I rifascisti dell’arte 

L’architettura fascista è storia. Assurdo demolire dei capolavori“. Nei giorni scorsi, questo articolo uscito sul dorso romano del Corriere della Sera, ha suscitato l’interesse anche di alcuni bresciani. Non sono uno storico dell’arte e nemmeno uno storico dell’architettura ma il tentativo, che ricorre ciclicamente, di far coincidere le vicende e la storia del futurismo e dell’architettura razionalista con il fascismo è quanto di più rozzo e superficiale si possa mettere in atto. Che lo faccia un quotidiano come il Corriere della Sera è un fatto vieppiù avvilente e triste.

Entrambi i movimenti – peraltro molto diversi tra loro per origini e riferimenti culturali – sono nati ben prima del fascismo.

Il futurismo è stato un movimento breve ma talmente composito da dare luogo a esiti diversissimi nei tanti paesi in cui si è sviluppato. Anche in Italia solo una sua parte aderì al fascismo. Molti artisti nati nel suo alveo hanno dato luogo ad opere e a scelte che non hanno avuto nulla a che vedere col regime.

Il movimento per l’architettura razionale invece ha prodotto scuola ed opere ancora per diversi decenni dopo la fine della guerra. Qui, forse in maniera ancora più netta, la sovrapposizione col fascismo è strettamente limitata a nomi, tempi e lavori precisi.

Ma tutta questa è solo un’obbligatoria e necessaria premessa.

È evidente che questo tentativo, il linguaggio mistificante con il quale viene veicolato, non ha come obbiettivo la salvaguardia e la tutela di opere d’arte ma la riabilitazione, la “normalizzazione”, della storia e della ideologia fascista.

Molti importanti artisti ed architetti hanno aderito o collaborato con il regime ma la maggior parte dei “grandi”, di coloro che hanno lasciato una traccia nella storia della cultura, assai difficilmente hanno prodotto mera “propaganda” mussoliniana.

Non è certo il numero di icone, di mascelle o di iscrizioni  cubitali, che il fascismo appiccicava a grappoli, dappertutto, dai tombini fognari alle facciate monumentali, a fare la differenza tra un’operazione di regime e un’elaborazione di valore artistico o architettonico.

Certo, c’è una fascia liminare nella quale i confini si diradano, talvolta si perdono, ma la storiografia critica, lo studio rigoroso delle forme espressive, la ricostruzione filologica dei processi creativi ed elaborativi di manufatti ed opere d’arte ci ha detto moltissimo sulla produzione culturale avvenuta nel ventennio.

Possiamo annoverare, infine, pochissimi autori tra le fila dei nostalgici anche dopo la caduta della dittatura.

Dopodiché il valore simbolico di ogni opera d’arte, di ogni manufatto pubblico, delle volte è innestato nel valore artistico in maniera chiara e inseparabile, delle altre entrambe le cifre si manifestano in una molteplicità di segni e di caratteri, altre volte le due sfere prendono strade autonome fino, in certi casi, a divaricarsi nettamente. Queste possibilità si presentano, a maggior ragione quando, in quella sfera simbolica, rientrano più o meno manifesti intenti politici.

In questo senso l’opera complessiva di artisti di puro genio, come ad esempio Giacomo Balla, o di architetti che hanno segnato indelebilmente la storia dell’abitare nel segno dell’utilità collettiva, come ha fatto Ignazio Gardella, i quali hanno prodotto e realizzato capolavori nel ventennio, potrebbe essere definita “fascista” solo ricorrendo alla categoria della bestemmia.

Lo stesso non si potrebbe dire però di altre situazioni, altri artisti ed altri lavori. Tra questi ultimi certamente si può annoverare “L’era fascista” di Dazzi. Statua il cui esplicito valore simbolico e propagandistico, e la cui storia – raccontata recentemente, tra gli altri, da Luciano Costa – danno indubitabilmente conto degli intenti e dei messaggi che doveva veicolare. Scultura, inoltre, la cui modestia artistica e rappresentativa, risulta davvero difficile non percepire. Qualità espresse, peraltro, anche nel nome con il quale è passata alla storia, Bigio: definizione nella quale il grigiore e l’indefinitezza fanno il paio solo con l’assonanza scurrile di un lemma ben noto del dialetto bresciano.

Tutto ciò risulta ancora più evidente nella querelle cittadina sull’ipotesi di riposizionare il manufatto a Piazza Vittoria, dove si scontrano posizioni diverse e legittime ma tutte destinate inevitabilmente a ricadere sul piano inclinato del confronto storico ed ideologico.

Per questo penso che la ricollocazione della statua possa avvenire solo in un luogo musealizzato dalle caratteristiche precise, con un corredo chiaro di valutazioni storiche, politiche ed artistiche, che abbiano al centro senza mistificazioni, o peggio, nostalgie, quell’era fascista di cui la scultura voleva celebrare i fasti.

La scelta di ricollocarla in piazza Vittoria rischierebbe non solo di avere come conseguenza la grave responsabilità di generare tensioni, aprire ferite e ampliare divisioni ma non sarebbe nemmeno un buon servizio alla città, alla sua storia. Una storia che sta riemergendo, rinascendo per certi versi, proprio sotto le insegne di un rinnovato vigore ed interesse per la cultura. Cultura come ricerca, dialogo, apertura, sperimentazione. Cultura intesa in un arco amplissimo che mette a valore ogni modo di espressione, ogni sfera del sapere.

Dall’arte, quindi, nella sua molteplicità di forme e di lingue, alle produzioni diffuse e di valore sui piani della musica, del teatro, della fotografia e dell’intreccio multidisciplinare di diversi campi espressivi, fino alla gran parte degli ambiti del sapere e della conoscenza. Da quello profondissimo, antico e radicato della storia e della tradizione contadina ed operaia della nostra città fino ad arrivare al fermento inventivo per la scienza, la tecnologia, la matematica.

Arte e sapere che si esprimono al meglio quando avvertono l’attenzione, il rispetto, la curiosità del contesto in cui si muovono. Arte e sapere che hanno bisogno di cura, di interesse e di partecipazione autentica per formarsi, lievitare e offrire al mondo i frutti della bellezza, della pienezza, della passione per la vita e per la scoperta. Arte e sapere che hanno in sé, irriducibili, il germe della condivisione, le braccia aperte dello stupore, la corrente dolce e sulfurea dell’amore.

 

 

La musica. Lingua d’Europa.

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L'articolo così com'è uscito nel dossier dedicato all'Europa
del n° 7, Dicembre 2016, di Missione Oggi.

 

Negli ultimi decenni abbiamo parlato molto d’Europa, in particolare dopo l’avvento della moneta unica. Il fatto è che ne abbiamo parlato ognuno dal suo staterello, con lo sguardo ristretto al proprio piccolo cortile. Abbiamo parlato poco, invece, da europei e tra europei. Dell’Europa. Di quale destino comune, di quale futuro, per questo grande continente.

Le spinte centrifughe, con la scelta di rottura verticale presa dai cittadini britannici, sono figlie di molti fattori ma certo anche di questo approccio. Il dato relativo al confronto tra il voto giovanile e quello anziano, nell’analisi del referendum sulla Brexit, ha prodotto molti commenti superficiali, se non proprio risibili, come il definire il voto dei vecchi ispirato a chiusura, paura e ingordigia e quello dei giovani ai valori opposti. Che, in alcuni commenti, si sono spinti a immaginare – tra il surreale e il gravemente preoccupante – addirittura restrizioni al voto per i più vegliardi.

Pochi hanno rilevato che per parlarsi occorre una lingua comune e condivisa. Ma una lingua non è qualcosa che possa conchiudersi, o definirsi, attraverso una grammatica, una sintassi, delle regole e una fonetica. Una lingua si definisce in primo luogo nell’ambito di una storia.

I MUSICISTI: UOMINI LIBERI

La storia ci racconta che l’Europa ha – ed è – uno specifico luogo di scambio, di relazione, di studio, di creatività, di produzione, di crescita spirituale, culturale e materiale. Questo luogo è l’ambito dell’arte in generale e della musica in particolare. Soprattutto della musica. In questo luogo, da almeno otto secoli a questa parte, le cui radici affondano già nel IX secolo e nella cesura dell’epoca carolingia, si è formata una lingua, una lingua d’Europa.

Ma il linguaggio musicale europeo non va considerato solo come un idioma che, nei suoi sviluppi storici, ha configurato una produzione musicale con caratteristiche peculiari sotto ogni profilo la si voglia analizzare. Il linguaggio musicale europeo è, e si deve intendere, anche come una delle principali “lingue” europee, se non la principale.

Ci sono legami che fanno dell’Europa un’entità autentica. Nulla a che vedere con i vincoli e le norme prodotti da quell’edificio di natura burocratico-statuale, indirizzato verso il raggiungimento di risultati finanziario-commerciali, i cui principali “beneficiari”, da alcuni anni a questa parte, sono davvero pochissime persone. I legami di cui parlavo poc’anzi hanno potuto costituirsi, stringersi, aprire canali di comunicazione, proprio grazie al venire in essere di un’articolatissima storia e di una grande lingua. Questa lingua europea della musica è stata, fin dalla sua gestazione, uno strumento di dialogo, di confronto ma anche di scontro, su molteplici piani, da quello politico a quello della religione, da quello ideologico a quello culturale.

La musica, il suo linguaggio, il suo messaggio, la sua capacità rappresentativa, il suo potere poietico non sono mai stati – né mai potrebbero esserlo – ingabbiati, fermati, annientati, o costretti in vincoli dettati da luoghi residenti al di fuori di essa. Anche nei momenti dei conflitti più aspri, delle scelte più buie, come a cavallo tra la riforma e controriforma; anche all’epoca delle tensioni più drammatiche che portarono alla prima guerra mondiale ciò non accadde mai. I musicisti europei hanno attraversato il continente in lungo e in largo dalla Sicilia a Londra, dalla penisola iberica alla Russia, ininterrottamente, per secoli, quale che fosse la situazione politica, economica, sociale. Addirittura durante la dittatura nazista e l’occupazione di tanti Stati continentali da parte delle truppe hitleriane la musica, i musicisti, la ricerca teorica e stilistica, non si fermarono mai.

DUE EPISODI SIGNIFICATIVI

Due episodi, per molti aspetti opposti, avvenuti durante il periodo nazista in Germania ed in Francia, che qui accenniamo solo come un brevissimo e largamente incompleto riferimento, ci raccontano questa irriducibile peculiarità della musica. Le vicende del grande direttore d’orchestra Wilhelm Furtwängler e di uno dei più importanti chitarristi della storia del jazz, Django Reihnardt, possono farci vedere da un altro punto di vista la questione e l’importanza di questo ambito artistico.

La prima è una storia ricca di chiaroscuri che però, avulsa dal rapporto strettissimo che il direttore intrattenne con la musica e con la richiesta di “parola” che da quell’universo, e attraverso le proprie scelte testuali e interpretative, essa emanava (basti pensare alla tenzone attorno a Beethoven che, nonostante gli sforzi giganteschi del regime, non riuscì mai ad essere trasformato in un simbolo del nazismo) rischia di essere pressoché inestricabile ed incomprensibile.

Furtwängler, dapprima osannato e richiesto da mezzo mondo – nonostante operasse nella Germania con Hitler già saldamente al potere – quando decide di non espatriare dal paese del Reich, come fanno diversi altri artisti e musicisti, viene dipinto rapidamente, da più parti – anche a seguito di un’orchestrata campagna di regime – come un collaborazionista. Ma Furtwängler non si iscrisse mai al partito nazista, difese, in più d’un’occasione, i musicisti ebrei e fu al centro di episodi clamorosi di rotta con il regime, come quando, nel ‘34, si dimise dall’incarico di direttore dell’Opera di Berlino perché gli fu impedito di dirigere un’opera di Paul Hindemith, considerato dai nazisti un “musicista degenerato”. La commissione di denazificazione, che lo vide come imputato alla fine del conflitto mondiale, lo assolse dalla pesante accusa, ma egli pagò comunque un prezzo altissimo nel dopoguerra che lo costrinse a rinunciare a concerti e incarichi prestigiosi, come la direzione della Chicago Symphony Orchestra, offertagli nel ‘49, a causa del peso di quella storia.

La seconda, forse ancor più paradossale, riguarda uno zingaro, Django Reihnardt – uno dei più grandi musicisti del secolo scorso – a cui non solo non venne torto un capello durante l’occupazione nazista, ma suonò, per tutti quei lunghi anni, nei club parigini frequentati da ufficiali della Wehrmacht – sia pure con la morte nel cuore, essendo ben consapevole del dramma del suo popolo – mentre tutta la sua gente veniva rastrellata senza pietà e portata a morire nelle camere a gas dei lager tedeschi. Anch’egli cercò di sottrarsi dalle pressioni e dalle lusinghe naziste che lo richiedevano incessantemente per concerti e serate ufficiali e tentò, in più d’un’occasione, di lasciare la Francia occupata. Sempre senza successo. Nel suo caso però fu proprio al termine del conflitto che la sua leggenda si consolidò e che le porte della patria del jazz, gli Stati Uniti, gli si aprirono consacrandolo come uno dei più grandi maestri di quella tradizione musicale.

NON PUÒ ESISTERE UNITÀ EUROPEA SENZA LA MUSICA

Tutto ciò è potuto accadere, certo, per molteplici motivi, di varia e diversa natura, ma indubbiamente anche perché il linguaggio della musica, quella autentica, spiazza sempre, chiunque.

Perché la consuetudine con la musica – la pratica difficile del suo linguaggio, la fatica grande per dare forma al suo essere, l’evanescenza della sua sostanza, la sola fugacità in grado di non scadere nell’effimero, la sua inafferrabilità che vive assieme alla più marcata immediatezza, alla forza enorme che ne promana – lascia nella sensibilità di ognuno un amo e un filo sottilissimo capace però sia di portare, sia di tenere – di reggerne il peso grande – le cose ultime, il senso stesso del nostro essere al mondo.

Non è un caso che le Muse, figlie di Zeus e Mnemosyne, rappresentino la sfera dell’arte. Il luogo laddove l’intelletto – nella sua radice della visionarietà – il sapere – nella pienezza della conoscenza, attraverso tutti gli “strumenti” umani – e la memoria, che traccia la storia del mondo e di ognuno di noi, si fondono e si rivelano nell’opera d’arte. Non è un caso che la musica prenda origine dal nome di quelle divinità. È per questo che allora l’artista, per tener fede al suo mandato, deve vedere, deve sentire, deve parlare. È per questo che il musicista si misura con gli abissi, respirando le contraddizioni del suo tempo, accettando anche ferite sanguinanti. Essendo certo che la sua personale musa trasfigurerà il male senza occultarlo, farà sgorgare dal dolore la felicità e dalla nostalgia la serenità. Trarrà dal caos la più diafana e trasparente bellezza.

UNA TRACCIA DEL “DIVINO” CHE CI ABITA

Ed è anche per questo che quella lingua diventa al tempo stesso una traccia del “divino” che risiede in ognuno di noi – nella bellezza, nello splendore, nello stupore – e un segno indelebile, un alfabeto immortale, del nostro passaggio sulla terra.

Purtroppo quest’ambito – una galassia densa di idee e di valori, di sentimenti e di passioni, uno dei principali luoghi nei quali una condivisa dimensione continentale ha già un suo solido fondamento, una storia straordinaria e ricchissima – è stato completamente sottovalutato e tralasciato, se non proprio volutamente oscurato, nella costruzione dell’unità europea avviata negli ultimi decenni. Se vorremo sortirne e dare luogo a una nuova storia non potremo che cominciare anche da qui.

 

Bibliografia minima

Una bibliografia sul tema trattato può contare su diverse centinaia di titoli.
Nello specifico si può rimandare ai volumi indicati di seguito sia per il tema specifico dell’articolo, sia per quanto riguarda le biografia di Furtwängler e di Reinhardt.

Georgiades, Thrasybulos Georgios
Musica e linguaggio : il divenire della musica occidentale nella prospettiva della composizione della Messa / Thrasybulos G. Georgiades, Napoli : Guida, \1989!

Griffiths, Paul <1947- >
Breve storia della musica occidentale / Paul Griffiths, Torino : Einaudi, [2007]

Dal canto cristiano alla fine del 19. secolo / Giordano Montecchi
Milano : Biblioteca universale Rizzoli, 1998
Fa parte di: Una storia della musica : artisti e pubblico in Occidente dal Medioevo ai giorni nostri / Giordano Montecchi

Roncigli, Audrey
Il caso Furtwängler : un direttore d’orchestra sotto il terzo Reich / Audrey Roncigli ; presentazione di Antonio Pappano ; traduzione di Nicola Cattò, Varese : Zecchini, 2013

Dregni, Michael
Django : vita e musica di una leggenda zingara / Michael Dregni ; edizione italiana e traduzione dall’inglese a cura di Francesco Martinelli, Torino : EDT ; [Siena] : Fondazione Siena jazz, 2011

Compianto per un’amica

Sandro Botticelli, "Compianto sul Cristo morto", 
tempera su tavola (107x71 cm), 1495-1500, Museo Poldi Pezzoli (Mi)

 

Ieri pomeriggio abbiamo salutato una cara amica, a Milano. Abbiamo stretto in un abbraccio suo papà, suo fratello e tanti amici.

Sulla strada del ritorno – superata Piazza Duomo, illuminata da un vento di cristallo tagliente, vociante nel carnevale ambrosiano, ma quasi sommessamente, come si fosse accorta del nostro passaggio e di quella “toppa di inesistenza” che ci accompagnava da giorni – del tutto casualmente, siamo stati richiamati da uno dei tanti, preziosi, scrigni meneghini: il Museo Poldi Pezzoli.

Tra le meraviglie custodite nel palazzo, un quadro, sopra tutti, una tempera su tavola di legno, è venuta – questa, forse, non casualmente – incontro a me e a Silvia: il “Compianto sul Cristo morto” di Sandro Botticelli.

Non conoscevo questo lavoro di tanto potente e illimitato dolore.

I corpi, luminosi e iridescenti, pur nel pallore dell’angoscia e della morte, sono intrecciati l’uno all’altro. Come nascessero, l’uno dall’altro. Anticipano, incredibilmente, di 400 anni “Vita e Morte” e tanti altri capolavori di Gustav Klimt.

Il fondale del sepolcro, d’un rigoroso nero incorniciato da colonne improbabili, la predominanza e l’evidenza misteriosa e insopprimibile delle mani di ognuna delle figure dipinte, fanno ripensare al tempo bloccato da un’assenza straniante dei lavori di De Chirico. 400 anni prima.

Maria è svenuta, crollata, come ogni madre ferita a morte. San Giovanni Battista la sorregge, offrendo a suo sostegno l’incavo tra il collo e la spalla ma il suo braccio penzola, inerte, senza forze, come quello della madre. Il volto di Maria ha un’espressione affranta ma non disperata.

Maddalena tiene i piedi del Cristo, avvolti in un lembo di sudario, tra le sue mani, come cullasse un neonato in una ninna nanna appena sussurrata. I suoi occhi sono chiusi. Sembra una testa caduta, rotolata giù dopo un’esecuzione. Ma il suo viso è disteso, la sua guancia è reclina sui piedi di Gesù, come a volere proteggere, riparare. In realtà sta assorbendo quell’ultimo respiro nel punto più basso, sta ispirando, inginocchiata e ripiegata verso la terra d’ocra, quell’ultimo tenue soffio. Una ciocca rossa dei suoi capelli scivola tra i piedi gelidi del Nazareno.

Una donna si copre il volto con le mani che avvolgono la tunica blu, l’altra donna, tra le mani, tiene il volto di Cristo, esangue, piegato in una curva innaturale.

Le mani. Sono le mani la fonte espressiva primaria di questo quadro. Le mani, e gli occhi – celati e chiusi – delle donne.

Sono mani dai gesti delicati, senza rabbia, senza difese. Le sembianze dei volti e gli occhi sono raccolti su quel drammatico presente ma ognuna di loro sa già che quel breve passaggio terreno ha lasciato una traccia definitiva. Ha cambiato il mondo.

Ma, senza timore di essere blasfemo, qualcosa di simile accade ogni giorno, dappertutto, nel mondo. Ogni giorno accade che ci rendiamo conto dell’importanza di alcune persone, della traccia che hanno lasciato nel loro passaggio sulla terra e, in particolare, di come e quanto profondamente ci hanno cambiato.

Così anche a me è accaduto. E’ accaduto con quella cara amica salutata ieri e con le tante persone che, fortunatamente, ho incontrato durante il mio cammino e che ogni tanto mi ricordano, e mi fanno dire, che io, praticamente, non sono mai stato propriamente “io”.

Così il dolore, nel capolavoro di Botticelli, che colpisce implacabile al primo impatto con il legno dipinto, lentamente trascolora in un riverbero di luci che rivelano l’anima profonda di quelle donne. E un mutamento incarnato, dentro ognuna di esse.

Così quella sofferenza impossibile – che ti lascia attonito e immobile, frastornato e rapito – espressa con tanta dura potente bellezza si trasforma irrevocabilmente in un corale gesto d’amore che trova nella Maddalena il suo punto sorgivo.

A terra, ripiegati e inginocchiati, mescolati d’argilla e di fango, non smetteremo di esserci, di resistere, di vivere e di lottare.

Soprattutto, non smetteremo d’amare.

 

Milano, 5 marzo 2017

Rocker

Per J. J. Johnson

E’ da stamattina che canticchio pressoché ininterrottamente “Rocker“.

In realtà più che canticchiarlo ondeggio sul suo inconfondibile ritmo che mi sostiene, scendendo nella parte bassa dei polmoni fino ad appoggiarsi – scuotendolo – sul diaframma, e tenta di spingermi fuori dall’umidità ammorbante e marcescente di questa orribile e pesantissima fine di luglio.

Tutto “Birth of the cool” è una calda e scintillante esplosione di genialità. Una vetta, somma, dell’intero patrimonio musicale universale.

C’è stato un momento in cui ascoltavo questo disco ininterrottamente, sul mio magnetofono Castelli S 4000 che – nonostante peso, volume e difficoltà di trasporto – mi tiravo dietro praticamente ovunque.

Ininterrottamente lo ascoltavo e lo riascoltavo stupito da tutta quella forza, come avessi davanti un maestoso coro danzante, ognuno snocciolando il suo personale florilegio sonoro, tutti legati a un disegno dal tratto leggero ma dalle linee chiare e definite, sia pure ricche d’ombre e di luminescenze.

Ascoltavo riascoltavo quei suoni nitidi e confusi alla perfezione negli arrangiamenti dei tanti maestri, a partire da Gerry Mulligan, e nella direzione straordinaria di Gil Evans.

Miles Davis, naturalmente, giganteggiava anche in quell’album. La sua tromba avanzava calma con il suo incedere apparentemente razionale, appariva una formula matematica sciorinata con disinvoltura, invece era un formula magica che stregava ad ogni nota, ad ogni nota ti risucchiava nel caleidoscopio degli ottoni da cui non riuscivi più a staccarti, cercando di inseguire le frasi di ognuno nell’impossibile tentativo di tenerle insieme tutte.

Rocker è solo uno delle pietre preziose suonate dal nonet. Inizialmente il titolo era “Rock Salt” che significa salgemma. Poi, chissà perché, Mulligan gli cambiò nome. Forse per quel dondolio irresistibile che porta prima a scendere da una minore settima di Re al Do minore settima e poi – dall’altro lato – a risalire da un Si bemolle settima ancora al medesimo Do. Tre accordi, una scala. Tre passi e poi fermi, uno sguardo dattorno. Tre passi, un’altra pausa, finché la tromba di Miles non ci indichi la strada.

Un pezzo della mia esistenza però, grazie a quel capolavoro, deve un riconoscimento speciale a J.J. Johnson. Il grande trombonista, che non prese parte a quattro delle dodici sessioni dell’album, aveva già raccontato di sé qualche anno prima, suonando col memorabile quintetto di Charlie Parker.

Il suo trombone, da allora, è diventato il mio personale Jimmy Jimmirino, lo strumento segreto che suono da quarant’anni anche se nessuno ne ha ascoltato mai neanche una nota.

Devo a Jay Jay la scoperta di una parte di me. Quella parte bassa dei polmoni, appena sopra il diaframma, che qualcuno, ostinatamente, continua ancora a definire “anima”.

Se il mondo avrà anche una sola possibilità di salvezza questa non potrà passare che da un omaggio anche a James Louis Johnson. Non potrà che fare risuonare il suo trombone – dolce come una via lattea di periferia che di colpo illumina un vicolo dimenticato, semioscurato, o come una fluente cascata di sole che si apra nella radura, nel bel mezzo di una traversata in un bosco verdeviolaceo – in quella zona fonda dove l’aria si mescola con i tessuti e li intride del fluido indaco della pienezza e mentre scorre accarezza il cuore, seguendone il battito blucromo.

Tre passi. Una pausa.

Tre passi, e ti stringo, in un indimenticabile abbraccio.

Take off

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When the music overpasses

 

Riavvolgere il nastro.

Questa è stata la prima sensazione – No! Il primo desiderio – al termine dell’intenso concerto portato sul palco da Take Off.

Ripartire dalla fine, dalla perfetta messa in musica di un pensiero di Satie, prima ancora che di un suo brano, “Harmonies”, regalato come bis al termine di un applauso lungo, caldo e sentito. Un applauso consapevole. Consapevole di avere assistito a una nascita, di avere accompagnato un inizio. Un momento in cui tutto è già presente, tutto è già dentro quel fascio di nervi proteso verso i tasti, dentro un pensiero lungo, articolato, in cerca di nessi possibili tra molteplici e differenti storie, tra vite vissute di suoni, durante un secolo nel quale anche l’orrore più indicibile non ha mai interrotto l’anelito al canto, il desiderio di bagnarsi nel mare della musica, di goderne la bellezza, di esplorare ogni angolo di quell’infinito universo .

Tutto già lì, sia pure ancora di là da venire. Al di là dal donare i molti gioielli impetrati ancora da estrarre.

Ripartire dall’inizio, da una voce che si leva sulle acque, dapprima come un sussurro, un sibilo, poi come uno schiocco di lampi, una frana di vento.

Da quel tumulto nasce una piccola frase, una incerta melodia, un abbozzo di scala o, forse, l’embrione di un accordo. Da quella frase – cui la partitura sembra legare i musicisti in un modo speciale, come a un albero maestro di una nave nel pieno di una tempesta, scivoloso e inacciuffabile, nell’ondeggiare rivoltoso dei marosi – coppie di strumenti prendono a richiamarsi, ad ascoltarsi, a raggiungersi o allontanarsi: ecco l’improvvisazione.

L’improvvisazione è il canto. E’ il suo sgorgare. Ma è il canto in un preciso luogo, un luogo fisico. E, sempre, in un preciso luogo musicale.

Sia pure la maestria, la bravura, dei musicisti era ed è stata indiscussa, la tensione di una prima, in un luogo speciale, in alcuni passaggi si è sentita. Qualche smarrimento, qualche indeterminatezza, soprattutto all’inizio.

Riavvolgere il nastro è difficile.

Poi è arrivata una lunga sequenza di pochi accordi. Chiari, semplici. Poi un suono solo. Il tutto ricamato con l’uncinetto e con la spada – contemporaneamente – in una meravigliosa e difficilissima traversata tra i filati sonori scelti da Montalbetti, tessuti magistralmente dal giovanissimo ensemble.

Soprattutto quell’ultimo suono, lanciato, lungamente percosso, piegato da un ritmo potente ed inesausto. Un suono solo ma denso come una materia oscura, come se tutti gli altri suoni dovessero entrare in quell’uno, come all’origine di una galassia. Un suono di una massa invisibile ma così enorme che risucchiava inesorabilmente tutto verso di sé. Così, quel suono, ha circondato l’ultimo treno di improvvisazioni

E questo è stato forse il luogo musicale più impegnativo. Gli ottoni e gli archi hanno cercato di sfuggirgli, gli strumenti elettrici di resistergli. È stato un corpo a corpo, e l’improvvisazione un canto virato al grido. Sino al finale delle meditazioni, raccolte in sé. Ed ecco allora Symphony for improvisers.

Il nastro è riavvolto.

Da Mauro Montalbetti e dall’ottetto capitanato da Emanuele Maniscalco dovrebbe nascere un ensemble stabile. Sarebbe un delitto non farlo subito. La quantità di percorsi di ricerca e di sperimentazione potenzialmente perseguibili, la straordinarietà e la sensibilità dei musicisti, la peculiarità delle intuizioni sonore e musicali delineate nell’esecuzione, l’ampiezza e la novità delle conseguenze possibili sull’intero spettro del piano internazionale potrebbero essere sfuggite solo a un cieco. Un sordo le avrebbe invece percepite tutte.

Prima di chiudere mi prendo solo una libertà. Al gruppo farebbe bene – mi azzardo a dire sommessamente – un trombone. Darebbe ai fiati amalgama ed equilibrio e li connetterebbe ai flussi sonori prodotti dagli archi e dalla strumentazione elettronica. Una coulisse può fare miracoli.

Mi auguro che sia stato un vero take off, il decollo verso un grande viaggio.

E già mi prenoto per il prossimo spettacolo.

 

Suggestioni e pensieri in margine al concerto Take Off, un progetto di Mauro Montalbetti, in collaborazione con Emanuele Maniscalco, eseguito nel Salone delle Scenografie del Teatro Grande di Brescia il 12 ottobre 2016.

 


			

Diversi pensieri, e azioni, sulla guerra.

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Perché mobilitarsi sulla guerra in Yemen.

 

E’ urgente avviare una fortissima pressione e una campagna di mobilitazione!

Siamo corresponsabili, oggi, di una guerra dove il massacro di civili, il terrore, seminato a pioggia, tra vecchi, donne e bambini, è una parte fondante della strategia militare.

Si tratta della guerra in Yemen. Noi stiamo fornendo armi e stiamo cooperando militarmente con dei paesi che la stanno combattendo. Oggi.

Tutto ciò è inaccettabile!

Nei giorni scorsi diversi ed autorevoli esponenti politici ed istituzionali del nostro paese hanno commentato, partecipi, il grave assassinio della deputata inglese Jo Cox. Il Presidente Napolitano ha solennemente scritto che Jo apparteneva alla “tradizione migliore e della inesausta vitalità del laburismo inglese e del socialismo democratico europeo“.

Molti, anche tra le fila del governo, l’hanno indicata come modello di impegno civile e di attivismo politico ed istituzionale del più alto valore etico ed umano.

Ma come è possibile?

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Cox nei suoi ultimi interventi ha chiesto con decisione di “porre fine al massacro di bambini yemeniti“. Ha chiesto al suo paese di adoperarsi in ogni modo per reinserire i “sauditi dove dovrebbero stare, nella “list of shame” (lista della vergogna), ha chiesto, soprattutto, di “sospendere immediatamente la vendita di armi a qualsiasi delle parti che possa utilizzarle violando il diritto internazionale“.

Come è possibile allora che il nostro paese e il nostro governo continui a trincerarsi dietro uno sconcertante e glaciale, “E’ tutto regolare“, formulato dai ministri Pinotti e Gentiloni, riferito alle forniture di bombe all’Arabia Saudita che regolarmente partono dalla Sardegna, o che la ministra della Difesa possa avere sottoscritto qualche settimana fa, il 16 giugno 2016, un accordo di cooperazione militare, per un valore di 5 miliardi di euro, con il Qatar, fedele alleato saudita in questa impresa bellica.

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Come è possibile esprimere dichiarazioni di stima, di ammirazione, indicarne l’esempio – riferiti a Jo Cox – e poi prendere strade completamente opposte.

Come è possibile?

La politica dovrebbe essere l’arte del bene comune. In particolar modo nelle relazioni internazionali dovrebbe essere ispirata dalla mediazione e dalla diplomazia per spegnere incendi, prevenire conflitti, costruire ponti.

Nel mondo globalizzato dovremmo trovare un sovrappiù di possibilità per ridurre disuguaglianze, sia sul piano economico, che su quello civile, del diritto e della giustizia.

Fornire ossigeno, e benzina, a guerre e repressioni rientra, all’opposto, nell’ambito delle scelte irresponsabili, frutto di una radicalità buia sul piano delle relazioni internazionali e del più gretto, e ristretto, spirito bottegaio ispirato a produrre profitti purchessia.

E’ incomprensibile che le scelte di un paese civile possano collocarsi in questo ambito.

Pochi giorni dopo la firma degli accordi con il Qatar il ministro per gli Affari della Difesa dello sceiccato, Khalid bin Muhammad Al-Attiyah, che ha sottoscritto gli accordi in Italia, si è fatto fotografare dai network di tutto il mondo, durante una vista alle sue truppe che stanno seminando morte in Yemen.

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Come possiamo accettare tutto questo?

Il Qatar peraltro rientra nella non invidiabile schiera dei paesi con alto tasso di limitazioni ai diritti, alla libertà d’espressione, associazione e riunione pacifica. Nel quale i lavoratori migranti, subiscono pesanti forme di sfruttamento e abusi e la discriminazione contro le donne è radicata nella legge e nella prassi.

Un paese in cui la Relazione speciale delle Nazioni Unite sull’indipendenza dei giudici e degli avvocati ha rilevato, nel 2014, e ribadito nel 2015, gravi carenze che influenzano negativamente l’esercizio dei diritti umani, oltre che l’indipendenza e l’imparzialità degli operatori del sistema giudiziario.

Un paese in cui una risoluzione del Parlamento Europeo dello scorso anno “ritiene che la credibilità del CDU (Consiglio delle NU per i Diritti Umani) sia compromessa dal fatto che alcuni dei suoi membri, tra cui Algeria, Cina, Cuba, Etiopia, Arabia Saudita, Russia, Emirati arabi uniti, Gabon, Kazakhstan, Qatar e Vietnam, sono responsabili di continue vessazioni e incarcerazioni ai danni di difensori dei diritti umani ed esponenti dell’opposizione

Un paese in cui è ancora in vigore la pena di morte.

Per chiudere, ritornando alla guerra in Yemen, è proprio di pochi giorni fa la notizia che sono sbarcati a Lampedusa i primi profughi arrivati dal paese mediorientale.

Amaramente, tutto si tiene. E si completa drammaticamente il circolo vizioso tra export di armamenti e “import” di profughi e di rifugiati.

Nelle settimane scorse Rete Disarmo e Opal sono intervenute direttamente su quanto sta accadendo nel nostro paese e sulle conseguenze internazionali delle nostre scelte. Hanno esposto dati precisi e formulato richieste inaggirabili.

Le proposte contenute nei comunicati stampa di Rete Disarmo e Opal sulle nostre responsabilità, sia nella guerra yemenita sia, in generale, sul rispetto della trasparenza e della legalità nazionale ed internazionale, quando si tratta di produzione e commercio di armi, vanno sostenute con forza ma soprattutto con la costanza di chi è consapevole che su questo terreno la strada è lunghissima.

Credo che tutte le persone, le associazioni, i partiti che hanno a cuore una situazione diversa sul piano dei rapporti civili, del rispetto dei diritti umani, della giustizia, dell’uguaglianza e della solidarietà non possano restare in silenzio.

Vorrei chiedere ad ognuno, nel suo piccolo o grande ambito, di fare qualcosa, qualsiasi cosa, per invertire la strada sulla quale il nostro paese si sta incamminando.

Sono convinto altresì che sia tra i partiti di opposizione che tra quelli di governo ci sono uomini e donne che pensano e credono che le scelte operate siano sbagliate e vadano corrette subito.

Non ho petizioni da lanciare, manifesti da sottoscrivere.

Vorrei chiedere, a questi uomini e a queste donne, di esprimersi nel modo e nelle forme che meglio riterranno opportuno. Di farlo con urgenza però, e di farlo pubblicamente.

Credo che senza esprimere una volontà pubblica la più ampia possibile, senza esercitare una pressione chiara e manifesta sulle scelte da prendere ben difficilmente qualcosa accadrà, si cambieranno indirizzi ed orientamenti.

Il Parlamento si deve esprimere chiaramente, con la massima urgenza, sulle scelte del paese in merito al conflitto in Yemen e al contributo italiano a quella guerra.

Il Governo deve sospendere ogni tipo di accordo di natura economica, commerciale o di cooperazione militare con tutti i paesi impegnati in conflitti armati nei quali sia acclarato e documentato l’impatto violento e indiscriminato sulle popolazioni civili.

Non solo per onorare degnamente la memoria di Jo Cox.

Perché il nostro paese possa essere davvero considerato una terra di civiltà, dove pace, solidarietà, giustizia ed eguaglianza possano trovare la strada e gli strumenti per essere edificate e, forse un giorno, condivise dalla maggior parte di popoli e stati.

Brescia, luglio 2016

L’appello è stato pubblicato successivamente su sito si Opal (Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere) al link http://opalbrescia.altervista.org/?q=node/274.

Debbo poi ringraziare padre Alex Zanotelli che lo ha sottoscritto impegnandosi  per la sua diffusione.

 

 

Fonti e link:

http://www.difesa.it/Primo_Piano/Pagine/20160616Pinotti_MoD_Qatar.aspx

Defense minister visits Qatar troops near Yemen border

http://www.rapportoannuale.amnesty.it/sites/default/files/2016/Qatar.pdf
http://fotografonicoletti.blogspot.it/search?q=gentiloni
http://www.disarmo.org/rete/a/42389.html
http://www.famigliacristiana.it/articolo/cara-pinotti-davvero-e-legale-vendere-armi-allarabia-saudita.aspx

Basta armi all’Arabia Saudita, basta massacri di bambini yemeniti. L’ultimo articolo di Jo Cox

http://www.lastampa.it/2016/06/18/cultura/opinioni/editoriali/in-jo-cox-c-il-miglior-laburismo-o8IxWLeqxT5olcfoyLADlN/pagina.html
http://www.europarl.europa.eu/sides/getDoc.do?pubRef=-//EP//TEXT+MOTION+B8-2015-0232+0+DOC+XML+V0//IT
http://www.ohchr.org/EN/countries/MENARegion/Pages/QAIndex.aspxhttp://ap.ohchr.org/documents/dpage_e.aspx?si=A/HRC/29/26/Add.1
http://www.disarmo.org/rete/a/43293.html
http://opalbrescia.altervista.org/?q=node%2F272
http://www.terrelibere.org/esportare-armi-importare-profughi-lo-yemen-e-italia/

 

Sulla guerra in Yemen:

http://www.ilpost.it/2015/03/27/guerra-yemen-2015/
http://www.internazionale.it/notizie/2016/03/10/yemen-guerra
http://www.altreconomia.it/site/fr_contenuto_detail.php?intId=5605
http://www.limesonline.com/yemen-pedina-della-contesa-arabia-saudita-iran/56946
http://www.archiviodisarmo.it/index.php/it/2013-05-08-17-44-08/programmazione/archivio-eventi/48-armare-i-conflitti-come-l-italia-contribuisce-a-bombardare-lo-yemen?date=2016-03-31-18-30
http://www.perlapace.it/?id_article=11030
http://www.amnesty.it/Yemen-un-anno-di-conflitto-flussi-irresponsabili-di-armi-decimano-i-civilihttp://www.atlanteguerre.it/?s=yemen

The floating pith

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I bambini di Monte Isola e i pontili galleggianti di Christo

 

Ho visto dei bambini, giorni fa, con un’agitazione rara.

L’eccitazione di chi percepisce che sta accadendo qualcosa di inimmaginabile e di elettrizzante. Qualcosa che naturalmente ti mette su di giri e ti porta in quel posto, variegato di gioia ed energia, che alcuni chiamano felicità.

Erano i bambini di Montisola.

Correvano sui teli zafferano stesi davanti alle case, alle piccole corti, agli usci dei negozi, fin sulla soglia di quell’oggetto magico che, per alcuni giorni, li avrebbe, con pochi agili saltelli – persi nel riso senza freni di chi non ci può credere – fatti approdare alla sponda vicina. Sul molo scuro, scomodo e squadrato di quella specie di continente che, per ogni isolano, è sempre un altro mondo, un’altra vita, un’altra storia.

L’idea di Christo è geniale. S’innesta – come una coda di rondine – in quell’incastro vuoto del nostro immaginario, legato ad un archetipo diffuso pressoché in tutto il mondo: la passeggiata sulle acque.

È stata ben progettata e ben realizzata. Il piede, al primo appoggio, cede, nella percezione gommosa dell’acqua, che spinge, sciabordando blandamente sotto i pannelli. Il primo passo è subito incerto. Si ondeggia, in un dondolio molto vicino a ciò che definiamo “mal di mare” (o mal di lago?). Insomma si cammina, in qualche modo, sull’acqua. L’obbiettivo, a meno che non si pensasse ad un miracolo nuovo, è centrato.

Un’idea geniale fa un lavoro artistico?

Perché ci si trovi di fronte a un’opera d’arte occorre un’emozione, forte o profonda. Occorre uno spiazzamento del punto di vista, qualcosa di simile a un scossa tellurica che rimescoli sensi e intelletto, ragioni e passioni. Occorre, spesso, uno squarcio nel tempo e nello spazio che ti porti altrove, a velocità lentissime o interstellari, pur lasciandoti lì, nell’esatto posto dove sei, nel medesimo momento in cui le cose accadono. Una sospensione, un raccoglimento, o uno smarrimento, un ritrovamento. Oppure occorre uno stupore che persista, che ti interroghi a lungo. Uno stupore che lasci un segno tanto delicato quanto indelebile, come una traccia di ammonite, in una dolomia rosa, o un trottoir di gasteropodi che affiora dal mare, da ere lontane, per raccontarci non tanto chi siamo ma dove siamo. Quale inenarrabile storia del cosmo ci ha condotti qui.

Non sono sicuro che qualcosa di questi elementi emerga dall’installazione. Ma, credo, importi poco. Sulla passerella e al di là delle sponde si percepisce un clima gioioso, di festa. Una sensazione diffusa di condivisione popolare, di empatia sincera.

Una signora, nella sua bella bottega di reti da pesca – orgoglio antico dei montisolani – mi diceva: non vi ho ancora messo piede. Ma nessuno, che non viva qui, potrà mai capire cosa vuol dire passare di là senza dovere aspettare un traghetto, una barca. E deciderlo semplicemente quando ti va.

Durerà solo per due settimane, ma io capivo benissimo cosa voleva dirmi la signora. Un evento per il quale la parola straordinario non potrebbe avere alcun altro sinonimo che non ne riducesse la portata.

Ho letto, nei giorni precedenti l’apertura del passaggio, di ipotetici problemi di sicurezza , di ricaduta ambientale o dello sfruttamento di tanti giovani. Vittime, questi ultimi – diffusamente purtroppo – di quella distorsione vile del mercato del lavoro che si consuma sotto quel lemma estraneo, più che straniero, di “voucher”. Non so se si tratti di notizie fondate. Se così fosse però non sarebbe solo ottuso, come lo è sempre, ma anche irresponsabile guardare al dito tralasciando la luna.

Di certo in quest’epoca di muri, di frontiere, di chiusure e di restrizioni, le banchine galleggianti di Christo sono un ponte, insieme, simbolico e reale.

Un ponte libero, senza pedaggi, aperto a tutti, senza esclusioni, senza limitazioni. Un luogo d’incontro e di passaggio, un luogo vivo e vivace.

Durerà poco, ed è giusto che sia così. Ma foss’anche solo per quei bambini sorridenti, quell’energia fluente e ininterrotta nelle gambe magre e forti; foss’anche solo per i racconti, che si tramanderanno, di lustro in lustro, da oggi e per sempre; foss’anche solo per questa piccola luce in fondo al molo, su acque nervose e terre di nuovo, ancora maledettamente, ferite e desolate, andrebbe accolto come una cosa buona, uno spicchio di sole.

I bambini di Monte Isola diventeranno grandi. Potranno dire che nulla è impossibile, nemmeno camminare sulle acque.

A loro, una volta, è riuscito.