È un vero peccato se non amate

Foto di Marco Caselli Nirmal dal sito del CTB.

Ancora sono in giro questi «intellettualisti» di sinistra?” Tra risate grasse e ben pasciute un gruppo di spettatori, da poco usciti da teatro, lanciava lazzi e strali verso lo spettacolo appena rappresentato: L’anima buona del Sezuan ¹ di Bertolt Brecht.

Erano divertiti, di quell’ilarità marcescente che si diletta del dileggio di qualcuno, di certi gruppi, di una classe, perlopiù di gente considerata di qualche gradino inferiore.

In fondo deve essere stata una serata diversa anche per loro, una “rottura” a suo modo intrigante, un diversivo dalla noia sempre incombente nel “che si fa stasera?”.

All’uscita dal teatro una signora gentile offriva al pubblico dei piccoli incarti argentati, delle dolcissime cialde arrotolate custodi di un minuscolo biglietto dattiloscritto. “E vi dico, è un vero peccato se non amate…” ²

Durante il primo atto ho fatto fatica a seguire il flusso di parole, pressoché ininterrotto, che i bravissimi attori, nella fatica dello sdoppiamento di tutti i personaggi, recitavano con maestria. La densità del testo – non una sola pausa o appena forse giusto il prender fiato – mi ha tenuto nella tensione costante dell’ascolto, come fossi in un’aula d’ateneo, davanti a quelle enormi lavagne riempite mano a mano, fin negli angoli, di citazioni, concetti, ragionamenti.

Ma a teatro, e non solo lì, i vuoti valgono quanto i pieni, i silenzi quanto l’animazione più ampia delle voci.

In un angolo semibuio del palcoscenico, dove s’intravvedeva appena, un musicista ³ eseguiva dal vivo le bellissime musiche dello spettacolo. Ad un certo momento, forse era il secondo atto, si è alzato e oltrepassando gli attori mascherati ha preso la scena tutta per sé, suonando una melodia meravigliosa da quello che mi sembrava un oboe.

Ho cercato una chiave e m’è parso di ritrovarla proprio nella musica. Non casualmente, credo, un grande gong si stagliava nel cielo nero della scena. Ora illuminato da una argentea luce lunare, ora dal bronzo e dall’arancio del sole. La luce proprio laddove può liberarsi un suono ampio e potente.

La musica, il luogo dove meglio di ogni altro gli opposti possono manifestare il conflitto nello scintillio terrificante delle spade, nel clangore sovrumano delle lance e delle lame; o tollerarsi, in una reciproca accettazione; o ancora fondersi tra laghi notturni e ghiacciai innevati.

Ho cercato una chiave.

Ho udito la chiave 

girare nella porta una volta e girare una volta soltanto

Noi pensiamo alla chiave, ognuno nella sua prigione

Pensando alla chiave, ognuno conferma una prigione.

Così Eliot ne “La terra desolata”.

Levando le braccia al cielo, Shen Te – la prostituta al centro del testo brechtiano – implora, nel finale della rappresentazione: “Aiutatemi!”.

Chissà quale suono avranno udito gli spettatori, anche quei signori sbeffeggianti, chissà se l’eco di quell’oboe assorto e salmodiante possa tornare a svelarsi un giorno, un tempo, o si sia spento anch’esso nel vuoto infinito di una insignificante vacuità.  

 
 
Note: 1. L’anima buona del Sezuan di Bertolt Brecht, nella traduzione di Roberto Menin, regia di Elena Bucci con la collaborazione di Marco Sgrosso. Produzione CTB Centro Teatrale Bresciano, 2018, http://www.centroteatralebresciano.it/spettacoli/2018/l-anima-buona-del-sezuan
2. Un passaggio del testo teatrale.
3. Le musiche originali sono state scritte ed eseguite dal vivo da Christian Ravaglioli. https://www.christianravaglioli.com/
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Lento Goffi. Un grande poeta a Brescia.

Lento Goffi al Parco Castelli_giugno 1993

Quest’anno ricorre il decennale della morte di Lento Goffi, un grande poeta, saggista e scrittore, profondissimo uomo di cultura bresciano.

Ho avuto la fortuna di conoscere Goffi quand’ero ragazzo, fin dalla giornata indimenticabile con Vittorio Sereni, che egli portò a Brescia all’Istituto Tecnico “Castelli” nel 1978, un incontro inserito in una serie di appuntamenti con gli autori attraverso i quali cercava di fare entrare in contatto gli studenti bresciani con grandi poeti e letterati del nostro paese. All’epoca studiavo a Napoli ma rientrai a casa proprio per non perdermi quell’attesissima giornata.

Un poeta che ha scritto versi di grande intensità e raccoglimento come in Or not to be (Tutto è immobile, eppure / Avverti come un fremito lieve,/ una forza che lievita,/ un turgore della vita che cresce/ sulla morte. Ancora un attimo, lo senti,/ e poi, nella luce impietosa del mattino,/ esploderà questa vita che cresce/ sulla morte e si nutre/ d’implacabili passioni.), oppure forte d’uno slancio civile come nei versi di Non basta più un grido (Ma a queste alte stanze/ non giungono i lamenti degli offesi./ Sfoglia pure i tuoi libri/ ov’é racchiusa la sapienza dell’uomo,/ rispolvera i folli miti/ – le magnifiche sorti e progressive – / ma non uscire nella luce del sole.) inserito proprio per queste caratteristiche in quella “Linea Lombarda“, avviata da Luciano Anceschi negli anni ’50 – i cui tratti il grande critico individuò come filone specifico e ricchissimo della letteratura e della poesia italiana – assieme a figure come Sereni, Rebora, Orelli, Erba.

Goffi ha pubblicato anche delle memorabili pagine dal suo diario ne L’amata Phegea: una finestra sul mondo quotidiano di chi scrive poesia, nella sua più raccolta intimità, un itinerario che mette a fuoco, ingrandisce, la connessione tra questi momenti e la nascita dell’ episodio poetico, che ci informa sul travaglio di questo passaggio e sulle fonti a cui attinge – anche se spesso Goffi, quasi come a schermirsi, ridimensiona questo frangente – l’ispirazione stessa del poeta. Un diario la cui importanza risiede, a mio parere, anche dal punto di osservazione nel quale si formano le narrazioni, dall’intreccio di luoghi nel quale nasce: Brescia, la sua terra, da via Lipella a Chiari passando per Gargnano e il paesaggio lacustre.

La vicenda di Goffi si inserisce bene, per certi aspetti né è paradigma, in una delle caratteristiche di Brescia, città dalle forti, anche se talvolta sotterranee ambivalenze, che produce cultura – ricca, solida, lungimirante, talvolta visionaria – ma ancora stenta, fatica, ad essere considerata – anche per lo scetticismo, se non proprio per l’ostilità, di una parte dei bresciani – un luogo che “fa cultura”. Condizione che, in maniera singolare, ha un suo corrispettivo, forse non casualmente, anche sul piano della vita politica della città.

Lento Goffi è sempre stato poeta senza mai rinunciare ad essere maestro, è sempre intervenuto nella vita culturale della città senza mai sottrarsi da momenti di diretto confronto con ciò che accadeva nel nostro territorio. Soprattutto con la sua poesia e col suo racconto si è esposto a noi senza infingimenti. Ha mostrato passioni, dubbi, travagli, paure ma anche la sua arte, la raffinata intelligenza, la cultura vastissima – ricordo bene gli studi di via Lipella e di via Battaglie letteralmente tappezzati di libri, terracielo, su tutte e quattro le pareti – l’indispensabile ironia.

Lo ricordo ancora quando venne al Parco Castelli, in una sera d’estate fredda e ventosa, a parlare di poesia e di impegno politico. Solo tre anni prima, il 4 marzo 1990, assieme a un gruppo di amici ¹ e di cittadini, avevamo fatto saltare le catene di un cancello, armati solo di determinazione e buona volontà, e occupato un’area comunale che l’amministrazione di allora voleva trasformare in un parcheggio e che oggi tutti i bresciani conoscono come uno dei più bei parchi cittadini.

Quella sera ci disse, profetico, rispondendo a una domanda sul futuro: “si vede buio: vedo risorgere nazionalismi esasperati, i valori della libertà e della giustizia sono violentati ogni giorno“. Aggiungendo tuttavia che il cambiamento era possibile, dipendeva solo da noi. Stando attenti però ad una circostanza, ad una certa disposizione: “per ricevere occorre dare“.

Pochi anni prima, in un’intervista del 1983 aveva affermato che a “Brescia si può ancora vivere umanamente coltivando preziose amicizie o vivendo in totale solitudine“.

Oggi i suoi libri sono introvabili, anche la ricerca tra vecchi scaffali di magazzino non darebbe esito alcuno. Situazione triste ed avvilente.

Tra poche settimane il Centro Studi sorto a suo nome ne ricorderà la figura in una giornata di approfondimento sulla sua opera. Mi auguro solo che l’universo accademico e scolastico bresciano possa cogliere l’occasione per celebrarlo, per dare il giusto rilevo alla sua importante produzione letteraria. Che il mondo dell’arte, della cultura e della letteratura possa muoversi per ritrovare la sua figura, riprenderla a sé. Che la politica sappia approfittare di questa ricorrenza come una preziosa occasione di arricchimento e di riflessione. Di continuo ripensamento sul proprio compito, sulla responsabilità del proprio agire.

Note:

  1. http://gnarimompia.it/fondazione-bobo-archetti/

Un Paladino disarmato e gentile

Grande Figura Reclinata – Mimmo Paladino, Chiostro di S. Maria in Solario, Museo di Santa Giulia, Brescia. 2017

Su "Ouverture", la mostra di Mimmo Paladino a Brescia

La luce fonde.

Dalle lamine dorate, come una lava dalla dolce incandescenza, si riversa sugli spalti del teatro, illumina il passato da cui nasce.

Sono gli Specchi Ustori che riflettono le vestigia del Teatro Romano. Enormi scudi bronzei dalle insegne affastellate, disseminate con un ordine criptato come in certi lavori di Magritte. Numeri, teste, volatili, strutture schizzate o immaginate, ingranaggi solitari. Nulla, proprio nulla di veramente marziale, a dispetto del minaccioso nome.

Pure, la pace e la guerra, sono uno dei tratti più significativi che legano insieme, con una traccia tanto dissimulata quanto irresistibile, tutta l’estesa costellazione di sculture e opere d’arte che Mimmo Paladino ha delicatamente adagiato, addentrandovisi con rispetto e stupore, tra gli strati profondi della storia bresciana, risalendo dalle pagine più antiche e gloriose fino ai lasciti della modernità violenta e brutale del nazifascismo, laddove è collassata definitivamente l’idea di progresso, di continuo e inarrestabile miglioramento della condizione umana.

Dal Monastero di Santa Giulia a San Salvatore, nel Tempio Capitolino, dall’oriente della città, spostandosi lentamente verso occidente, passando nel Duomo Vecchio, fino ad arrivare nel vuoto gelido di quella larga plaga senza odore, senza colore – sala d’aspetto enorme dove un’anestesia segreta dissolve ogni senso, ogni sia pure flebile sussulto – chiamata piazza della Vittoria, Paladino dissemina i suoi corpi denudati e screziati, lance rotte, cavalieri disarcionati, teste rotolate su lastrici abissali, sudari maculati da segni di necrosi, di morte sofferente nel gorgoglio soffocante dell’abbandono e della solitudine.

Nelle stanze di Santa Giulia, nelle corti, negli spazi espositivi e museali, Paladino entra mimetizzandosi o attirando irresistibilmente l’attenzione attorno alle sue sculture, sempre nel segno del dialogo con i luoghi nei quali si affacciano le sue opere, nell’ammirata iterazione con le meraviglie che le circondano.

Ci sono alcuni segni che ritornano e che raccontano una visione del mondo, o forse solo l’intravvedimento di un altro mondo.

Il piccolo cavallo matto, al centro di una Domus dell’Ortaglia, il cui rosso ammonitico, la marna o la dolomia, fanno sanguinare dalle zampe spezzate, montato da un cavaliere indifeso semicoperto da uno scudo improbabile, fa pensare a quella litania, quell’autistico e disperante richiamo, che Werner Herzog mise tra le labbra del suo Kaspar Hauser: “Io, grande cavaliere, come mio padre“.

I cavalieri, nei lavori di Paladino, non montano più i loro bai, delle battaglie vinte non vi sono più tracce, di quelle perse sono sparse le macerie, gli elmi spezzati, trapassati dalle lance, rosi dalla ruggine, dalla calce, impastati di polvere e sangue.

I raccolti e intensi Dormienti, adagiati nel piano più basso di Santa Giulia, tra i reperti preistorici della nostra città, svelano lentamente, toccando il registro della commozione, lo scempio dell’urna, del sepolcro violato, maciullato anch’esso dalla furia della guerra. Non riposano in pace. Le schegge di coppo, poveri laterizi fracassati e taglienti, non riparano né anime né membra. Non c’è traccia d’onore, nulla di simile al rispetto, solo il calco insaziabile, ma perennemente vuoto, della brutalità.

C’e un’eloquente scultura distesa nel meraviglioso e assorto Coro delle Monache: i cavalieri e i lottatori sono trasfigurati in un cristo magro, smisurato e senza nome, inchiodato a una croce consunta e assottigliata crollata a terra da secoli, appiattita su un freddo selciato; uomini calpestati, vilipesi, cosa senza alcun valore.

Il tufo prevale non casualmente nella coorte di Testimoni che ci interroga, come un coro muto, tra il colonnato del Tempio Capitolino, una roccia vulcanica stabile e forte, sia pure agglomerato di lapilli pomicei, di strati interminabili di cenere. Tra i loro sguardi fa capolino la memoria terribile di costati nudi, esposti a innumerevoli tempeste, ma i loro ventri conservano e custodiscono la vita che verrà; i toraci – scavati nel giallo e nell’ocra, torti, graffiati, attraversati da sottili vene indacoplumbee – sono dischiusi, palpitanti di storie, di sguardi che sono stati o forse avrebbero potuto essere; le mani sono aperte, pronte ad accogliere ogni nuovo venuto, a dare voce, da quel Pronao sacro, ad ogni possible rinascita, a rinnovata speranza.

Riprendendo il percorso verso ovest l’artista campano si ferma nel Duomo Vecchio con un’opera maestosa, tripartita, di un liquido e rappreso scarlatto. In una delle tele uno strappo netto, nel drappo dipinto, rivela uno squarcio dorato. Paladino dà nome Stabat Mater a questo lavoro, il canto straziante, la preghiera dedicata a Maria per la Passione e la crocifissione del figlio offre un’altra prospettiva al suo sguardo sul mondo: dal dolore di una madre, dalle tenebre della disperazione di una morte violenta e assassina può aprirsi uno spiraglio illuminato, una finestra sull’amore e sulla compassione, fondamento autentico delle relazioni umane, logos irriducibile da qualunque prepotenza, da qualsiasi volontà sopraffatoria. Chissà se l’artista nel concepire questo lavoro si è ispirato all’immortale composizione di Giovan Battista Pergolesi che gli fu commissionata proprio dai “Cavalieri della Vergine dei dolori della Confraternita di San Luigi al Palazzo”, in quel di Napoli che lo rese celebre al mondo, nel 1734.

Gli agglomerati multipiramidali, solidi enormi o piccolissimi che Paladino pone spesso a contrappunto delle sue sculture, sono stelle rassicuranti, indicatori di una strada, o granate minacciose con il loro raccolto di capi mozzati, di esplosioni avvenute o incombenti: la barriera che separa il bene dal male è un tremolante foglio di carta velina. Condizioni ben rappresentate in piazza della Vittoria. È in questo spazio che l’artista sannita compie l’operazione più raffinata dando luogo quasi a un miracolo.

Le sue sculture riescono ad entrare in relazione con le strutture di Piacentini usando per molti tratti una cifra condivisa, i colori, le dimensioni, l’assertività, le simmetrie. Il dialogo, che diventa subito confronto aspro, riesce però a raggiungere un risultato straordinario, insufflare vita alla piazza, con degli accenti quasi gioiosi, senza nascondere il livello glaciale, propagandistico e mistificatorio dell’operazione di regime, sostenuta da Mussolini in persona, emersa sopra l’iceberg di brutalità e di devastazione fatto pagare al quartiere delle Pescherie con uno sventramento inaudito di una parte significativa del centro storico cittadino.

Sant’Elmo, lo Scriba, il grande Zenith nei tramonti dalla luce tagliente, durante dopopioggia ventosi e ferventi, riflettono al cielo una piazza fantasmatica e mite, dallo sguardo fanciullesco e benevolente, nella quale i ritagli e gli squadri di regime si tramutano come d’incanto in un fondale aggraziato e inoffensivo. Assieme all’Anello, alla Stella e alla Stele non vestono la piazza, ne cambiano segno e percezione.

La Stele, in particolare, racchiude in sé tutta la densa vicenda di questa parte della città. Nel blocco di marmo marquiña, posto sulla fontana del progetto piacentiniano in luogo dell’«Era Fascista» – la statua di Dazzi che doveva rappresentare l’epopea (nefasta) di quella stagione – la storia viene riletta e trasfigurata attraverso un’operazione metamorfica e simbolica. Il marmo di Carrara del Bigio si assottiglia in venature sottili, il bianco pallore mortifero del colosso di regime si capovolge nel nero del lutto, del dolore per la sofferenza inflitta ad un popolo da un potere violento e inumano. Le forme dazziane, tanto impettite e ridicole quanto prepotenti e sbeffeggianti, si agglomerano nel lavoro di Paladino come in un processo di addensamento e compressione di un buco nero della storia, dal quale emergono segni appena accennati. Il movimento tracotante e bellicoso agitato dal filone futurista guerrafondaio è come accartocciato su se stesso nella Stele, la stessa forza primigenia del dinamismo boccioniano, la leggerezza del ritmo e della velocità di Balla vengono colti nella distorsione che li ha risucchiati nel filone sbagliato di un’epoca dominata dalla violenza e da una hybris cieca e marcescente sfociata nel dramma pagato da milioni di donne e di uomini.

Dopo questa geniale trasfigurazione non credo possa essere più immaginabile tornare alla piazza della Vittoria che abbiamo conosciuto prima del 6 maggio del 2017.

La percezione dell’approccio di Paladino alle sue opere, il suo sguardo sul mondo, successivamente alla visione del «Quijote», lungometraggio di una grande, autentica, bellezza, ha rischiarato meglio anche le scelte fatte a Brescia. Il film, girato per buona parte da Paladino nel Sannio, la sua terra natìa, è stato proiettato nell’ambito delle iniziative a corollario del progetto Brixia Contemporary di cui la sua Ouverture è stato l’avvio. Gli eccellenti Lucio Dalla e Peppe Servillo danno corpo a un Sancho Panza e a un Don Chisciotte increduli che la contemporaneità, passati altri cinque secoli, sia andata così oltre l’annullamento di se stessa sprofondando indefinitamente nella “follia dell’uomo” . Stralunati, il cavaliere errante e lo scudiero, si aggirano tra relitti di fabbriche mai nate, discariche abbandonate e paesaggi agresti immacolati, crepuscoli illuminati dall’argento e dal blu della volta celeste.

Già cinquecento anni fa il genio di Cervantes ci ha donato queste parole pregne della lungimiranza del veggente: “Benedetti quei fortunati secoli cui mancò la spaventosa furia di questi indemoniati strumenti di artiglieria, al cui inventore io per me son convinto che il premio per la sua diabolica invenzione glielo stanno dando nell’inferno, perché con essa diede modo che un braccio infame e codardo tolga la vita a un prode cavaliere, e che senza saper né come né da dove, nel pieno del vigore e dell’impeto che anima e accende i forti petti, arrivi una palla sbandata (sparata da chi forse fuggì, al bagliore di fuoco prodotto dalla maledetta macchina), e recida e dia fine in un istante ai sentimenti e alla vita d’uno che avrebbe meritato di averla per lunghi secoli. E quindi, considerando ciò, sto per dire che mi duole nell’anima d’aver abbracciato questa professione di cavaliere errante in un’età così odiosa qual è quella che oggi viviamo; perché sebbene a me non ci sia pericolo che faccia paura, ciò nonostante, mi esaspera il pensare che della polvere e del piombo abbiano a negarmi la possibilità di rendermi noto e famoso per il valore del mio braccio e il filo della mia spada, per tutto quanto il mondo conosciuto. Ma faccia il cielo ciò che crederà, che se riesco nel mio proposito, sarò maggiormente stimato, per aver affrontato ben maggiori pericoli che non quelli ai quali si esposero i cavalieri erranti dei passati secoli“.

Fin quando la guerra, la tecnica nauseabonda al servizio della violenza, della sopraffazione e della prepotenza avranno legittimità sul pianeta nulla si potrà salvare dal gorgo della disumanità.

Foto di Pasquale Palmieri

Non ricordo un’operazione così importante per la città negli ultimi lustri, e nemmeno sono sicuro di quanti abbiano veramente colto il dirompente e profondo significato di questa rappresentazione.

Mimmo Paladino ci ha regalato opere che hanno un valore grande di per sé ma nel riverbero reciproco con il grande patrimonio storico e museale bresciano, avviano un rimando di luci, moltiplicano i silenzi, i suoni, le forme di ogni espressione, di ogni mistero, aprendoci ad una dimensione nuova e sconosciuta della città.

Brescia dopo questa straordinaria esperienza è una città diversa. Una nuova dolcezza, un attonito stupore, promana dalle sue vestigia, dalle sue piazze, dalle sue strade. E già si affaccia nel suo futuro.

Dove sei stata

Non vede la valigia appoggiata a terra, ma sente comunque un freddo acuto salirgli dei piedi scalzi fino alla testa. Lei sta fissando il cancello (…) poi, come per un pensiero improvviso, si volta e lo vede. Nessuno dei due si muove. È un patto. Mario appoggia la fronte al vetro, tiene gli occhi puntati su sua madre, con tutte le forze che restano la tiene ferma a pochi passi da casa“.

Ci sono graffi, botte, escoriazioni. Ci sono strappi, buchi, lacerazioni. Ci sono ago, filo, ghiaccio, suture, rammendi. “Dove sei stata” racconta di come le cose possono riaggiustarsi, rimarginarsi, anche quando i tagli sono profondi, le ferite indefinitamente doloranti.

La cura ostinata, l’amore, l’attenzione ad ogni dettaglio – “tutti i piccoli gesti che ogni giorno contribuiscono a tenere in vita qualcuno o ad annientarlo” – al filo che ogni vita srotola nel suo cammino, possono darci una possibilità.

Mario adulto-bambino, il personaggio principale del romanzo di Giusi Marchetta, in un viaggio a ritroso, e all’interno, della sua storia, della memoria, di sé, scopre, lentamente, quanto sia difficile e accidentata la strada dell’accettazione, quanto possa essere duro l’impatto della libertà altrui, quanto possano essere dolorose le sue conseguenze estreme. Sua madre Anna, lui ancora bambino, ha deciso di andarsene, senza lasciare traccia, né spiegazioni, né speranze.

Potrebbero bastare pochi passaggi – il prologo, il capitolo 13 del primo blocco, tutta l’ultima densa e commovente parte – a farci dire di un grande lavoro, una minuziosa ed emozionante narrazione. La capacità di raccontare anche tutti i personaggi appena dietro il protagonista, quelli che si ritagliano solo un angolo della storia o quelli, come Viola, l’assistente sociale del Tribunale dei minori di Napoli, per la quale Mario vacilla in un pieno d’ammirazione, di pathos e di attrazione, i cui limiti la scrittrice descrive fino ai suoi lembi più estremi, è straordinaria.

Tra i confini così ampi e così angusti della Reggia di Caserta, tra i miti che a ogni angolo sorvegliano ed osservano ciò che accade, s’intrecciano molti destini, vite piene, sia pure spesso durissime, talvolta sanguinanti, anche se Mario, quando pensa “a tutti i baci di Anna che ha inventato“, afferma, ripetendo quasi alla lettera le parole del padre, con cui ha un rapporto aspro e controverso, “ognuno si racconta la propria vita a modo suo“. Talvolta fino a rovesciare la realtà. Alcune notti Mario sogna di un terribile cinghiale che si aggira nel bosco in cerca di Adone. Nel sogno lo affronta e lo uccide, poi “quelle notti rimane a fissare la finestra per un po’ e a sussurrare nel buio che il fantasma di un cinghiale non gli fa paura come quello di un uomo, ma poi, quando passeggia da solo tra gli alberi e lo schiocco di un ramo gli ferma il cuore, si pente di essere così bugiardo pure con se stesso“.

La penna di Marchetta mentre leggiamo questo gran bel romanzo, ci ingloba, lievemente, nelle vicende che si muovono sul liminare del Bosco Vecchio vanvitelliano, oppure nei suoi angoli più oscuri e segreti, il suo tratto sa scivolare con maestria sulle ruvidezze della carta, le increspature dell’anima, le svolte nel vuoto della vita.

Non sarò mai la brava moglie di nessuno

Non sarò mai la brava moglie di nessuno

Evelyn ed Helen, la sua sorella maggiore.

Suicida! Bellissima!
Una foto stupefacente la “immortala”. Un’immagine che entrerà dritta nella storia della fotografia.

Quella fotografia apre una fessura – l’autrice ne rimane stregata – da quel taglio emana un mistero i cui dettagli sono tanto sfuggenti e nebulosi quanto di esso è chiarissimo il nocciolo, la sua luminescente rivelazione; quella scissura diventa una ferita, irrimarginabile, una sorgente d’acqua purissima, un dolore essenziale.

Leggendo il bel romanzo di Nadia Busato, “Non sarò mai la brava moglie di nessuno” subito il pensiero è andato ad alcuni passaggi del fondamentale saggio di Roland Barthes, “La camera chiara”.

Sembra che anche per questa scrittrice, come per il semiologo francese, la Fotografia – perlomeno quella che scattò Robert Wiles, il primo maggio del 1947, a una ragazza di 23 anni che si era appena lanciata dall’ottantaseiesimo piano dell’Empire State Building, trasfigurando la spessa lamiera corazzata di un’auto diplomatica in un sudario leggero, un drappo morbido e vellutato, come se il suo corpo fosse scivolato su un’onda metallica e argentata – appartenga “a quella classe di oggetti fatti di strati sottili di cui non è possibile separare i due foglietti senza distruggerli: il vetro e il paesaggio, e perché no: il bene e il male, il desiderio e il suo oggetto“.

L’abbrivio del romanzo è magistrale.
La coppia cuore-lingua, attraverso le parole di Busato diventa il ritmo di due sezioni percussive che si rincorrono e si rispondono, da una pagina all’altra del capitolo d’apertura, in un palpitare di battiti e di colpi inattesi che dallo stomaco, passando attraverso la gola, arrivano alla testa. L’epilogo di questa partitura di tamburi, di rullanti e di lastre d’acciaio si rapprende nella preparazione agghiacciata di un burrito californiano (esisterà davvero?), del piatto di sempre, per sempre, preparato dalla mamma di Evelyn McHale – la ragazza della foto – nella solitudine da mattatoio di una luminosa e opprimente cucina.

È attorno a un vuoto che cresce “Non sarò mai la brava moglie di nessuno“, un grumo di domande cui le persone che sono state a contatto con Evelyn – nello stratagemma letterario di Busato e attraverso la sua voce – cercano di dare una risposta.

Sempre Barthes, nel suo saggio, a un certo punto “ritrova” sua madre, bambina, in una vecchia fotografia, detta del Giardino d’inverno. Solo in quella, tra le tante che sfoglia e fa passare tra le mani. Tutte somiglianti ma proprio per questo insoddisfacenti, in certi casi ingannevoli o piattamente dolorose. In quell’immagine smorta e ingiallita invece, dalla somiglianza caduca e incerta – anzi, proprio al di fuori di essa – trova la “verità” di sua madre, la sua essenza, il nucleo profondo del suo amore. Attraverso un brusco risveglio, un satori, un lampo nel quale intravvede se stesso e l’indissolubile legame con lei.

Nel romanzo di Nadia Busato mi sembra di ritrovare molte consonanze con le riflessioni del grande intellettuale francese. La sorella maggiore di Evelyn, nelle parole della narratrice, a un certo punto afferma, “Lynn (…) era felice per ciò che di bello accadeva alle persone a cui voleva bene, era triste fino alla disperazione se le vedeva in seria difficoltà. La sua empatia arrivava ai limiti dell’identificazione“. L’empatia, il pathos – che delle volte rotola come una frana del cuore, un’urgenza del dare voce, nel bisogno di raccontare il suo ritrovamento – che la scrittrice mette nelle sue parole, forse ci autorizza a immaginare che Nadia Busato potrebbe avere pensato, durante la stesura del suo romanzo, “Lynn c’est moi“.

Ma perché questa morte? Perché questo suicidio? Le risposte, molteplici, possiamo solo immaginarle, ipotizzarle. John Morrissey, il poliziotto di New York che intervenne per primo dopo lo schianto, in uno dei capitoli più significativi del romanzo dice però, anzi, pensa: “tutti a cercare gli indizi del suicidio, i segnali della depressione, come se fossero larve di pidocchi che si attaccano a quelli con la testa pulita, che altrimenti non ci penserebbero per nulla a morire“. Invece “succede tutto in un attimo: basta un solo, unico momento di disperazione“.

Le parole hanno davvero un peso solo quando si portano addosso cose della vita, reali, concrete“, sicuramente a Busato questo passaggio è riuscito. Nel suo racconto la pietà, quel sentimento autentico e partecipe delle sorti di ogni essere umano, si intreccia con la riflessione sulle cause del dolore, della sofferenza, sulla ferita originaria che tocca in sorte ad ognuno di noi; la differenza tra una scelta folle ed una decisione savia passa dalla densità di un ombra o da un bel raggio di luce caduto sullo specchio sbagliato; l’amore freme e si dispera ma vive e ci viene incontro, irrevocabilmente, ci tocca.

Pasolini, Brescia e il fascismo degli antifascisti

Legato mani e piedi e pestato a sangue. Ma essendo oggi il fascista vittima e non carnefice zero tweet di solidarietà. Bisognerebbe ricordare Pannella e Pasolini: non si può esitare a condannare il fascismo, ma non si può esitare a condannare il fascismo dell’anti fascismo.

Claudio Cerasa, tweet del 21 febbraio 2018

 

Riconoscere l’esistenza di contraddizioni, talvolta anche pesantissime, presenti nei diversi schieramenti sarebbe un atto di serietà e di responsabilità politica, sia per i soggetti direttamente interessati, sia per gli osservatori dei fatti pubblici, ammettere che esse ci accompagnano pressoché costantemente nel nostro cammino sulla terra, sarebbe segno di onestà intellettuale. Ma l’affermazione di Cerasa, sul pestaggio palermitano di un esponente di Forza Nuova, gioca con le parole fino a truccarne i significati e non vuole indagare affatto quell’aspetto. È un terreno irto e difficile, troppo faticoso, inadatto al tweet di giornata, soprattutto non ha nulla a che vedere con la tesi che l’autore vuole dimostrare.

Il direttore de “Il Foglio” mentre cita Pasolini sul “fascismo dell’antifascismo” – lasciando intendere di essere in consonanza con lui, chiedendo di ascoltare la sua lezione – nega radicalmente il suo pensiero, lo rovescia come un calzino e se ne pone agli antipodi. Se dovesse averlo fatto consapevolmente ci troveremmo davanti all’ennesimo caso di un giornalismo manipolatorio e truffaldino, se avesse scritto senza leggere le fonti, citando a casaccio, orecchiando dal cialtronesco tritume senza alcun fondamento che da decenni circola sul tema, sarebbe di certo ancora peggio.

Pasolini è angosciato dall’omologazione, la disperazione giunge al suo culmine quando inizia ad essere convinto che essa abbia rotto anche gli argini del campo antifascista. La sua invettiva, in quegli articoli del Corriere, raccolti successivamente negli “Scritti Corsari“, parte dalla Chiesa, dal Vaticano, “è molto tempo ormai che lì i cattolici si sono dimenticati di essere cristiani“, passa per la Democrazia Cristiana e arriva, transitando attraverso i partiti laici, fino al PCI. “Non c’è più dunque differenza apprezzabile – al di fuori di una scelta politica come schema morto da riempire gesticolando – tra un qualsiasi cittadino italiano fascista e un qualsiasi cittadino italiano antifascista. Essi sono culturalmente, psicologicamente e, quel che è più impressionante, fisicamente, interscambiabili“. Pasolini non formula alcuna teoria degli opposti estremismi, tutt’altro, per questi ultimi quel medesimo identico processo omologatorio è solo una variante “più radicale” di una trasformazione generale. Il principale obbiettivo di Pasolini, al contrario di Cerasa, non sono questi ultimi ma chi declama un “antifascismo facile che ha per oggetto ed obiettivo un fascismo arcaico che non esiste più e che non esisterà mai più“. Quella borghesia del paese, e non solo essa, che ha assunto, metabolizzato e trasformato “il vero fascismo [in] quello che i sociologhi hanno troppo bonariamente chiamato «la società dei consumi»”, laddove ciò che è accaduto “nel paesaggio, nell’urbanistica e, soprattutto, negli uomini, vede che i risultati di questa spensierata società dei consumi sono i risultati di una dittatura, di un vero e proprio fascismo“, un fascismo che ha cambiato “l’anima” anche ai giovani, toccandoli nell’intimo. Pasolini chiude così: “se la parola fascismo significa la prepotenza del potere, la «società dei consumi» ha bene realizzato il fascismo“.

Naturalmente non è affatto obbligatorio essere d’accordo, del tutto o in parte, con Pasolini, citarlo in questa guisa però, ammiccando una convergenza d’opinione ma occultandone e negandone, di fatto, pensiero, obbiettivi e contesto sui quali quella considerazione si fonda e si sorregge, è un’operazione di grave disonestà intellettuale, filologica e, in questo caso, anche deontologica.

Per Cerasa l’omologazione odierna dei soggetti politici in campo sembra un dato acquisito, null’affatto preoccupante. Tutt’altro, ognuno – compreso il campo antifascista – ha il proprio angolino buio, da cui la parte buona deve prendere senza “esitare” le distanze, in questo modo tutto è sistemato, ogni cosa si mette al suo posto. Così ritorna, rinnovata nella veste lessicale, la teoria degli opposti estremismi, che mantiene intatto il suo fascino arido, triste e consolatorio, benché sempre discreto, come la penna di Cerasa mostra.

Naturalmente, nell’urgenza dell’impulso cinguettante, il direttore straparla dell’assenza di condanna di quel gesto orribile e violento laddove la condanna, sia pure ancora superficiale e insufficiente, soprattutto nell’analisi e nelle risposte, è stata invece amplissima.

Vorrei solo ricordare, in chiusura, che Pasolini scrive e articola il suo pensiero sul fascismo e l’antifascismo nei mesi immediatamente successivi alla “orrenda strage” di Piazza Loggia, le cui responsabilità “reali” egli assegna da subito al “governo e (al)la polizia italiana: perché se governo e polizia avessero voluto, tali stragi non ci sarebbero state“. E’ vieppiù amaro allora, constatare come anche nella nostra città, così duramente colpita dalla barbarie fascista, ci sia ancora oggi chi sottoscriva questo superficiale e pericoloso modo di pensare indicato nel tweet di Cerasa, rispolverando opposti estremismi e una sciagurata e inaccettabile equidistanza tra fascismo e antifascismo.

Infine una nota su una assenza. Nell’articolo sul Corriere del 16 luglio 1964 ricordato sopra, Pasolini si occupa dell’antifascismo solo indirettamente, la gran parte del suo argomentare ruota attorno al digiuno di Pannella in relazione agli otto referendum proposti allora dai radicali e alle reazioni politiche conseguenti a quell’evento. Pasolini elabora in quel frangente, tra le altre, diverse considerazioni interessanti sul tema della nonviolenza. Ecco, questo tema risulta assente dalla quasi totalità delle proposte e delle carte dei principi dei soggetti politici presenti oggi nel paese e laddove fa, sommessamente, capolino è relegato ad ambiti di dettaglio, accuratamente recintati e circoscritti, senza diventare mai criterio e direttrice principale per orientare parti preponderanti di un progetto politico o assurgere a pilastro fondativo per il suo sviluppo.

Nessuna crisi, nessun conflitto, potrà essere seriamente affrontato e risolto con gli strumenti della violenza, della sopraffazione e della prepotenza. La strada, lunga e difficile, della nonviolenza non potrà essere elusa se ancora vogliamo dare un senso al nostro essere uomini e donne, alle relazioni che vogliamo stabilire tra di noi e con l’intero creato, alla parola futuro.