoria che abbiamo conosciuto prima del 6 maggio del 2017.

La percezione dell’approccio di Paladino alle sue opere, il suo sguardo sul mondo, successivamente alla visione del «Quijote», lungometraggio di una grande, autentica, bellezza, ha rischiarato meglio anche le scelte fatte a Brescia. Il film, girato per buona parte da Paladino nel Sannio, la sua terra natìa, è stato proiettato nell’ambito delle iniziative a corollario del progetto Brixia Contemporary di cui la sua Ouverture è stato l’avvio. Gli eccellenti Lucio Dalla e Peppe Servillo danno corpo a un Sancho Panza e a un Don Chisciotte increduli che la contemporaneità, passati altri cinque secoli, sia andata così oltre l’annullamento di se stessa sprofondando indefinitamente nella “follia dell’uomo” . Stralunati, il cavaliere errante e lo scudiero, si aggirano tra relitti di fabbriche mai nate, discariche abbandonate e paesaggi agresti immacolati, crepuscoli illuminati dall’argento e dal blu della volta celeste.

Già cinquecento anni fa il genio di Cervantes ci ha donato queste parole pregne della lungimiranza del veggente: “Benedetti quei fortunati secoli cui mancò la spaventosa furia di questi indemoniati strumenti di artiglieria, al cui inventore io per me son convinto che il premio per la sua diabolica invenzione glielo stanno dando nell’inferno, perché con essa diede modo che un braccio infame e codardo tolga la vita a un prode cavaliere, e che senza saper né come né da dove, nel pieno del vigore e dell’impeto che anima e accende i forti petti, arrivi una palla sbandata (sparata da chi forse fuggì, al bagliore di fuoco prodotto dalla maledetta macchina), e recida e dia fine in un istante ai sentimenti e alla vita d’uno che avrebbe meritato di averla per lunghi secoli. E quindi, considerando ciò, sto per dire che mi duole nell’anima d’aver abbracciato questa professione di cavaliere errante in un’età così odiosa qual è quella che oggi viviamo; perché sebbene a me non ci sia pericolo che faccia paura, ciò nonostante, mi esaspera il pensare che della polvere e del piombo abbiano a negarmi la possibilità di rendermi noto e famoso per il valore del mio braccio e il filo della mia spada, per tutto quanto il mondo conosciuto. Ma faccia il cielo ciò che crederà, che se riesco nel mio proposito, sarò maggiormente stimato, per aver affrontato ben maggiori pericoli che non quelli ai quali si esposero i cavalieri erranti dei passati secoli“.

Fin quando la guerra, la tecnica nauseabonda al servizio della violenza, della sopraffazione e della prepotenza avranno legittimità sul pianeta nulla si potrà salvare dal gorgo della disumanità.

Foto di Pasquale Palmieri

Non ricordo un’operazione così importante per la città negli ultimi lustri, e nemmeno sono sicuro di quanti abbiano veramente colto il dirompente e profondo significato di questa rappresentazione.

Mimmo Paladino ci ha regalato opere che hanno un valore grande di per sé ma nel riverbero reciproco con il grande patrimonio storico e museale bresciano, avviano un rimando di luci, moltiplicano i silenzi, i suoni, le forme di ogni espressione, di ogni mistero, aprendoci ad una dimensione nuova e sconosciuta della città.

Brescia dopo questa straordinaria esperienza è una città diversa. Una nuova dolcezza, un attonito stupore, promana dalle sue vestigia, dalle sue piazze, dalle sue strade. E già si affaccia nel suo futuro.

Dove sei stata

Non vede la valigia appoggiata a terra, ma sente comunque un freddo acuto salirgli dei piedi scalzi fino alla testa. Lei sta fissando il cancello (…) poi, come per un pensiero improvviso, si volta e lo vede. Nessuno dei due si muove. È un patto. Mario appoggia la fronte al vetro, tiene gli occhi puntati su sua madre, con tutte le forze che restano la tiene ferma a pochi passi da casa“.

Ci sono graffi, botte, escoriazioni. Ci sono strappi, buchi, lacerazioni. Ci sono ago, filo, ghiaccio, suture, rammendi. “Dove sei stata” racconta di come le cose possono riaggiustarsi, rimarginarsi, anche quando i tagli sono profondi, le ferite indefinitamente doloranti.

La cura ostinata, l’amore, l’attenzione ad ogni dettaglio – “tutti i piccoli gesti che ogni giorno contribuiscono a tenere in vita qualcuno o ad annientarlo” – al filo che ogni vita srotola nel suo cammino, possono darci una possibilità.

Mario adulto-bambino, il personaggio principale del romanzo di Giusi Marchetta, in un viaggio a ritroso, e all’interno, della sua storia, della memoria, di sé, scopre, lentamente, quanto sia difficile e accidentata la strada dell’accettazione, quanto possa essere duro l’impatto della libertà altrui, quanto possano essere dolorose le sue conseguenze estreme. Sua madre Anna, lui ancora bambino, ha deciso di andarsene, senza lasciare traccia, né spiegazioni, né speranze.

Potrebbero bastare pochi passaggi – il prologo, il capitolo 13 del primo blocco, tutta l’ultima densa e commovente parte – a farci dire di un grande lavoro, una minuziosa ed emozionante narrazione. La capacità di raccontare anche tutti i personaggi appena dietro il protagonista, quelli che si ritagliano solo un angolo della storia o quelli, come Viola, l’assistente sociale del Tribunale dei minori di Napoli, per la quale Mario vacilla in un pieno d’ammirazione, di pathos e di attrazione, i cui limiti la scrittrice descrive fino ai suoi lembi più estremi, è straordinaria.

Tra i confini così ampi e così angusti della Reggia di Caserta, tra i miti che a ogni angolo sorvegliano ed osservano ciò che accade, s’intrecciano molti destini, vite piene, sia pure spesso durissime, talvolta sanguinanti, anche se Mario, quando pensa “a tutti i baci di Anna che ha inventato“, afferma, ripetendo quasi alla lettera le parole del padre, con cui ha un rapporto aspro e controverso, “ognuno si racconta la propria vita a modo suo“. Talvolta fino a rovesciare la realtà. Alcune notti Mario sogna di un terribile cinghiale che si aggira nel bosco in cerca di Adone. Nel sogno lo affronta e lo uccide, poi “quelle notti rimane a fissare la finestra per un po’ e a sussurrare nel buio che il fantasma di un cinghiale non gli fa paura come quello di un uomo, ma poi, quando passeggia da solo tra gli alberi e lo schiocco di un ramo gli ferma il cuore, si pente di essere così bugiardo pure con se stesso“.

La penna di Marchetta mentre leggiamo questo gran bel romanzo, ci ingloba, lievemente, nelle vicende che si muovono sul liminare del Bosco Vecchio vanvitelliano, oppure nei suoi angoli più oscuri e segreti, il suo tratto sa scivolare con maestria sulle ruvidezze della carta, le increspature dell’anima, le svolte nel vuoto della vita.

Non sarò mai la brava moglie di nessuno

Non sarò mai la brava moglie di nessuno

Evelyn ed Helen, la sua sorella maggiore.

Suicida! Bellissima!
Una foto stupefacente la “immortala”. Un’immagine che entrerà dritta nella storia della fotografia.

Quella fotografia apre una fessura – l’autrice ne rimane stregata – da quel taglio emana un mistero i cui dettagli sono tanto sfuggenti e nebulosi quanto di esso è chiarissimo il nocciolo, la sua luminescente rivelazione; quella scissura diventa una ferita, irrimarginabile, una sorgente d’acqua purissima, un dolore essenziale.

Leggendo il bel romanzo di Nadia Busato, “Non sarò mai la brava moglie di nessuno” subito il pensiero è andato ad alcuni passaggi del fondamentale saggio di Roland Barthes, “La camera chiara”.

Sembra che anche per questa scrittrice, come per il semiologo francese, la Fotografia – perlomeno quella che scattò Robert Wiles, il primo maggio del 1947, a una ragazza di 23 anni che si era appena lanciata dall’ottantaseiesimo piano dell’Empire State Building, trasfigurando la spessa lamiera corazzata di un’auto diplomatica in un sudario leggero, un drappo morbido e vellutato, come se il suo corpo fosse scivolato su un’onda metallica e argentata – appartenga “a quella classe di oggetti fatti di strati sottili di cui non è possibile separare i due foglietti senza distruggerli: il vetro e il paesaggio, e perché no: il bene e il male, il desiderio e il suo oggetto“.

L’abbrivio del romanzo è magistrale.
La coppia cuore-lingua, attraverso le parole di Busato diventa il ritmo di due sezioni percussive che si rincorrono e si rispondono, da una pagina all’altra del capitolo d’apertura, in un palpitare di battiti e di colpi inattesi che dallo stomaco, passando attraverso la gola, arrivano alla testa. L’epilogo di questa partitura di tamburi, di rullanti e di lastre d’acciaio si rapprende nella preparazione agghiacciata di un burrito californiano (esisterà davvero?), del piatto di sempre, per sempre, preparato dalla mamma di Evelyn McHale – la ragazza della foto – nella solitudine da mattatoio di una luminosa e opprimente cucina.

È attorno a un vuoto che cresce “Non sarò mai la brava moglie di nessuno“, un grumo di domande cui le persone che sono state a contatto con Evelyn – nello stratagemma letterario di Busato e attraverso la sua voce – cercano di dare una risposta.

Sempre Barthes, nel suo saggio, a un certo punto “ritrova” sua madre, bambina, in una vecchia fotografia, detta del Giardino d’inverno. Solo in quella, tra le tante che sfoglia e fa passare tra le mani. Tutte somiglianti ma proprio per questo insoddisfacenti, in certi casi ingannevoli o piattamente dolorose. In quell’immagine smorta e ingiallita invece, dalla somiglianza caduca e incerta – anzi, proprio al di fuori di essa – trova la “verità” di sua madre, la sua essenza, il nucleo profondo del suo amore. Attraverso un brusco risveglio, un satori, un lampo nel quale intravvede se stesso e l’indissolubile legame con lei.

Nel romanzo di Nadia Busato mi sembra di ritrovare molte consonanze con le riflessioni del grande intellettuale francese. La sorella maggiore di Evelyn, nelle parole della narratrice, a un certo punto afferma, “Lynn (…) era felice per ciò che di bello accadeva alle persone a cui voleva bene, era triste fino alla disperazione se le vedeva in seria difficoltà. La sua empatia arrivava ai limiti dell’identificazione“. L’empatia, il pathos – che delle volte rotola come una frana del cuore, un’urgenza del dare voce, nel bisogno di raccontare il suo ritrovamento – che la scrittrice mette nelle sue parole, forse ci autorizza a immaginare che Nadia Busato potrebbe avere pensato, durante la stesura del suo romanzo, “Lynn c’est moi“.

Ma perché questa morte? Perché questo suicidio? Le risposte, molteplici, possiamo solo immaginarle, ipotizzarle. John Morrissey, il poliziotto di New York che intervenne per primo dopo lo schianto, in uno dei capitoli più significativi del romanzo dice però, anzi, pensa: “tutti a cercare gli indizi del suicidio, i segnali della depressione, come se fossero larve di pidocchi che si attaccano a quelli con la testa pulita, che altrimenti non ci penserebbero per nulla a morire“. Invece “succede tutto in un attimo: basta un solo, unico momento di disperazione“.

Le parole hanno davvero un peso solo quando si portano addosso cose della vita, reali, concrete“, sicuramente a Busato questo passaggio è riuscito. Nel suo racconto la pietà, quel sentimento autentico e partecipe delle sorti di ogni essere umano, si intreccia con la riflessione sulle cause del dolore, della sofferenza, sulla ferita originaria che tocca in sorte ad ognuno di noi; la differenza tra una scelta folle ed una decisione savia passa dalla densità di un ombra o da un bel raggio di luce caduto sullo specchio sbagliato; l’amore freme e si dispera ma vive e ci viene incontro, irrevocabilmente, ci tocca.

Pasolini, Brescia e il fascismo degli antifascisti

Legato mani e piedi e pestato a sangue. Ma essendo oggi il fascista vittima e non carnefice zero tweet di solidarietà. Bisognerebbe ricordare Pannella e Pasolini: non si può esitare a condannare il fascismo, ma non si può esitare a condannare il fascismo dell’anti fascismo.

Claudio Cerasa, tweet del 21 febbraio 2018

 

Riconoscere l’esistenza di contraddizioni, talvolta anche pesantissime, presenti nei diversi schieramenti sarebbe un atto di serietà e di responsabilità politica, sia per i soggetti direttamente interessati, sia per gli osservatori dei fatti pubblici, ammettere che esse ci accompagnano pressoché costantemente nel nostro cammino sulla terra, sarebbe segno di onestà intellettuale. Ma l’affermazione di Cerasa, sul pestaggio palermitano di un esponente di Forza Nuova, gioca con le parole fino a truccarne i significati e non vuole indagare affatto quell’aspetto. È un terreno irto e difficile, troppo faticoso, inadatto al tweet di giornata, soprattutto non ha nulla a che vedere con la tesi che l’autore vuole dimostrare.

Il direttore de “Il Foglio” mentre cita Pasolini sul “fascismo dell’antifascismo” – lasciando intendere di essere in consonanza con lui, chiedendo di ascoltare la sua lezione – nega radicalmente il suo pensiero, lo rovescia come un calzino e se ne pone agli antipodi. Se dovesse averlo fatto consapevolmente ci troveremmo davanti all’ennesimo caso di un giornalismo manipolatorio e truffaldino, se avesse scritto senza leggere le fonti, citando a casaccio, orecchiando dal cialtronesco tritume senza alcun fondamento che da decenni circola sul tema, sarebbe di certo ancora peggio.

Pasolini è angosciato dall’omologazione, la disperazione giunge al suo culmine quando inizia ad essere convinto che essa abbia rotto anche gli argini del campo antifascista. La sua invettiva, in quegli articoli del Corriere, raccolti successivamente negli “Scritti Corsari“, parte dalla Chiesa, dal Vaticano, “è molto tempo ormai che lì i cattolici si sono dimenticati di essere cristiani“, passa per la Democrazia Cristiana e arriva, transitando attraverso i partiti laici, fino al PCI. “Non c’è più dunque differenza apprezzabile – al di fuori di una scelta politica come schema morto da riempire gesticolando – tra un qualsiasi cittadino italiano fascista e un qualsiasi cittadino italiano antifascista. Essi sono culturalmente, psicologicamente e, quel che è più impressionante, fisicamente, interscambiabili“. Pasolini non formula alcuna teoria degli opposti estremismi, tutt’altro, per questi ultimi quel medesimo identico processo omologatorio è solo una variante “più radicale” di una trasformazione generale. Il principale obbiettivo di Pasolini, al contrario di Cerasa, non sono questi ultimi ma chi declama un “antifascismo facile che ha per oggetto ed obiettivo un fascismo arcaico che non esiste più e che non esisterà mai più“. Quella borghesia del paese, e non solo essa, che ha assunto, metabolizzato e trasformato “il vero fascismo [in] quello che i sociologhi hanno troppo bonariamente chiamato «la società dei consumi»”, laddove ciò che è accaduto “nel paesaggio, nell’urbanistica e, soprattutto, negli uomini, vede che i risultati di questa spensierata società dei consumi sono i risultati di una dittatura, di un vero e proprio fascismo“, un fascismo che ha cambiato “l’anima” anche ai giovani, toccandoli nell’intimo. Pasolini chiude così: “se la parola fascismo significa la prepotenza del potere, la «società dei consumi» ha bene realizzato il fascismo“.

Naturalmente non è affatto obbligatorio essere d’accordo, del tutto o in parte, con Pasolini, citarlo in questa guisa però, ammiccando una convergenza d’opinione ma occultandone e negandone, di fatto, pensiero, obbiettivi e contesto sui quali quella considerazione si fonda e si sorregge, è un’operazione di grave disonestà intellettuale, filologica e, in questo caso, anche deontologica.

Per Cerasa l’omologazione odierna dei soggetti politici in campo sembra un dato acquisito, null’affatto preoccupante. Tutt’altro, ognuno – compreso il campo antifascista – ha il proprio angolino buio, da cui la parte buona deve prendere senza “esitare” le distanze, in questo modo tutto è sistemato, ogni cosa si mette al suo posto. Così ritorna, rinnovata nella veste lessicale, la teoria degli opposti estremismi, che mantiene intatto il suo fascino arido, triste e consolatorio, benché sempre discreto, come la penna di Cerasa mostra.

Naturalmente, nell’urgenza dell’impulso cinguettante, il direttore straparla dell’assenza di condanna di quel gesto orribile e violento laddove la condanna, sia pure ancora superficiale e insufficiente, soprattutto nell’analisi e nelle risposte, è stata invece amplissima.

Vorrei solo ricordare, in chiusura, che Pasolini scrive e articola il suo pensiero sul fascismo e l’antifascismo nei mesi immediatamente successivi alla “orrenda strage” di Piazza Loggia, le cui responsabilità “reali” egli assegna da subito al “governo e (al)la polizia italiana: perché se governo e polizia avessero voluto, tali stragi non ci sarebbero state“. E’ vieppiù amaro allora, constatare come anche nella nostra città, così duramente colpita dalla barbarie fascista, ci sia ancora oggi chi sottoscriva questo superficiale e pericoloso modo di pensare indicato nel tweet di Cerasa, rispolverando opposti estremismi e una sciagurata e inaccettabile equidistanza tra fascismo e antifascismo.

Infine una nota su una assenza. Nell’articolo sul Corriere del 16 luglio 1964 ricordato sopra, Pasolini si occupa dell’antifascismo solo indirettamente, la gran parte del suo argomentare ruota attorno al digiuno di Pannella in relazione agli otto referendum proposti allora dai radicali e alle reazioni politiche conseguenti a quell’evento. Pasolini elabora in quel frangente, tra le altre, diverse considerazioni interessanti sul tema della nonviolenza. Ecco, questo tema risulta assente dalla quasi totalità delle proposte e delle carte dei principi dei soggetti politici presenti oggi nel paese e laddove fa, sommessamente, capolino è relegato ad ambiti di dettaglio, accuratamente recintati e circoscritti, senza diventare mai criterio e direttrice principale per orientare parti preponderanti di un progetto politico o assurgere a pilastro fondativo per il suo sviluppo.

Nessuna crisi, nessun conflitto, potrà essere seriamente affrontato e risolto con gli strumenti della violenza, della sopraffazione e della prepotenza. La strada, lunga e difficile, della nonviolenza non potrà essere elusa se ancora vogliamo dare un senso al nostro essere uomini e donne, alle relazioni che vogliamo stabilire tra di noi e con l’intero creato, alla parola futuro.

Aung San Suu Kyi: nelle viscere della santità.

Ciò che sta accadendo alla minoranza musulmana dei Rohingya, in Birmania, è gravissimo: un massacro generalizzato e la messa in fuga di un intero popolo. I fatti sono stati accertati da più parti, agenzie internazionali, ONG e molti seri reporter hanno documentato chiaramente ciò che sta succedendo. Non sono quindi accettabili reticenze, silenzi e men che meno bugie da parte del governo di Yangon e della sua esponente più importante e conosciuta, Aung San Suu Kyi.

Le pur vistose attenuanti – legate alla “pasta” sanguinolenta e nauseabonda di cui è fatta la casta militare birmana, che ha ancora saldamente in mano i ministeri della Difesa, degli Interni e dei Confini, un vicepresidente, il 25% dei parlamentari, nominati per legge, e una Costituzione che consente loro ampi margini di potere e di manovra, tra i quali anche l’impossibilità di modifiche alla carta fondamentale del paese senza i voti dei rappresentanti dell’esercito e che potrebbe, in ogni momento, operare un colpo di mano, riportando il paese nei tempi più bui – non possono essere una giustificazione per la Lady.

Le iniziative di denuncia e di pressione che vengono da attivisti, associazioni e ONG sono sacrosante e vanno sostenute con forza e determinazione. Giusti e condivisibili i richiami forti e autorevoli di molti Nobel.

Credo però che chiunque sia cimentato con un minimo di attenzione con l’esperienza di Aung San Suu Kyi non possa non ritenere che il suo contributo ed il suo agire, all’interno della storia politica che si è determinata a cavallo del millennio e alla storia della nonviolenza più in generale, sia stato, e resti, uno dei più originali e significativi emersi in quegli ambiti.

Proprio per questo l’attacco concentrico, trasversale e diffuso alla Daw pone molte più domande di quante non appaiano a prima vista.

Ci sono gli agitatori violenti per vocazione, che attaccano Suu Kyi con l’unico strumento che sono in grado di manovrare: la gogna! E’ doveroso e necessario non solo guardarsi bene da costoro ma anche prendere nettamente le distanze da modi, linguaggio e, si fa per dire, opinioni di questa parte. Il nemico (violento) del mio nemico non potrà mai essere un mio amico.

I più pericolosi però sono i tanti commentatori mainstream, compresi alcuni pentiti dell’ultim’ora, che nei mesi scorsi con “viva e vibrante” indignazione hanno lanciato strali sul personaggio pubblico. La gran parte dei quali, e delle testate per cui essi scrivono, prende parola alla voce “diritti umani” solo quando il titolo può fare notizia o quando quelle violazioni possono essere usate come clava strumentale e di parte.

A me sembra del tutto evidente che l’offensiva che arriva da questo lato sia un pesante attacco personale. Questo ampio filone di pensiero però ha un traguardo più sostanzioso, sottilmente nascosto. Assieme alle scelte odierne di Aung San Suu Kyi l’obbiettivo è azzoppare e ridimensionare anche tutto il percorso politico e di lotta che si è venuto a manifestare attorno alla leader birmana. Non casualmente costoro sono i beatificatori della prima ora, dei tempi della detenzione e dell’isolamento i quali, senza averne mai compreso nulla, senza avere probabilmente letto più di due pagine di un qualsiasi suo testo, ne fecero, in quegli anni, una santa e un’eroina d’altre epoche, raggiungendo la punta più farsesca di questa adorazione nel celeberrimo paragone con Giovanna D’Arco, messo in copertina da Vanity Fair nel 1995.

Questa costruzione però, culturalmente e politicamente, era già preordinata e finalizzata, più o meno consapevolmente, all’esito di oggi: se anche una santa ed un’eroina senza macchia, come la Signora, cade chi altri potrà mai riuscire a percorrere quelle strade? Il messaggio che si vuole veicolare è che la scelta nonviolenta e la difesa senza armi dei diritti di ogni uomo e ogni donna può avviare solo battaglie deboli – bisognose, giustappunto, di inesistenti santi – che possono portare facilmente alla sconfitta. Il tentativo è quello di mostrare il fallimento di quei percorsi e indirizzare l’opinione pubblica a pensare che solo attraverso altre strade, con altre le priorità, strumenti e scelte si può “fare” politica in maniera credibile ed efficace.

In realtà a questo filone di pensiero interessano i Rohingya tanto quanto i bambini yemeniti, le donne siriane, gli adolescenti palestinesi e i diseredati di tutto il mondo.

Un filone di pensiero distante anni luce da chi considera la lotta un agire collettivo, un sapere condiviso, un’assunzione di responsabilità ampia e diffusa. Da chi considera imprescindibili queste caratteristiche dalla scelta nonviolenta. Da chi crede che un leader possa essere tale solo se nella sua prassi giungano a più chiara sintesi questi elementi, rappresentandone simbolicamente forza e passione, e che il suo agire sia l’esatto opposto di quello del classico capo, specializzato nel comando e nell’imposizione di scelte e obbiettivi.

Aung San Suu Kyi è stata, per lunghi anni, quella sintesi nel suo paese. Le sue posizioni odierne sulla minoranza musulmana possono prestarsi a molte ipotesi e supposizioni. Nessuna potrà cancellare la gravità delle scelte prese fino ad ora dal governo di cui è esponente di rilievo ma unirsi, o anche solo blandire o rilanciare, opinioni e opinionisti del secondo coro è davvero inaccettabile e incomprensibile, visto il pensiero che lo ha originato.

Questo pensiero solo apparentemente sembra ragionevole e condivisibile, in realtà è intrinsecamente violento, autoritario e intollerante. Ha la medesima origine, sia pure trasfigurata, in questo caso, attraverso la metafora della caduta, che abbiamo visto più volte sventolare nell’ultimo quarto di secolo: la supponente e insopportabile idea che l’occidente abbia una sorta di diritto di prelazione calato dal cielo, e possa arrogarsi, di volta in volta, il potere di individuare il cattivo di turno (gli esempi più celebri e drammatici riguardano i vari Saddam e Gheddafi con le eccezioni “misteriose” degli Assad e degli Erdogan) trovandosi poi “costretto”, nelle situazioni più gravi, per salvare non un popolo ma l’umanità intera, alla scelta ovviamente obbligata, dell’annientamento del soggetto in questione. Questo pensiero, che chiaramente nasce sempre e solo per la tutela di interessi politici, geostrategici ed economici, spesso indicibili ed occultati, ha però bisogno di questa narrazione per acquisire il consenso necessario. La via più semplice, più diretta, resta sempre quella dell’individuazione di un bersaglio in carne ed ossa, dell’antichissimo capro espiatorio.

Ora se ogni attacco personale, per qualsivoglia motivo, diretto verso chicchessia, fosse pure il satrapo più feroce e sanguinario, ha sempre e sistematicamente quelle orribili radici – radici che comprese, con largo anticipo, Jean Amery quando, in prefazione al suo imprescindibile “Intellettuale ad Auschwitz” scrisse, “Talvolta si ha l’impressione che Hitler abbia conseguito un trionfo postumo. (…) la distruzione dell’uomo nella sua essenza” – in questo caso è evidente che vuole solo e sistematicamente demolire una donna e la sua intera storia. Prova ne sia che quasi nessuno di questi accorati opinionisti nemmeno tenta di indicare, o solo suggerire, quali mosse dovrebbe fare la Lady per porre termine all’oppressione dei Rohingya, nessuno che si eserciti, come spesso accade in questi frangenti, a ipotizzare scenari possibili, soluzioni intermedie, soggetti da mettere in campo. Ma è ovvio che sia così, se vesti i panni, sia pure dissimulati, del tiratore scelto, se sei ottenebrato dal delirio di chi crede di possedere il giudizio divino. L’obbiettivo è uno solo: centrare il bersaglio, additarlo e marchiarlo definitivamente.

Una delle derivate più macroscopiche di questo pensiero riguarda l’incredibile consenso raccolto dalla proposta di revocare alla politica birmana il Nobel per la Pace. Aung San Suu Kyi iniziò la sua vita politica proprio nel periodo in cui si stava preparando l’8/8/88, il giorno in cui prese avvio una delle più importanti rivolte popolari e studentesche birmane contro la dittatura. Quel giorno e durante i mesi successivi, le vite di molti giovani furono annegate nel sangue, nel carcere più violento e degradante e nella tortura di migliaia di loro. Nel discorso di accettazione del Nobel, che potè ricevere solo ventun anni dopo il suo conferimento, anni passati in gran parte agli arresti e isolata dal mondo intero, Suu Kyi più volte ricorderà quegli uomini e quelle donne, le tante vite mute e spezzate senza le quali lei stessa e la lotta per la democrazia in Birmania non sarebbe mai potuta esistere. Più volte, durante i decenni del terrore e del dolore, sarà in nome di quegli studenti e assieme alle migliaia di oppositori dal coraggio smisurato che la sua leadership prenderà corpo e la resistenza potrà durare e vincere. Chi ha caldeggiato, organizzato e sottoscritto quella insulsa proposta forse non ha cognizione di queste vicende, forse non sa che quel Nobel “rappresenta” ed è indissolubilmente legato a quelle vite, a quelle esistenze, ma soprattutto, forse, non si rende conto di partecipare ad un rito oscuro e necrofilo di cancellazione di una vicenda importante non solo per la Birmania ma per tutta la storia della nonviolenza e della lotta per i diritti umani.

Infine, in controluce, questa vicenda mette in evidenza forse l’elemento più grave, che riguarda l’approccio alla dimensione della politica di un’ampia parte dei suoi rappresentanti, di coloro che vogliono raccontarla, e di una fetta dell’opinione pubblica: l’estrema difficoltà sia di vivere che di affrontare le contraddizioni che si aprono nello spazio pubblico, con l’insofferenza, per non dire l’avversione, nel tollerare chi vi si mette in gioco lo stesso senza soluzioni pronte e definitive; sia di immaginare possibili gestioni del conflitto che non siano indirizzate esclusivamente verso esiti distruttivi.

L’assegnazione del Nobel avviene, come per qualsiasi altro riconoscimento, alla luce della considerazione di una vicenda, o di alcuni accadimenti, così come essi si sono determinati fino a quel momento. Certo, l’auspicio che tutto quanto di significativo e di importante, previsto nel nucleo del riconoscimento assegnato, possa perpetuarsi sine die, è legittimo, ma nessuna ragionevole previsione potrebbe darlo per scontato, come un fatto definitivamente acquisito. Per qualsiasi altro riconoscimento, qualsiasi altra categoria di Nobel, la penseremmo in questo modo.

In questo caso invece – e non credo sia secondario che stiamo parlando di una donna – Aung San Suu Kyi deve dimostrare di essere una sorta di angelo, ovvero, in caso contrario, precipitare direttamente all’inferno, esattamente come la vicenda luciferina racconta. La richiesta di cancellazione e di revoca del Nobel è palesemente motivata dalla valutazione di questa sorta di inaccettabile “tradimento”, mettendo in luce un legame culturale trasversale attorno a un pensiero la cui natura intollerante e integralistica è esplicita: la difficoltà, che si avvicina all’impossibilità, di accettare un errore, anche grave, soprattutto da parte di chi hai ritenuto a lungo un tuo compagno di strada, chiudendo ogni porta, elevando subito muri che magari, altrove, si chiede incessantemente di abbattere.

Accade così quando prevalgono – ed anche questo è un tratto diffuso e trasversale – prese di posizioni istintuali attizzate principalmente dalla visceralità, laddove la politica si eclissa, in luogo delle scelte meditate e razionali alimentate dalla forza durevole e inesauribile della passione.

Credo che pochissimi abbiano davvero letto il suo discorso del 19 settembre 2017, le parole di Suu Kyi sulla difesa assoluta dei diritti umani, nessuno escluso, non possono lasciare spazio a dubbi, come pure è evidente la sua richiesta di tempo e di aiuto, interno ed esterno, il suo palesare le evidenti difficoltà e i ristretti margini di manovra nel suo governo. Naturalmente si possono valutare in maniera più o meno condivisibile, o accettabile, queste prese di posizione ma anche il giudizio più severo – a meno di non pensare che la Lady sia proprio un’artefice e una mandante del massacro dei Rohingya, parte attiva e propulsiva delle azioni intraprese dal Tatmadaw e stia, quindi, spudoratamente e vergognosamente mentendo – non potrebbe giustificare alcuno degli apprezzamenti, dei verdetti e dei punti vista di cui sopra.

Che fare allora? Aung San Suu Kyi e il governo civile birmano sembra stiano iniziando a dare qualche seguito alle conclusioni del rapporto di Kofi Annan in relazione alla “Rakhine State Advisory Commission”. Sono iniziati i primi colloqui col Bangladesh e si è avviata la discussione sul possibile rientro in Birmania dei rifugiati Rohingya ma le difficoltà e gli ostacoli sono numerosissimi. Le ombre lunghe e minacciose, i tempi assolutamente incerti. E’ evidente che l’azione internazionale di pressione e di denuncia, in primis gli appelli e le iniziative di organizzazioni come Amnesty International e Human Rights Watch, sono fondamentali e non possono assolutamente fermarsi. Ma le pressioni vanno fatte anche sui nostri governi, presso le istituzioni internazionali.

Il consiglio europeo ha adottato una presa di posizione di condanna nella quale si dispone un embargo di forniture militari e sulle attrezzature che potrebbero essere utilizzate per la repressione interna ma ha lasciato una porta aperta al dialogo in vista della prossima riunione dell’ASEM che si terrà nella nuova capitale birmana il 20 e 21 novembre prossimi. L’Europa non ha certo il peso di India e Cina – che hanno i maggiori interessi su quell’area e hanno scelto non casualmente la strada del silenzio o di qualche blanda dichiarazione asettica e formale – o degli Stati Uniti che, nella traccia della nuova presidenza, ha ripreso modalità aggressive anche in Asia, ma potrebbe introdurre qualche elemento di novità e di rottura di schemi triti e senza futuro iniziando ad abbandonare la strada che mette gli interessi geopolitici rigorosamente nel solco di uno spietato neoliberismo che si nutre di una globalizzazione predona di uomini e terre.

Se l’Europa iniziasse a porre con forza il tema che i diritti umani e la dignità per ogni uomo e per ogni donna del pianeta sono la pietra angolare con cui guardare e valutare ogni scelta di natura, sociale, politica ed economica potrebbe segnare un’autentica e storica differenza. Sarebbe un segno forte di speranza non solo per il popolo Rohingya ma per una parte grande del pianeta. Su questo terreno Papa Francesco, che visterà Myanmar tra meno di due settimane, potrebbe anch’egli giocare un ruolo importante. Vedremo, nelle prossime settimane, cosa accadrà.

Come sempre, ogni cambiamento politico dipende solo da noi, da come e quanto siamo disposti a metterci in gioco. Senza dimenticare di tenere vivo il pensiero critico, principalmente rispetto ai percorsi che si intraprendono, alle nostre scelte. Prendendosi il tempo che occorre per riflettere, soprattutto in quest’epoca, nella quale le tecnologie, e in particolare chi pensa di trarne sostanzioso profitto politico ed economico, spingono a magnificare il “tempo reale”, a pensare che le cose accadono per noi, e solo per noi, in quel preciso momento oppure le abbiamo perse per sempre. Consapevoli dei nostri limiti che, a pensarci bene, forse non sono così diversi da quelli di chiunque altro.

 

 

 PS: Le parti in arancione sono link a notizie o documenti attinenti i diversi passaggi del testo. Debbo ringraziare in maniera particolare Emanuele Giordana e Alessandra Chiricosta per il loro notevole contributo di analisi e di riflessione.

 

 

L’uno è (parte de) l’altro

Impermeabili.

Gli impermeabili scivolati a terra, finalmente dismessi, arrivano come il segno di una liberazione. Anche per me, spettatore. O forse solo per me? Una liberazione. Anche se non so bene da cosa, da chi.

Sono tutti uguali, stretti, anonimi, in una trentina di insignificanti varianti di nocciola, di crema caffè ghiacciata.

Ognuno dei trentadue attori che hanno rimesso in scena, il 27 maggio a Brescia, gli Esercizi di stile di Raymond Queneau era vestito così.

Non avevo mai pensato che impermeabile potesse essere sinonimo di guscio, di corazza. Anche se, a pensarci bene, tutto ciò che è impermeabile serve a impedire un passaggio, un attraversamento, un’infiltrazione, oppure un contatto, una contaminazione. Chissà che non stia anche questa considerazione all’origine di quella scelta e non solo il riferimento esplicito allo scarno testo di Queneau.

Ma l’impermeabile, usato serialmente, come sul palco del Teatro Sociale, mi ha fatto pensare anche all’atto – all’impulso – dell’etichettare, del manifestare il potente pregiudizio della catalogazione, della classificazione, che ha bisogno di involucri, di contenitori standard, differenziati solo da un numero, da una lettera oppure, come nella messa in scena del progetto Somebody, Teatro delle Diversità“, da un bavero più alto, un’allacciatura a doppiopetto, una cintura ciondolante.

Credo sia per queste suggestioni se ho vissuto la scena finale come una liberazione. Finalmente si è potuto scoprire cosa c’era dietro ogni soprabito, guardare effettivamente ogni carta riposta in quei cassetti, in quelle decine di faldoni.

Osservare, e godere, di quei vestiti colorati, luminosi ed eleganti, solo intravisti durante la rappresentazione, nei tentativi mal riusciti – subito stroncati e repressi dagli altri impermeabilizzati – di mostrarsi per ciò che si è. Di parlare principalmente per chiedere ascolto, non per emettere giudizi. Di interloquire per conoscersi, di scoprirsi per manifestarsi ognuno nella propria originale ricchezza.

All’inizio ho pensato: ma come reggeranno con il minimale canovaccio di quel libro tutta la rappresentazione? Poi, mano a mano che il filo della recitazione si dipanava, mi sono accorto che il testo era solo un pretesto. E il motivo non era un esercizio di stile.

Certo, ognuno sciorinava quel piccolo pezzetto di racconto a modo suo, con il punto di vista della sua propria storia, ma era qualcos’altro che si muoveva sottotraccia.

La varietà delle voci era principalmente nelle differenze di volume, di accento, di respiro. C’erano lingue sciolte, tremolanti, spavalde, imbarazzate. Poi c’erano dei corpi. Ognuno irresistibilmente diverso dall’altro. Ognuno con la sua lucentezza, la sua tinta, la sua propria e speciale forza. Con le sue pieghe profonde, placche tettoniche, nascenti o inabissate. Ognuno con la sua contrattura, la sua ferita, visibile o nascosta. Passi difficoltosi, equilibri raggiunti e persi nello scoccare di una giravolta, fissità, movimento, tensione. Corpi in tensione.

La tensione si è avvertita fortissima anche in una scena centrale, una lunga, lunghissima pausa, tutti seduti su una sedia, teste rivolte all’indietro, quasi distesi. Nel silenzio. Un silenzio denso in cui si rapprendevano tutte le vite, tutte le esistenze che calcavano i legni del teatro.

La tensione dei nervi, di una massa in movimento che si nasconde ma preme, da dentro, come un fluido che esce potente da una condotta misteriosa e aziona le mani, i piedi, il collo, le dita, in gesti che non conosci ma che sono indubitabilmente solo tuoi. O come un macigno che improvvisamente ti si para davanti, un’enorme roccia traslucida che ti intrappola in un angolo morto, attraverso la quale intravedi un mondo che si muove incomprensibile, che formicola senza alcun senso apparente. Un mondo che non ti sentirebbe neppure se urlassi, così vicino, ma così distante.

Solo l’apparizione della musica, durante la rappresentazione, sembrava offrire una via d’uscita, trasformava, sia pure solo in quei brevi momenti, la tensione in onda, flusso in cui abbandonarsi, o almeno solo un poco rilasciare la stretta. Poco importando che tra “Developers” di Steve Ballmer e “La foule” di Edith Piaf il salto fosse quanto mai evidente. La musica quasi sempre si diverte a fare scherzi simili, ma in realtà sarà proprio ogni brano a preparare l’esplosione policroma della fine dello spettacolo.

L’uno è l’altro. L’enfasi del titolo, la sottolineatura che un accento, un minuscolo tratto in apice a una lettera possa, da solo, cambiare prospettiva, disarcionare la fissità scontata di un modo ordinario di pensare ai rapporti, alle relazioni tra umani, colpisce il bersaglio nel nostro immaginario. Ma sarebbe già un enorme acquisizione se arrivassimo a considerare che l’uno è parte dell’altro, che forse “io” non è questa massiccia e imperscrutabile monade di cui si racconta in giro. Probabilmente è stata solo una mia suggestione ma la rappresentazione questo approccio tra i personaggi lo ha raccontato bene. O almeno a me è parso così. Perché in quel muoversi, in quel dire, in quel narrare; in quello spingersi, sfiorarsi, abbracciarsi; nello scontrarsi, nel guardarsi o nel volteggiare, contemporaneamente perso e preciso, della danza, ognuno, in una invisibile osmosi, passa, cede – che parola importante – una parte di sé all’altro. E non importa se sia uno sputo di fiele o un seno ebbro di piacere, conta che ogni gesto sia autentico. Che dietro ogni nostro muoversi ci sia un “M’importa di te“. Quella passione ci toccherà, ci cambierà. Un filamento dorato di quella materia impercettibile che misteriosamente ci anima si staccherà senza strappi, senza ferite, da quella baia incorniciata di cobalto di chi ci sta di fronte, di chi ci sta vicino, e si allaccerà ad un altro capo di una sostanza simile che già ondeggiava dentro di noi. Come giovani sargassi, intrecciati nella corrente, i nuovi talli prenderanno dimora nel nostro multicolore abisso assieme agli altri che già vi respiravano, e saranno da essi distinti, saranno da essi indistinguibili.

E non saremo più solo noi stessi, “soli” noi stessi. Saremo noi, saremo altro.

 

NB: le parole in arancione sono link 
che rinviano ad altre pagine o articoli pubblicati.

Ninive, la via senza uscita

Cliccando sulla foto un mio articolo sulla presa di Mosul pubblicato da Comune-Info.

Ninive, la via senza uscita

I rifascisti dell’arte 

L’architettura fascista è storia. Assurdo demolire dei capolavori“. Nei giorni scorsi, questo articolo uscito sul dorso romano del Corriere della Sera, ha suscitato l’interesse anche di alcuni bresciani. Non sono uno storico dell’arte e nemmeno uno storico dell’architettura ma il tentativo, che ricorre ciclicamente, di far coincidere le vicende e la storia del futurismo e dell’architettura razionalista con il fascismo è quanto di più rozzo e superficiale si possa mettere in atto. Che lo faccia un quotidiano come il Corriere della Sera è un fatto vieppiù avvilente e triste.

Entrambi i movimenti – peraltro molto diversi tra loro per origini e riferimenti culturali – sono nati ben prima del fascismo.

Il futurismo è stato un movimento breve ma talmente composito da dare luogo a esiti diversissimi nei tanti paesi in cui si è sviluppato. Anche in Italia solo una sua parte aderì al fascismo. Molti artisti nati nel suo alveo hanno dato luogo ad opere e a scelte che non hanno avuto nulla a che vedere col regime.

Il movimento per l’architettura razionale invece ha prodotto scuola ed opere ancora per diversi decenni dopo la fine della guerra. Qui, forse in maniera ancora più netta, la sovrapposizione col fascismo è strettamente limitata a nomi, tempi e lavori precisi.

Ma tutta questa è solo un’obbligatoria e necessaria premessa.

È evidente che questo tentativo, il linguaggio mistificante con il quale viene veicolato, non ha come obbiettivo la salvaguardia e la tutela di opere d’arte ma la riabilitazione, la “normalizzazione”, della storia e della ideologia fascista.

Molti importanti artisti ed architetti hanno aderito o collaborato con il regime ma la maggior parte dei “grandi”, di coloro che hanno lasciato una traccia nella storia della cultura, assai difficilmente hanno prodotto mera “propaganda” mussoliniana.

Non è certo il numero di icone, di mascelle o di iscrizioni  cubitali, che il fascismo appiccicava a grappoli, dappertutto, dai tombini fognari alle facciate monumentali, a fare la differenza tra un’operazione di regime e un’elaborazione di valore artistico o architettonico.

Certo, c’è una fascia liminare nella quale i confini si diradano, talvolta si perdono, ma la storiografia critica, lo studio rigoroso delle forme espressive, la ricostruzione filologica dei processi creativi ed elaborativi di manufatti ed opere d’arte ci ha detto moltissimo sulla produzione culturale avvenuta nel ventennio.

Possiamo annoverare, infine, pochissimi autori tra le fila dei nostalgici anche dopo la caduta della dittatura.

Dopodiché il valore simbolico di ogni opera d’arte, di ogni manufatto pubblico, delle volte è innestato nel valore artistico in maniera chiara e inseparabile, delle altre entrambe le cifre si manifestano in una molteplicità di segni e di caratteri, altre volte le due sfere prendono strade autonome fino, in certi casi, a divaricarsi nettamente. Queste possibilità si presentano, a maggior ragione quando, in quella sfera simbolica, rientrano più o meno manifesti intenti politici.

In questo senso l’opera complessiva di artisti di puro genio, come ad esempio Giacomo Balla, o di architetti che hanno segnato indelebilmente la storia dell’abitare nel segno dell’utilità collettiva, come ha fatto Ignazio Gardella, i quali hanno prodotto e realizzato capolavori nel ventennio, potrebbe essere definita “fascista” solo ricorrendo alla categoria della bestemmia.

Lo stesso non si potrebbe dire però di altre situazioni, altri artisti ed altri lavori. Tra questi ultimi certamente si può annoverare “L’era fascista” di Dazzi. Statua il cui esplicito valore simbolico e propagandistico, e la cui storia – raccontata recentemente, tra gli altri, da Luciano Costa – danno indubitabilmente conto degli intenti e dei messaggi che doveva veicolare. Scultura, inoltre, la cui modestia artistica e rappresentativa, risulta davvero difficile non percepire. Qualità espresse, peraltro, anche nel nome con il quale è passata alla storia, Bigio: definizione nella quale il grigiore e l’indefinitezza fanno il paio solo con l’assonanza scurrile di un lemma ben noto del dialetto bresciano.

Tutto ciò risulta ancora più evidente nella querelle cittadina sull’ipotesi di riposizionare il manufatto a Piazza Vittoria, dove si scontrano posizioni diverse e legittime ma tutte destinate inevitabilmente a ricadere sul piano inclinato del confronto storico ed ideologico.

Per questo penso che la ricollocazione della statua possa avvenire solo in un luogo musealizzato dalle caratteristiche precise, con un corredo chiaro di valutazioni storiche, politiche ed artistiche, che abbiano al centro senza mistificazioni, o peggio, nostalgie, quell’era fascista di cui la scultura voleva celebrare i fasti.

La scelta di ricollocarla in piazza Vittoria rischierebbe non solo di avere come conseguenza la grave responsabilità di generare tensioni, aprire ferite e ampliare divisioni ma non sarebbe nemmeno un buon servizio alla città, alla sua storia. Una storia che sta riemergendo, rinascendo per certi versi, proprio sotto le insegne di un rinnovato vigore ed interesse per la cultura. Cultura come ricerca, dialogo, apertura, sperimentazione. Cultura intesa in un arco amplissimo che mette a valore ogni modo di espressione, ogni sfera del sapere.

Dall’arte, quindi, nella sua molteplicità di forme e di lingue, alle produzioni diffuse e di valore sui piani della musica, del teatro, della fotografia e dell’intreccio multidisciplinare di diversi campi espressivi, fino alla gran parte degli ambiti del sapere e della conoscenza. Da quello profondissimo, antico e radicato della storia e della tradizione contadina ed operaia della nostra città fino ad arrivare al fermento inventivo per la scienza, la tecnologia, la matematica.

Arte e sapere che si esprimono al meglio quando avvertono l’attenzione, il rispetto, la curiosità del contesto in cui si muovono. Arte e sapere che hanno bisogno di cura, di interesse e di partecipazione autentica per formarsi, lievitare e offrire al mondo i frutti della bellezza, della pienezza, della passione per la vita e per la scoperta. Arte e sapere che hanno in sé, irriducibili, il germe della condivisione, le braccia aperte dello stupore, la corrente dolce e sulfurea dell’amore.

 

 

La musica. Lingua d’Europa.

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L'articolo così com'è uscito nel dossier dedicato all'Europa
del n° 7, Dicembre 2016, di Missione Oggi.

 

Negli ultimi decenni abbiamo parlato molto d’Europa, in particolare dopo l’avvento della moneta unica. Il fatto è che ne abbiamo parlato ognuno dal suo staterello, con lo sguardo ristretto al proprio piccolo cortile. Abbiamo parlato poco, invece, da europei e tra europei. Dell’Europa. Di quale destino comune, di quale futuro, per questo grande continente.

Le spinte centrifughe, con la scelta di rottura verticale presa dai cittadini britannici, sono figlie di molti fattori ma certo anche di questo approccio. Il dato relativo al confronto tra il voto giovanile e quello anziano, nell’analisi del referendum sulla Brexit, ha prodotto molti commenti superficiali, se non proprio risibili, come il definire il voto dei vecchi ispirato a chiusura, paura e ingordigia e quello dei giovani ai valori opposti. Che, in alcuni commenti, si sono spinti a immaginare – tra il surreale e il gravemente preoccupante – addirittura restrizioni al voto per i più vegliardi.

Pochi hanno rilevato che per parlarsi occorre una lingua comune e condivisa. Ma una lingua non è qualcosa che possa conchiudersi, o definirsi, attraverso una grammatica, una sintassi, delle regole e una fonetica. Una lingua si definisce in primo luogo nell’ambito di una storia.

I MUSICISTI: UOMINI LIBERI

La storia ci racconta che l’Europa ha – ed è – uno specifico luogo di scambio, di relazione, di studio, di creatività, di produzione, di crescita spirituale, culturale e materiale. Questo luogo è l’ambito dell’arte in generale e della musica in particolare. Soprattutto della musica. In questo luogo, da almeno otto secoli a questa parte, le cui radici affondano già nel IX secolo e nella cesura dell’epoca carolingia, si è formata una lingua, una lingua d’Europa.

Ma il linguaggio musicale europeo non va considerato solo come un idioma che, nei suoi sviluppi storici, ha configurato una produzione musicale con caratteristiche peculiari sotto ogni profilo la si voglia analizzare. Il linguaggio musicale europeo è, e si deve intendere, anche come una delle principali “lingue” europee, se non la principale.

Ci sono legami che fanno dell’Europa un’entità autentica. Nulla a che vedere con i vincoli e le norme prodotti da quell’edificio di natura burocratico-statuale, indirizzato verso il raggiungimento di risultati finanziario-commerciali, i cui principali “beneficiari”, da alcuni anni a questa parte, sono davvero pochissime persone. I legami di cui parlavo poc’anzi hanno potuto costituirsi, stringersi, aprire canali di comunicazione, proprio grazie al venire in essere di un’articolatissima storia e di una grande lingua. Questa lingua europea della musica è stata, fin dalla sua gestazione, uno strumento di dialogo, di confronto ma anche di scontro, su molteplici piani, da quello politico a quello della religione, da quello ideologico a quello culturale.

La musica, il suo linguaggio, il suo messaggio, la sua capacità rappresentativa, il suo potere poietico non sono mai stati – né mai potrebbero esserlo – ingabbiati, fermati, annientati, o costretti in vincoli dettati da luoghi residenti al di fuori di essa. Anche nei momenti dei conflitti più aspri, delle scelte più buie, come a cavallo tra la riforma e controriforma; anche all’epoca delle tensioni più drammatiche che portarono alla prima guerra mondiale ciò non accadde mai. I musicisti europei hanno attraversato il continente in lungo e in largo dalla Sicilia a Londra, dalla penisola iberica alla Russia, ininterrottamente, per secoli, quale che fosse la situazione politica, economica, sociale. Addirittura durante la dittatura nazista e l’occupazione di tanti Stati continentali da parte delle truppe hitleriane la musica, i musicisti, la ricerca teorica e stilistica, non si fermarono mai.

DUE EPISODI SIGNIFICATIVI

Due episodi, per molti aspetti opposti, avvenuti durante il periodo nazista in Germania ed in Francia, che qui accenniamo solo come un brevissimo e largamente incompleto riferimento, ci raccontano questa irriducibile peculiarità della musica. Le vicende del grande direttore d’orchestra Wilhelm Furtwängler e di uno dei più importanti chitarristi della storia del jazz, Django Reihnardt, possono farci vedere da un altro punto di vista la questione e l’importanza di questo ambito artistico.

La prima è una storia ricca di chiaroscuri che però, avulsa dal rapporto strettissimo che il direttore intrattenne con la musica e con la richiesta di “parola” che da quell’universo, e attraverso le proprie scelte testuali e interpretative, essa emanava (basti pensare alla tenzone attorno a Beethoven che, nonostante gli sforzi giganteschi del regime, non riuscì mai ad essere trasformato in un simbolo del nazismo) rischia di essere pressoché inestricabile ed incomprensibile.

Furtwängler, dapprima osannato e richiesto da mezzo mondo – nonostante operasse nella Germania con Hitler già saldamente al potere – quando decide di non espatriare dal paese del Reich, come fanno diversi altri artisti e musicisti, viene dipinto rapidamente, da più parti – anche a seguito di un’orchestrata campagna di regime – come un collaborazionista. Ma Furtwängler non si iscrisse mai al partito nazista, difese, in più d’un’occasione, i musicisti ebrei e fu al centro di episodi clamorosi di rotta con il regime, come quando, nel ‘34, si dimise dall’incarico di direttore dell’Opera di Berlino perché gli fu impedito di dirigere un’opera di Paul Hindemith, considerato dai nazisti un “musicista degenerato”. La commissione di denazificazione, che lo vide come imputato alla fine del conflitto mondiale, lo assolse dalla pesante accusa, ma egli pagò comunque un prezzo altissimo nel dopoguerra che lo costrinse a rinunciare a concerti e incarichi prestigiosi, come la direzione della Chicago Symphony Orchestra, offertagli nel ‘49, a causa del peso di quella storia.

La seconda, forse ancor più paradossale, riguarda uno zingaro, Django Reihnardt – uno dei più grandi musicisti del secolo scorso – a cui non solo non venne torto un capello durante l’occupazione nazista, ma suonò, per tutti quei lunghi anni, nei club parigini frequentati da ufficiali della Wehrmacht – sia pure con la morte nel cuore, essendo ben consapevole del dramma del suo popolo – mentre tutta la sua gente veniva rastrellata senza pietà e portata a morire nelle camere a gas dei lager tedeschi. Anch’egli cercò di sottrarsi dalle pressioni e dalle lusinghe naziste che lo richiedevano incessantemente per concerti e serate ufficiali e tentò, in più d’un’occasione, di lasciare la Francia occupata. Sempre senza successo. Nel suo caso però fu proprio al termine del conflitto che la sua leggenda si consolidò e che le porte della patria del jazz, gli Stati Uniti, gli si aprirono consacrandolo come uno dei più grandi maestri di quella tradizione musicale.

NON PUÒ ESISTERE UNITÀ EUROPEA SENZA LA MUSICA

Tutto ciò è potuto accadere, certo, per molteplici motivi, di varia e diversa natura, ma indubbiamente anche perché il linguaggio della musica, quella autentica, spiazza sempre, chiunque.

Perché la consuetudine con la musica – la pratica difficile del suo linguaggio, la fatica grande per dare forma al suo essere, l’evanescenza della sua sostanza, la sola fugacità in grado di non scadere nell’effimero, la sua inafferrabilità che vive assieme alla più marcata immediatezza, alla forza enorme che ne promana – lascia nella sensibilità di ognuno un amo e un filo sottilissimo capace però sia di portare, sia di tenere – di reggerne il peso grande – le cose ultime, il senso stesso del nostro essere al mondo.

Non è un caso che le Muse, figlie di Zeus e Mnemosyne, rappresentino la sfera dell’arte. Il luogo laddove l’intelletto – nella sua radice della visionarietà – il sapere – nella pienezza della conoscenza, attraverso tutti gli “strumenti” umani – e la memoria, che traccia la storia del mondo e di ognuno di noi, si fondono e si rivelano nell’opera d’arte. Non è un caso che la musica prenda origine dal nome di quelle divinità. È per questo che allora l’artista, per tener fede al suo mandato, deve vedere, deve sentire, deve parlare. È per questo che il musicista si misura con gli abissi, respirando le contraddizioni del suo tempo, accettando anche ferite sanguinanti. Essendo certo che la sua personale musa trasfigurerà il male senza occultarlo, farà sgorgare dal dolore la felicità e dalla nostalgia la serenità. Trarrà dal caos la più diafana e trasparente bellezza.

UNA TRACCIA DEL “DIVINO” CHE CI ABITA

Ed è anche per questo che quella lingua diventa al tempo stesso una traccia del “divino” che risiede in ognuno di noi – nella bellezza, nello splendore, nello stupore – e un segno indelebile, un alfabeto immortale, del nostro passaggio sulla terra.

Purtroppo quest’ambito – una galassia densa di idee e di valori, di sentimenti e di passioni, uno dei principali luoghi nei quali una condivisa dimensione continentale ha già un suo solido fondamento, una storia straordinaria e ricchissima – è stato completamente sottovalutato e tralasciato, se non proprio volutamente oscurato, nella costruzione dell’unità europea avviata negli ultimi decenni. Se vorremo sortirne e dare luogo a una nuova storia non potremo che cominciare anche da qui.

 

Bibliografia minima

Una bibliografia sul tema trattato può contare su diverse centinaia di titoli.
Nello specifico si può rimandare ai volumi indicati di seguito sia per il tema specifico dell’articolo, sia per quanto riguarda le biografia di Furtwängler e di Reinhardt.

Georgiades, Thrasybulos Georgios
Musica e linguaggio : il divenire della musica occidentale nella prospettiva della composizione della Messa / Thrasybulos G. Georgiades, Napoli : Guida, \1989!

Griffiths, Paul <1947- >
Breve storia della musica occidentale / Paul Griffiths, Torino : Einaudi, [2007]

Dal canto cristiano alla fine del 19. secolo / Giordano Montecchi
Milano : Biblioteca universale Rizzoli, 1998
Fa parte di: Una storia della musica : artisti e pubblico in Occidente dal Medioevo ai giorni nostri / Giordano Montecchi

Roncigli, Audrey
Il caso Furtwängler : un direttore d’orchestra sotto il terzo Reich / Audrey Roncigli ; presentazione di Antonio Pappano ; traduzione di Nicola Cattò, Varese : Zecchini, 2013

Dregni, Michael
Django : vita e musica di una leggenda zingara / Michael Dregni ; edizione italiana e traduzione dall’inglese a cura di Francesco Martinelli, Torino : EDT ; [Siena] : Fondazione Siena jazz, 2011

Compianto per un’amica

Sandro Botticelli, "Compianto sul Cristo morto", 
tempera su tavola (107x71 cm), 1495-1500, Museo Poldi Pezzoli (Mi)

Ieri pomeriggio abbiamo salutato una cara amica, a Milano. Abbiamo stretto in un abbraccio suo papà, suo fratello e tanti amici.

Sulla strada del ritorno – superata Piazza Duomo, illuminata da un vento di cristallo tagliente, vociante nel carnevale ambrosiano, ma quasi sommessamente, come si fosse accorta del nostro passaggio e di quella “toppa di inesistenza” che ci accompagnava da giorni – del tutto casualmente, siamo stati richiamati da uno dei tanti, preziosi, scrigni meneghini: il Museo Poldi Pezzoli.

Tra le meraviglie custodite nel palazzo, un quadro, sopra tutti, una tempera su tavola di legno, è venuta – questa, forse, non casualmente – incontro a me e a Silvia: il “Compianto sul Cristo morto” di Sandro Botticelli.

Non conoscevo questo lavoro di tanto potente e illimitato dolore.

I corpi, luminosi e iridescenti, pur nel pallore dell’angoscia e della morte, sono intrecciati l’uno all’altro. Come nascessero, l’uno dall’altro. Anticipano, incredibilmente, di 400 anni “Vita e Morte” e tanti altri capolavori di Gustav Klimt.

Il fondale del sepolcro, d’un rigoroso nero incorniciato da colonne improbabili, la predominanza e l’evidenza misteriosa e insopprimibile delle mani di ognuna delle figure dipinte, fanno ripensare al tempo bloccato da un’assenza straniante dei lavori di De Chirico. Quattro secoli prima.

Maria è svenuta, crollata, come ogni madre ferita a morte. San Giovanni Battista la sorregge, offrendo a suo sostegno l’incavo tra il collo e la spalla ma il suo braccio penzola, inerte, senza forze, come quello della madre. Il volto di Maria ha un’espressione affranta ma non disperata.

Maddalena tiene i piedi del Cristo, avvolti in un lembo di sudario, tra le sue mani, come cullasse un neonato in una ninna nanna appena sussurrata. I suoi occhi sono chiusi. Sembra una testa caduta, rotolata giù dopo un’esecuzione. Ma il suo viso è disteso, la sua guancia è reclina sui piedi di Gesù, come a volere proteggere, riparare. In realtà sta assorbendo quell’ultimo respiro nel punto più basso, sta ispirando, inginocchiata e ripiegata verso la terra d’ocra, quell’ultimo tenue soffio. Una ciocca rossa dei suoi capelli scivola tra i piedi gelidi del Nazareno.

Una donna si copre il volto con le mani che avvolgono la tunica blu, l’altra donna, tra le mani, tiene il volto di Cristo, esangue, piegato in una curva innaturale.

Le mani. Sono le mani la fonte espressiva primaria di questo quadro. Le mani, e gli occhi – celati e chiusi – delle donne.

Sono mani dai gesti delicati, senza rabbia, senza difese. Le sembianze dei volti e gli occhi sono raccolti su quel drammatico presente ma ognuna di loro sa già che quel breve passaggio terreno ha lasciato una traccia definitiva. Ha cambiato il mondo.

Ma, senza timore di essere blasfemo, qualcosa di simile accade ogni giorno, dappertutto, nel mondo. Ogni giorno accade che ci rendiamo conto dell’importanza di alcune persone, della traccia che hanno lasciato nel loro passaggio sulla terra e, in particolare, di come e quanto profondamente ci hanno cambiato.

Così anche a me è accaduto. E’ accaduto con quella cara amica salutata ieri e con le tante persone che, fortunatamente, ho incontrato durante il mio cammino e che ogni tanto mi ricordano, e mi fanno dire, che io, praticamente, non sono mai stato propriamente “io”.

Così il dolore, nel capolavoro di Botticelli, che colpisce implacabile al primo impatto con il legno dipinto, lentamente trascolora in un riverbero di luci che rivelano l’anima profonda di quelle donne. E un mutamento incarnato, dentro ognuna di esse.

Così quella sofferenza impossibile – che ti lascia attonito e immobile, frastornato e rapito – espressa con tanta dura potente bellezza si trasforma irrevocabilmente in un corale gesto d’amore che trova nella Maddalena il suo punto sorgivo.

A terra, ripiegati e inginocchiati, mescolati d’argilla e di fango, non smetteremo di esserci, di resistere, di vivere e di lottare.

Soprattutto, non smetteremo d’amare.

Milano, 5 marzo 2017