La disobbedienza civile si annuncia.

https://comune-info.net/2018/10/la-disobbedienza-civile-si-annuncia/

Annunci

Un Paladino disarmato e gentile

Grande Figura Reclinata – Mimmo Paladino, Chiostro di S. Maria in Solario, Museo di Santa Giulia, Brescia. 2017

Su "Ouverture", la mostra di Mimmo Paladino a Brescia

La luce fonde.

Dalle lamine dorate, come una lava dalla dolce incandescenza, si riversa sugli spalti del teatro, illumina il passato da cui nasce.

Sono gli Specchi Ustori che riflettono le vestigia del Teatro Romano. Enormi scudi bronzei dalle insegne affastellate, disseminate con un ordine criptato come in certi lavori di Magritte. Numeri, teste, volatili, strutture schizzate o immaginate, ingranaggi solitari. Nulla, proprio nulla di veramente marziale, a dispetto del minaccioso nome.

Pure, la pace e la guerra, sono uno dei tratti più significativi che legano insieme, con una traccia tanto dissimulata quanto irresistibile, tutta l’estesa costellazione di sculture e opere d’arte che Mimmo Paladino ha delicatamente adagiato, addentrandovisi con rispetto e stupore, tra gli strati profondi della storia bresciana, risalendo dalle pagine più antiche e gloriose fino ai lasciti della modernità violenta e brutale del nazifascismo, laddove è collassata definitivamente l’idea di progresso, di continuo e inarrestabile miglioramento della condizione umana.

Dal Monastero di Santa Giulia a San Salvatore, nel Tempio Capitolino, dall’oriente della città, spostandosi lentamente verso occidente, passando nel Duomo Vecchio, fino ad arrivare nel vuoto gelido di quella larga plaga senza odore, senza colore – sala d’aspetto enorme dove un’anestesia segreta dissolve ogni senso, ogni sia pure flebile sussulto – chiamata piazza della Vittoria, Paladino dissemina i suoi corpi denudati e screziati, lance rotte, cavalieri disarcionati, teste rotolate su lastrici abissali, sudari maculati da segni di necrosi, di morte sofferente nel gorgoglio soffocante dell’abbandono e della solitudine.

Nelle stanze di Santa Giulia, nelle corti, negli spazi espositivi e museali, Paladino entra mimetizzandosi o attirando irresistibilmente l’attenzione attorno alle sue sculture, sempre nel segno del dialogo con i luoghi nei quali si affacciano le sue opere, nell’ammirata iterazione con le meraviglie che le circondano.

Ci sono alcuni segni che ritornano e che raccontano una visione del mondo, o forse solo l’intravvedimento di un altro mondo.

Il piccolo cavallo matto, al centro di una Domus dell’Ortaglia, il cui rosso ammonitico, la marna o la dolomia, fanno sanguinare dalle zampe spezzate, montato da un cavaliere indifeso semicoperto da uno scudo improbabile, fa pensare a quella litania, quell’autistico e disperante richiamo, che Werner Herzog mise tra le labbra del suo Kaspar Hauser: “Io, grande cavaliere, come mio padre“.

I cavalieri, nei lavori di Paladino, non montano più i loro bai, delle battaglie vinte non vi sono più tracce, di quelle perse sono sparse le macerie, gli elmi spezzati, trapassati dalle lance, rosi dalla ruggine, dalla calce, impastati di polvere e sangue.

I raccolti e intensi Dormienti, adagiati nel piano più basso di Santa Giulia, tra i reperti preistorici della nostra città, svelano lentamente, toccando il registro della commozione, lo scempio dell’urna, del sepolcro violato, maciullato anch’esso dalla furia della guerra. Non riposano in pace. Le schegge di coppo, poveri laterizi fracassati e taglienti, non riparano né anime né membra. Non c’è traccia d’onore, nulla di simile al rispetto, solo il calco insaziabile, ma perennemente vuoto, della brutalità.

C’e un’eloquente scultura distesa nel meraviglioso e assorto Coro delle Monache: i cavalieri e i lottatori sono trasfigurati in un cristo magro, smisurato e senza nome, inchiodato a una croce consunta e assottigliata crollata a terra da secoli, appiattita su un freddo selciato; uomini calpestati, vilipesi, cosa senza alcun valore.

Il tufo prevale non casualmente nella coorte di Testimoni che ci interroga, come un coro muto, tra il colonnato del Tempio Capitolino, una roccia vulcanica stabile e forte, sia pure agglomerato di lapilli pomicei, di strati interminabili di cenere. Tra i loro sguardi fa capolino la memoria terribile di costati nudi, esposti a innumerevoli tempeste, ma i loro ventri conservano e custodiscono la vita che verrà; i toraci – scavati nel giallo e nell’ocra, torti, graffiati, attraversati da sottili vene indacoplumbee – sono dischiusi, palpitanti di storie, di sguardi che sono stati o forse avrebbero potuto essere; le mani sono aperte, pronte ad accogliere ogni nuovo venuto, a dare voce, da quel Pronao sacro, ad ogni possible rinascita, a rinnovata speranza.

Riprendendo il percorso verso ovest l’artista campano si ferma nel Duomo Vecchio con un’opera maestosa, tripartita, di un liquido e rappreso scarlatto. In una delle tele uno strappo netto, nel drappo dipinto, rivela uno squarcio dorato. Paladino dà nome Stabat Mater a questo lavoro, il canto straziante, la preghiera dedicata a Maria per la Passione e la crocifissione del figlio offre un’altra prospettiva al suo sguardo sul mondo: dal dolore di una madre, dalle tenebre della disperazione di una morte violenta e assassina può aprirsi uno spiraglio illuminato, una finestra sull’amore e sulla compassione, fondamento autentico delle relazioni umane, logos irriducibile da qualunque prepotenza, da qualsiasi volontà sopraffatoria. Chissà se l’artista nel concepire questo lavoro si è ispirato all’immortale composizione di Giovan Battista Pergolesi che gli fu commissionata proprio dai “Cavalieri della Vergine dei dolori della Confraternita di San Luigi al Palazzo”, in quel di Napoli che lo rese celebre al mondo, nel 1734.

Gli agglomerati multipiramidali, solidi enormi o piccolissimi che Paladino pone spesso a contrappunto delle sue sculture, sono stelle rassicuranti, indicatori di una strada, o granate minacciose con il loro raccolto di capi mozzati, di esplosioni avvenute o incombenti: la barriera che separa il bene dal male è un tremolante foglio di carta velina. Condizioni ben rappresentate in piazza della Vittoria. È in questo spazio che l’artista sannita compie l’operazione più raffinata dando luogo quasi a un miracolo.

Le sue sculture riescono ad entrare in relazione con le strutture di Piacentini usando per molti tratti una cifra condivisa, i colori, le dimensioni, l’assertività, le simmetrie. Il dialogo, che diventa subito confronto aspro, riesce però a raggiungere un risultato straordinario, insufflare vita alla piazza, con degli accenti quasi gioiosi, senza nascondere il livello glaciale, propagandistico e mistificatorio dell’operazione di regime, sostenuta da Mussolini in persona, emersa sopra l’iceberg di brutalità e di devastazione fatto pagare al quartiere delle Pescherie con uno sventramento inaudito di una parte significativa del centro storico cittadino.

Sant’Elmo, lo Scriba, il grande Zenith nei tramonti dalla luce tagliente, durante dopopioggia ventosi e ferventi, riflettono al cielo una piazza fantasmatica e mite, dallo sguardo fanciullesco e benevolente, nella quale i ritagli e gli squadri di regime si tramutano come d’incanto in un fondale aggraziato e inoffensivo. Assieme all’Anello, alla Stella e alla Stele non vestono la piazza, ne cambiano segno e percezione.

La Stele, in particolare, racchiude in sé tutta la densa vicenda di questa parte della città. Nel blocco di marmo marquiña, posto sulla fontana del progetto piacentiniano in luogo dell’«Era Fascista» – la statua di Dazzi che doveva rappresentare l’epopea (nefasta) di quella stagione – la storia viene riletta e trasfigurata attraverso un’operazione metamorfica e simbolica. Il marmo di Carrara del Bigio si assottiglia in venature sottili, il bianco pallore mortifero del colosso di regime si capovolge nel nero del lutto, del dolore per la sofferenza inflitta ad un popolo da un potere violento e inumano. Le forme dazziane, tanto impettite e ridicole quanto prepotenti e sbeffeggianti, si agglomerano nel lavoro di Paladino come in un processo di addensamento e compressione di un buco nero della storia, dal quale emergono segni appena accennati. Il movimento tracotante e bellicoso agitato dal filone futurista guerrafondaio è come accartocciato su se stesso nella Stele, la stessa forza primigenia del dinamismo boccioniano, la leggerezza del ritmo e della velocità di Balla vengono colti nella distorsione che li ha risucchiati nel filone sbagliato di un’epoca dominata dalla violenza e da una hybris cieca e marcescente sfociata nel dramma pagato da milioni di donne e di uomini.

Dopo questa geniale trasfigurazione non credo possa essere più immaginabile tornare alla piazza della Vittoria che abbiamo conosciuto prima del 6 maggio del 2017.

La percezione dell’approccio di Paladino alle sue opere, il suo sguardo sul mondo, successivamente alla visione del «Quijote», lungometraggio di una grande, autentica, bellezza, ha rischiarato meglio anche le scelte fatte a Brescia. Il film, girato per buona parte da Paladino nel Sannio, la sua terra natìa, è stato proiettato nell’ambito delle iniziative a corollario del progetto Brixia Contemporary di cui la sua Ouverture è stato l’avvio. Gli eccellenti Lucio Dalla e Peppe Servillo danno corpo a un Sancho Panza e a un Don Chisciotte increduli che la contemporaneità, passati altri cinque secoli, sia andata così oltre l’annullamento di se stessa sprofondando indefinitamente nella “follia dell’uomo” . Stralunati, il cavaliere errante e lo scudiero, si aggirano tra relitti di fabbriche mai nate, discariche abbandonate e paesaggi agresti immacolati, crepuscoli illuminati dall’argento e dal blu della volta celeste.

Già cinquecento anni fa il genio di Cervantes ci ha donato queste parole pregne della lungimiranza del veggente: “Benedetti quei fortunati secoli cui mancò la spaventosa furia di questi indemoniati strumenti di artiglieria, al cui inventore io per me son convinto che il premio per la sua diabolica invenzione glielo stanno dando nell’inferno, perché con essa diede modo che un braccio infame e codardo tolga la vita a un prode cavaliere, e che senza saper né come né da dove, nel pieno del vigore e dell’impeto che anima e accende i forti petti, arrivi una palla sbandata (sparata da chi forse fuggì, al bagliore di fuoco prodotto dalla maledetta macchina), e recida e dia fine in un istante ai sentimenti e alla vita d’uno che avrebbe meritato di averla per lunghi secoli. E quindi, considerando ciò, sto per dire che mi duole nell’anima d’aver abbracciato questa professione di cavaliere errante in un’età così odiosa qual è quella che oggi viviamo; perché sebbene a me non ci sia pericolo che faccia paura, ciò nonostante, mi esaspera il pensare che della polvere e del piombo abbiano a negarmi la possibilità di rendermi noto e famoso per il valore del mio braccio e il filo della mia spada, per tutto quanto il mondo conosciuto. Ma faccia il cielo ciò che crederà, che se riesco nel mio proposito, sarò maggiormente stimato, per aver affrontato ben maggiori pericoli che non quelli ai quali si esposero i cavalieri erranti dei passati secoli“.

Fin quando la guerra, la tecnica nauseabonda al servizio della violenza, della sopraffazione e della prepotenza avranno legittimità sul pianeta nulla si potrà salvare dal gorgo della disumanità.

Foto di Pasquale Palmieri

Non ricordo un’operazione così importante per la città negli ultimi lustri, e nemmeno sono sicuro di quanti abbiano veramente colto il dirompente e profondo significato di questa rappresentazione.

Mimmo Paladino ci ha regalato opere che hanno un valore grande di per sé ma nel riverbero reciproco con il grande patrimonio storico e museale bresciano, avviano un rimando di luci, moltiplicano i silenzi, i suoni, le forme di ogni espressione, di ogni mistero, aprendoci ad una dimensione nuova e sconosciuta della città.

Brescia dopo questa straordinaria esperienza è una città diversa. Una nuova dolcezza, un attonito stupore, promana dalle sue vestigia, dalle sue piazze, dalle sue strade. E già si affaccia nel suo futuro.

Dove sei stata

Non vede la valigia appoggiata a terra, ma sente comunque un freddo acuto salirgli dei piedi scalzi fino alla testa. Lei sta fissando il cancello (…) poi, come per un pensiero improvviso, si volta e lo vede. Nessuno dei due si muove. È un patto. Mario appoggia la fronte al vetro, tiene gli occhi puntati su sua madre, con tutte le forze che restano la tiene ferma a pochi passi da casa“.

Ci sono graffi, botte, escoriazioni. Ci sono strappi, buchi, lacerazioni. Ci sono ago, filo, ghiaccio, suture, rammendi. “Dove sei stata” racconta di come le cose possono riaggiustarsi, rimarginarsi, anche quando i tagli sono profondi, le ferite indefinitamente doloranti.

La cura ostinata, l’amore, l’attenzione ad ogni dettaglio – “tutti i piccoli gesti che ogni giorno contribuiscono a tenere in vita qualcuno o ad annientarlo” – al filo che ogni vita srotola nel suo cammino, possono darci una possibilità.

Mario adulto-bambino, il personaggio principale del romanzo di Giusi Marchetta, in un viaggio a ritroso, e all’interno, della sua storia, della memoria, di sé, scopre, lentamente, quanto sia difficile e accidentata la strada dell’accettazione, quanto possa essere duro l’impatto della libertà altrui, quanto possano essere dolorose le sue conseguenze estreme. Sua madre Anna, lui ancora bambino, ha deciso di andarsene, senza lasciare traccia, né spiegazioni, né speranze.

Potrebbero bastare pochi passaggi – il prologo, il capitolo 13 del primo blocco, tutta l’ultima densa e commovente parte – a farci dire di un grande lavoro, una minuziosa ed emozionante narrazione. La capacità di raccontare anche tutti i personaggi appena dietro il protagonista, quelli che si ritagliano solo un angolo della storia o quelli, come Viola, l’assistente sociale del Tribunale dei minori di Napoli, per la quale Mario vacilla in un pieno d’ammirazione, di pathos e di attrazione, i cui limiti la scrittrice descrive fino ai suoi lembi più estremi, è straordinaria.

Tra i confini così ampi e così angusti della Reggia di Caserta, tra i miti che a ogni angolo sorvegliano ed osservano ciò che accade, s’intrecciano molti destini, vite piene, sia pure spesso durissime, talvolta sanguinanti, anche se Mario, quando pensa “a tutti i baci di Anna che ha inventato“, afferma, ripetendo quasi alla lettera le parole del padre, con cui ha un rapporto aspro e controverso, “ognuno si racconta la propria vita a modo suo“. Talvolta fino a rovesciare la realtà. Alcune notti Mario sogna di un terribile cinghiale che si aggira nel bosco in cerca di Adone. Nel sogno lo affronta e lo uccide, poi “quelle notti rimane a fissare la finestra per un po’ e a sussurrare nel buio che il fantasma di un cinghiale non gli fa paura come quello di un uomo, ma poi, quando passeggia da solo tra gli alberi e lo schiocco di un ramo gli ferma il cuore, si pente di essere così bugiardo pure con se stesso“.

La penna di Marchetta mentre leggiamo questo gran bel romanzo, ci ingloba, lievemente, nelle vicende che si muovono sul liminare del Bosco Vecchio vanvitelliano, oppure nei suoi angoli più oscuri e segreti, il suo tratto sa scivolare con maestria sulle ruvidezze della carta, le increspature dell’anima, le svolte nel vuoto della vita.

Non sarò mai la brava moglie di nessuno

Non sarò mai la brava moglie di nessuno

Evelyn ed Helen, la sua sorella maggiore.

Suicida! Bellissima!
Una foto stupefacente la “immortala”. Un’immagine che entrerà dritta nella storia della fotografia.

Quella fotografia apre una fessura – l’autrice ne rimane stregata – da quel taglio emana un mistero i cui dettagli sono tanto sfuggenti e nebulosi quanto di esso è chiarissimo il nocciolo, la sua luminescente rivelazione; quella scissura diventa una ferita, irrimarginabile, una sorgente d’acqua purissima, un dolore essenziale.

Leggendo il bel romanzo di Nadia Busato, “Non sarò mai la brava moglie di nessuno” subito il pensiero è andato ad alcuni passaggi del fondamentale saggio di Roland Barthes, “La camera chiara”.

Sembra che anche per questa scrittrice, come per il semiologo francese, la Fotografia – perlomeno quella che scattò Robert Wiles, il primo maggio del 1947, a una ragazza di 23 anni che si era appena lanciata dall’ottantaseiesimo piano dell’Empire State Building, trasfigurando la spessa lamiera corazzata di un’auto diplomatica in un sudario leggero, un drappo morbido e vellutato, come se il suo corpo fosse scivolato su un’onda metallica e argentata – appartenga “a quella classe di oggetti fatti di strati sottili di cui non è possibile separare i due foglietti senza distruggerli: il vetro e il paesaggio, e perché no: il bene e il male, il desiderio e il suo oggetto“.

L’abbrivio del romanzo è magistrale.
La coppia cuore-lingua, attraverso le parole di Busato diventa il ritmo di due sezioni percussive che si rincorrono e si rispondono, da una pagina all’altra del capitolo d’apertura, in un palpitare di battiti e di colpi inattesi che dallo stomaco, passando attraverso la gola, arrivano alla testa. L’epilogo di questa partitura di tamburi, di rullanti e di lastre d’acciaio si rapprende nella preparazione agghiacciata di un burrito californiano (esisterà davvero?), del piatto di sempre, per sempre, preparato dalla mamma di Evelyn McHale – la ragazza della foto – nella solitudine da mattatoio di una luminosa e opprimente cucina.

È attorno a un vuoto che cresce “Non sarò mai la brava moglie di nessuno“, un grumo di domande cui le persone che sono state a contatto con Evelyn – nello stratagemma letterario di Busato e attraverso la sua voce – cercano di dare una risposta.

Sempre Barthes, nel suo saggio, a un certo punto “ritrova” sua madre, bambina, in una vecchia fotografia, detta del Giardino d’inverno. Solo in quella, tra le tante che sfoglia e fa passare tra le mani. Tutte somiglianti ma proprio per questo insoddisfacenti, in certi casi ingannevoli o piattamente dolorose. In quell’immagine smorta e ingiallita invece, dalla somiglianza caduca e incerta – anzi, proprio al di fuori di essa – trova la “verità” di sua madre, la sua essenza, il nucleo profondo del suo amore. Attraverso un brusco risveglio, un satori, un lampo nel quale intravvede se stesso e l’indissolubile legame con lei.

Nel romanzo di Nadia Busato mi sembra di ritrovare molte consonanze con le riflessioni del grande intellettuale francese. La sorella maggiore di Evelyn, nelle parole della narratrice, a un certo punto afferma, “Lynn (…) era felice per ciò che di bello accadeva alle persone a cui voleva bene, era triste fino alla disperazione se le vedeva in seria difficoltà. La sua empatia arrivava ai limiti dell’identificazione“. L’empatia, il pathos – che delle volte rotola come una frana del cuore, un’urgenza del dare voce, nel bisogno di raccontare il suo ritrovamento – che la scrittrice mette nelle sue parole, forse ci autorizza a immaginare che Nadia Busato potrebbe avere pensato, durante la stesura del suo romanzo, “Lynn c’est moi“.

Ma perché questa morte? Perché questo suicidio? Le risposte, molteplici, possiamo solo immaginarle, ipotizzarle. John Morrissey, il poliziotto di New York che intervenne per primo dopo lo schianto, in uno dei capitoli più significativi del romanzo dice però, anzi, pensa: “tutti a cercare gli indizi del suicidio, i segnali della depressione, come se fossero larve di pidocchi che si attaccano a quelli con la testa pulita, che altrimenti non ci penserebbero per nulla a morire“. Invece “succede tutto in un attimo: basta un solo, unico momento di disperazione“.

Le parole hanno davvero un peso solo quando si portano addosso cose della vita, reali, concrete“, sicuramente a Busato questo passaggio è riuscito. Nel suo racconto la pietà, quel sentimento autentico e partecipe delle sorti di ogni essere umano, si intreccia con la riflessione sulle cause del dolore, della sofferenza, sulla ferita originaria che tocca in sorte ad ognuno di noi; la differenza tra una scelta folle ed una decisione savia passa dalla densità di un ombra o da un bel raggio di luce caduto sullo specchio sbagliato; l’amore freme e si dispera ma vive e ci viene incontro, irrevocabilmente, ci tocca.

Pasolini, Brescia e il fascismo degli antifascisti

Legato mani e piedi e pestato a sangue. Ma essendo oggi il fascista vittima e non carnefice zero tweet di solidarietà. Bisognerebbe ricordare Pannella e Pasolini: non si può esitare a condannare il fascismo, ma non si può esitare a condannare il fascismo dell’anti fascismo.

Claudio Cerasa, tweet del 21 febbraio 2018

 

Riconoscere l’esistenza di contraddizioni, talvolta anche pesantissime, presenti nei diversi schieramenti sarebbe un atto di serietà e di responsabilità politica, sia per i soggetti direttamente interessati, sia per gli osservatori dei fatti pubblici, ammettere che esse ci accompagnano pressoché costantemente nel nostro cammino sulla terra, sarebbe segno di onestà intellettuale. Ma l’affermazione di Cerasa, sul pestaggio palermitano di un esponente di Forza Nuova, gioca con le parole fino a truccarne i significati e non vuole indagare affatto quell’aspetto. È un terreno irto e difficile, troppo faticoso, inadatto al tweet di giornata, soprattutto non ha nulla a che vedere con la tesi che l’autore vuole dimostrare.

Il direttore de “Il Foglio” mentre cita Pasolini sul “fascismo dell’antifascismo” – lasciando intendere di essere in consonanza con lui, chiedendo di ascoltare la sua lezione – nega radicalmente il suo pensiero, lo rovescia come un calzino e se ne pone agli antipodi. Se dovesse averlo fatto consapevolmente ci troveremmo davanti all’ennesimo caso di un giornalismo manipolatorio e truffaldino, se avesse scritto senza leggere le fonti, citando a casaccio, orecchiando dal cialtronesco tritume senza alcun fondamento che da decenni circola sul tema, sarebbe di certo ancora peggio.

Pasolini è angosciato dall’omologazione, la disperazione giunge al suo culmine quando inizia ad essere convinto che essa abbia rotto anche gli argini del campo antifascista. La sua invettiva, in quegli articoli del Corriere, raccolti successivamente negli “Scritti Corsari“, parte dalla Chiesa, dal Vaticano, “è molto tempo ormai che lì i cattolici si sono dimenticati di essere cristiani“, passa per la Democrazia Cristiana e arriva, transitando attraverso i partiti laici, fino al PCI. “Non c’è più dunque differenza apprezzabile – al di fuori di una scelta politica come schema morto da riempire gesticolando – tra un qualsiasi cittadino italiano fascista e un qualsiasi cittadino italiano antifascista. Essi sono culturalmente, psicologicamente e, quel che è più impressionante, fisicamente, interscambiabili“. Pasolini non formula alcuna teoria degli opposti estremismi, tutt’altro, per questi ultimi quel medesimo identico processo omologatorio è solo una variante “più radicale” di una trasformazione generale. Il principale obbiettivo di Pasolini, al contrario di Cerasa, non sono questi ultimi ma chi declama un “antifascismo facile che ha per oggetto ed obiettivo un fascismo arcaico che non esiste più e che non esisterà mai più“. Quella borghesia del paese, e non solo essa, che ha assunto, metabolizzato e trasformato “il vero fascismo [in] quello che i sociologhi hanno troppo bonariamente chiamato «la società dei consumi»”, laddove ciò che è accaduto “nel paesaggio, nell’urbanistica e, soprattutto, negli uomini, vede che i risultati di questa spensierata società dei consumi sono i risultati di una dittatura, di un vero e proprio fascismo“, un fascismo che ha cambiato “l’anima” anche ai giovani, toccandoli nell’intimo. Pasolini chiude così: “se la parola fascismo significa la prepotenza del potere, la «società dei consumi» ha bene realizzato il fascismo“.

Naturalmente non è affatto obbligatorio essere d’accordo, del tutto o in parte, con Pasolini, citarlo in questa guisa però, ammiccando una convergenza d’opinione ma occultandone e negandone, di fatto, pensiero, obbiettivi e contesto sui quali quella considerazione si fonda e si sorregge, è un’operazione di grave disonestà intellettuale, filologica e, in questo caso, anche deontologica.

Per Cerasa l’omologazione odierna dei soggetti politici in campo sembra un dato acquisito, null’affatto preoccupante. Tutt’altro, ognuno – compreso il campo antifascista – ha il proprio angolino buio, da cui la parte buona deve prendere senza “esitare” le distanze, in questo modo tutto è sistemato, ogni cosa si mette al suo posto. Così ritorna, rinnovata nella veste lessicale, la teoria degli opposti estremismi, che mantiene intatto il suo fascino arido, triste e consolatorio, benché sempre discreto, come la penna di Cerasa mostra.

Naturalmente, nell’urgenza dell’impulso cinguettante, il direttore straparla dell’assenza di condanna di quel gesto orribile e violento laddove la condanna, sia pure ancora superficiale e insufficiente, soprattutto nell’analisi e nelle risposte, è stata invece amplissima.

Vorrei solo ricordare, in chiusura, che Pasolini scrive e articola il suo pensiero sul fascismo e l’antifascismo nei mesi immediatamente successivi alla “orrenda strage” di Piazza Loggia, le cui responsabilità “reali” egli assegna da subito al “governo e (al)la polizia italiana: perché se governo e polizia avessero voluto, tali stragi non ci sarebbero state“. E’ vieppiù amaro allora, constatare come anche nella nostra città, così duramente colpita dalla barbarie fascista, ci sia ancora oggi chi sottoscriva questo superficiale e pericoloso modo di pensare indicato nel tweet di Cerasa, rispolverando opposti estremismi e una sciagurata e inaccettabile equidistanza tra fascismo e antifascismo.

Infine una nota su una assenza. Nell’articolo sul Corriere del 16 luglio 1964 ricordato sopra, Pasolini si occupa dell’antifascismo solo indirettamente, la gran parte del suo argomentare ruota attorno al digiuno di Pannella in relazione agli otto referendum proposti allora dai radicali e alle reazioni politiche conseguenti a quell’evento. Pasolini elabora in quel frangente, tra le altre, diverse considerazioni interessanti sul tema della nonviolenza. Ecco, questo tema risulta assente dalla quasi totalità delle proposte e delle carte dei principi dei soggetti politici presenti oggi nel paese e laddove fa, sommessamente, capolino è relegato ad ambiti di dettaglio, accuratamente recintati e circoscritti, senza diventare mai criterio e direttrice principale per orientare parti preponderanti di un progetto politico o assurgere a pilastro fondativo per il suo sviluppo.

Nessuna crisi, nessun conflitto, potrà essere seriamente affrontato e risolto con gli strumenti della violenza, della sopraffazione e della prepotenza. La strada, lunga e difficile, della nonviolenza non potrà essere elusa se ancora vogliamo dare un senso al nostro essere uomini e donne, alle relazioni che vogliamo stabilire tra di noi e con l’intero creato, alla parola futuro.

Aung San Suu Kyi: nelle viscere della santità.

Ciò che sta accadendo alla minoranza musulmana dei Rohingya, in Birmania, è gravissimo: un massacro generalizzato e la messa in fuga di un intero popolo. I fatti sono stati accertati da più parti, agenzie internazionali, ONG e molti seri reporter hanno documentato chiaramente ciò che sta succedendo. Non sono quindi accettabili reticenze, silenzi e men che meno bugie da parte del governo di Yangon e della sua esponente più importante e conosciuta, Aung San Suu Kyi.

Le pur vistose attenuanti – legate alla “pasta” sanguinolenta e nauseabonda di cui è fatta la casta militare birmana, che ha ancora saldamente in mano i ministeri della Difesa, degli Interni e dei Confini, un vicepresidente, il 25% dei parlamentari, nominati per legge, e una Costituzione che consente loro ampi margini di potere e di manovra, tra i quali anche l’impossibilità di modifiche alla carta fondamentale del paese senza i voti dei rappresentanti dell’esercito e che potrebbe, in ogni momento, operare un colpo di mano, riportando il paese nei tempi più bui – non possono essere una giustificazione per la Lady.

Le iniziative di denuncia e di pressione che vengono da attivisti, associazioni e ONG sono sacrosante e vanno sostenute con forza e determinazione. Giusti e condivisibili i richiami forti e autorevoli di molti Nobel.

Credo però che chiunque sia cimentato con un minimo di attenzione con l’esperienza di Aung San Suu Kyi non possa non ritenere che il suo contributo ed il suo agire, all’interno della storia politica che si è determinata a cavallo del millennio e alla storia della nonviolenza più in generale, sia stato, e resti, uno dei più originali e significativi emersi in quegli ambiti.

Proprio per questo l’attacco concentrico, trasversale e diffuso alla Daw pone molte più domande di quante non appaiano a prima vista.

Ci sono gli agitatori violenti per vocazione, che attaccano Suu Kyi con l’unico strumento che sono in grado di manovrare: la gogna! E’ doveroso e necessario non solo guardarsi bene da costoro ma anche prendere nettamente le distanze da modi, linguaggio e, si fa per dire, opinioni di questa parte. Il nemico (violento) del mio nemico non potrà mai essere un mio amico.

I più pericolosi però sono i tanti commentatori mainstream, compresi alcuni pentiti dell’ultim’ora, che nei mesi scorsi con “viva e vibrante” indignazione hanno lanciato strali sul personaggio pubblico. La gran parte dei quali, e delle testate per cui essi scrivono, prende parola alla voce “diritti umani” solo quando il titolo può fare notizia o quando quelle violazioni possono essere usate come clava strumentale e di parte.

A me sembra del tutto evidente che l’offensiva che arriva da questo lato sia un pesante attacco personale. Questo ampio filone di pensiero però ha un traguardo più sostanzioso, sottilmente nascosto. Assieme alle scelte odierne di Aung San Suu Kyi l’obbiettivo è azzoppare e ridimensionare anche tutto il percorso politico e di lotta che si è venuto a manifestare attorno alla leader birmana. Non casualmente costoro sono i beatificatori della prima ora, dei tempi della detenzione e dell’isolamento i quali, senza averne mai compreso nulla, senza avere probabilmente letto più di due pagine di un qualsiasi suo testo, ne fecero, in quegli anni, una santa e un’eroina d’altre epoche, raggiungendo la punta più farsesca di questa adorazione nel celeberrimo paragone con Giovanna D’Arco, messo in copertina da Vanity Fair nel 1995.

Questa costruzione però, culturalmente e politicamente, era già preordinata e finalizzata, più o meno consapevolmente, all’esito di oggi: se anche una santa ed un’eroina senza macchia, come la Signora, cade chi altri potrà mai riuscire a percorrere quelle strade? Il messaggio che si vuole veicolare è che la scelta nonviolenta e la difesa senza armi dei diritti di ogni uomo e ogni donna può avviare solo battaglie deboli – bisognose, giustappunto, di inesistenti santi – che possono portare facilmente alla sconfitta. Il tentativo è quello di mostrare il fallimento di quei percorsi e indirizzare l’opinione pubblica a pensare che solo attraverso altre strade, con altre le priorità, strumenti e scelte si può “fare” politica in maniera credibile ed efficace.

In realtà a questo filone di pensiero interessano i Rohingya tanto quanto i bambini yemeniti, le donne siriane, gli adolescenti palestinesi e i diseredati di tutto il mondo.

Un filone di pensiero distante anni luce da chi considera la lotta un agire collettivo, un sapere condiviso, un’assunzione di responsabilità ampia e diffusa. Da chi considera imprescindibili queste caratteristiche dalla scelta nonviolenta. Da chi crede che un leader possa essere tale solo se nella sua prassi giungano a più chiara sintesi questi elementi, rappresentandone simbolicamente forza e passione, e che il suo agire sia l’esatto opposto di quello del classico capo, specializzato nel comando e nell’imposizione di scelte e obbiettivi.

Aung San Suu Kyi è stata, per lunghi anni, quella sintesi nel suo paese. Le sue posizioni odierne sulla minoranza musulmana possono prestarsi a molte ipotesi e supposizioni. Nessuna potrà cancellare la gravità delle scelte prese fino ad ora dal governo di cui è esponente di rilievo ma unirsi, o anche solo blandire o rilanciare, opinioni e opinionisti del secondo coro è davvero inaccettabile e incomprensibile, visto il pensiero che lo ha originato.

Questo pensiero solo apparentemente sembra ragionevole e condivisibile, in realtà è intrinsecamente violento, autoritario e intollerante. Ha la medesima origine, sia pure trasfigurata, in questo caso, attraverso la metafora della caduta, che abbiamo visto più volte sventolare nell’ultimo quarto di secolo: la supponente e insopportabile idea che l’occidente abbia una sorta di diritto di prelazione calato dal cielo, e possa arrogarsi, di volta in volta, il potere di individuare il cattivo di turno (gli esempi più celebri e drammatici riguardano i vari Saddam e Gheddafi con le eccezioni “misteriose” degli Assad e degli Erdogan) trovandosi poi “costretto”, nelle situazioni più gravi, per salvare non un popolo ma l’umanità intera, alla scelta ovviamente obbligata, dell’annientamento del soggetto in questione. Questo pensiero, che chiaramente nasce sempre e solo per la tutela di interessi politici, geostrategici ed economici, spesso indicibili ed occultati, ha però bisogno di questa narrazione per acquisire il consenso necessario. La via più semplice, più diretta, resta sempre quella dell’individuazione di un bersaglio in carne ed ossa, dell’antichissimo capro espiatorio.

Ora se ogni attacco personale, per qualsivoglia motivo, diretto verso chicchessia, fosse pure il satrapo più feroce e sanguinario, ha sempre e sistematicamente quelle orribili radici – radici che comprese, con largo anticipo, Jean Amery quando, in prefazione al suo imprescindibile “Intellettuale ad Auschwitz” scrisse, “Talvolta si ha l’impressione che Hitler abbia conseguito un trionfo postumo. (…) la distruzione dell’uomo nella sua essenza” – in questo caso è evidente che vuole solo e sistematicamente demolire una donna e la sua intera storia. Prova ne sia che quasi nessuno di questi accorati opinionisti nemmeno tenta di indicare, o solo suggerire, quali mosse dovrebbe fare la Lady per porre termine all’oppressione dei Rohingya, nessuno che si eserciti, come spesso accade in questi frangenti, a ipotizzare scenari possibili, soluzioni intermedie, soggetti da mettere in campo. Ma è ovvio che sia così, se vesti i panni, sia pure dissimulati, del tiratore scelto, se sei ottenebrato dal delirio di chi crede di possedere il giudizio divino. L’obbiettivo è uno solo: centrare il bersaglio, additarlo e marchiarlo definitivamente.

Una delle derivate più macroscopiche di questo pensiero riguarda l’incredibile consenso raccolto dalla proposta di revocare alla politica birmana il Nobel per la Pace. Aung San Suu Kyi iniziò la sua vita politica proprio nel periodo in cui si stava preparando l’8/8/88, il giorno in cui prese avvio una delle più importanti rivolte popolari e studentesche birmane contro la dittatura. Quel giorno e durante i mesi successivi, le vite di molti giovani furono annegate nel sangue, nel carcere più violento e degradante e nella tortura di migliaia di loro. Nel discorso di accettazione del Nobel, che potè ricevere solo ventun anni dopo il suo conferimento, anni passati in gran parte agli arresti e isolata dal mondo intero, Suu Kyi più volte ricorderà quegli uomini e quelle donne, le tante vite mute e spezzate senza le quali lei stessa e la lotta per la democrazia in Birmania non sarebbe mai potuta esistere. Più volte, durante i decenni del terrore e del dolore, sarà in nome di quegli studenti e assieme alle migliaia di oppositori dal coraggio smisurato che la sua leadership prenderà corpo e la resistenza potrà durare e vincere. Chi ha caldeggiato, organizzato e sottoscritto quella insulsa proposta forse non ha cognizione di queste vicende, forse non sa che quel Nobel “rappresenta” ed è indissolubilmente legato a quelle vite, a quelle esistenze, ma soprattutto, forse, non si rende conto di partecipare ad un rito oscuro e necrofilo di cancellazione di una vicenda importante non solo per la Birmania ma per tutta la storia della nonviolenza e della lotta per i diritti umani.

Infine, in controluce, questa vicenda mette in evidenza forse l’elemento più grave, che riguarda l’approccio alla dimensione della politica di un’ampia parte dei suoi rappresentanti, di coloro che vogliono raccontarla, e di una fetta dell’opinione pubblica: l’estrema difficoltà sia di vivere che di affrontare le contraddizioni che si aprono nello spazio pubblico, con l’insofferenza, per non dire l’avversione, nel tollerare chi vi si mette in gioco lo stesso senza soluzioni pronte e definitive; sia di immaginare possibili gestioni del conflitto che non siano indirizzate esclusivamente verso esiti distruttivi.

L’assegnazione del Nobel avviene, come per qualsiasi altro riconoscimento, alla luce della considerazione di una vicenda, o di alcuni accadimenti, così come essi si sono determinati fino a quel momento. Certo, l’auspicio che tutto quanto di significativo e di importante, previsto nel nucleo del riconoscimento assegnato, possa perpetuarsi sine die, è legittimo, ma nessuna ragionevole previsione potrebbe darlo per scontato, come un fatto definitivamente acquisito. Per qualsiasi altro riconoscimento, qualsiasi altra categoria di Nobel, la penseremmo in questo modo.

In questo caso invece – e non credo sia secondario che stiamo parlando di una donna – Aung San Suu Kyi deve dimostrare di essere una sorta di angelo, ovvero, in caso contrario, precipitare direttamente all’inferno, esattamente come la vicenda luciferina racconta. La richiesta di cancellazione e di revoca del Nobel è palesemente motivata dalla valutazione di questa sorta di inaccettabile “tradimento”, mettendo in luce un legame culturale trasversale attorno a un pensiero la cui natura intollerante e integralistica è esplicita: la difficoltà, che si avvicina all’impossibilità, di accettare un errore, anche grave, soprattutto da parte di chi hai ritenuto a lungo un tuo compagno di strada, chiudendo ogni porta, elevando subito muri che magari, altrove, si chiede incessantemente di abbattere.

Accade così quando prevalgono – ed anche questo è un tratto diffuso e trasversale – prese di posizioni istintuali attizzate principalmente dalla visceralità, laddove la politica si eclissa, in luogo delle scelte meditate e razionali alimentate dalla forza durevole e inesauribile della passione.

Credo che pochissimi abbiano davvero letto il suo discorso del 19 settembre 2017, le parole di Suu Kyi sulla difesa assoluta dei diritti umani, nessuno escluso, non possono lasciare spazio a dubbi, come pure è evidente la sua richiesta di tempo e di aiuto, interno ed esterno, il suo palesare le evidenti difficoltà e i ristretti margini di manovra nel suo governo. Naturalmente si possono valutare in maniera più o meno condivisibile, o accettabile, queste prese di posizione ma anche il giudizio più severo – a meno di non pensare che la Lady sia proprio un’artefice e una mandante del massacro dei Rohingya, parte attiva e propulsiva delle azioni intraprese dal Tatmadaw e stia, quindi, spudoratamente e vergognosamente mentendo – non potrebbe giustificare alcuno degli apprezzamenti, dei verdetti e dei punti vista di cui sopra.

Che fare allora? Aung San Suu Kyi e il governo civile birmano sembra stiano iniziando a dare qualche seguito alle conclusioni del rapporto di Kofi Annan in relazione alla “Rakhine State Advisory Commission”. Sono iniziati i primi colloqui col Bangladesh e si è avviata la discussione sul possibile rientro in Birmania dei rifugiati Rohingya ma le difficoltà e gli ostacoli sono numerosissimi. Le ombre lunghe e minacciose, i tempi assolutamente incerti. E’ evidente che l’azione internazionale di pressione e di denuncia, in primis gli appelli e le iniziative di organizzazioni come Amnesty International e Human Rights Watch, sono fondamentali e non possono assolutamente fermarsi. Ma le pressioni vanno fatte anche sui nostri governi, presso le istituzioni internazionali.

Il consiglio europeo ha adottato una presa di posizione di condanna nella quale si dispone un embargo di forniture militari e sulle attrezzature che potrebbero essere utilizzate per la repressione interna ma ha lasciato una porta aperta al dialogo in vista della prossima riunione dell’ASEM che si terrà nella nuova capitale birmana il 20 e 21 novembre prossimi. L’Europa non ha certo il peso di India e Cina – che hanno i maggiori interessi su quell’area e hanno scelto non casualmente la strada del silenzio o di qualche blanda dichiarazione asettica e formale – o degli Stati Uniti che, nella traccia della nuova presidenza, ha ripreso modalità aggressive anche in Asia, ma potrebbe introdurre qualche elemento di novità e di rottura di schemi triti e senza futuro iniziando ad abbandonare la strada che mette gli interessi geopolitici rigorosamente nel solco di uno spietato neoliberismo che si nutre di una globalizzazione predona di uomini e terre.

Se l’Europa iniziasse a porre con forza il tema che i diritti umani e la dignità per ogni uomo e per ogni donna del pianeta sono la pietra angolare con cui guardare e valutare ogni scelta di natura, sociale, politica ed economica potrebbe segnare un’autentica e storica differenza. Sarebbe un segno forte di speranza non solo per il popolo Rohingya ma per una parte grande del pianeta. Su questo terreno Papa Francesco, che visterà Myanmar tra meno di due settimane, potrebbe anch’egli giocare un ruolo importante. Vedremo, nelle prossime settimane, cosa accadrà.

Come sempre, ogni cambiamento politico dipende solo da noi, da come e quanto siamo disposti a metterci in gioco. Senza dimenticare di tenere vivo il pensiero critico, principalmente rispetto ai percorsi che si intraprendono, alle nostre scelte. Prendendosi il tempo che occorre per riflettere, soprattutto in quest’epoca, nella quale le tecnologie, e in particolare chi pensa di trarne sostanzioso profitto politico ed economico, spingono a magnificare il “tempo reale”, a pensare che le cose accadono per noi, e solo per noi, in quel preciso momento oppure le abbiamo perse per sempre. Consapevoli dei nostri limiti che, a pensarci bene, forse non sono così diversi da quelli di chiunque altro.

 

 

 PS: Le parti in arancione sono link a notizie o documenti attinenti i diversi passaggi del testo. Debbo ringraziare in maniera particolare Emanuele Giordana e Alessandra Chiricosta per il loro notevole contributo di analisi e di riflessione.

 

 

L’uno è (parte de) l’altro

Impermeabili.

Gli impermeabili scivolati a terra, finalmente dismessi, arrivano come il segno di una liberazione. Anche per me, spettatore. O forse solo per me? Una liberazione. Anche se non so bene da cosa, da chi.

Sono tutti uguali, stretti, anonimi, in una trentina di insignificanti varianti di nocciola, di crema caffè ghiacciata.

Ognuno dei trentadue attori che hanno rimesso in scena, il 27 maggio a Brescia, gli Esercizi di stile di Raymond Queneau era vestito così.

Non avevo mai pensato che impermeabile potesse essere sinonimo di guscio, di corazza. Anche se, a pensarci bene, tutto ciò che è impermeabile serve a impedire un passaggio, un attraversamento, un’infiltrazione, oppure un contatto, una contaminazione. Chissà che non stia anche questa considerazione all’origine di quella scelta e non solo il riferimento esplicito allo scarno testo di Queneau.

Ma l’impermeabile, usato serialmente, come sul palco del Teatro Sociale, mi ha fatto pensare anche all’atto – all’impulso – dell’etichettare, del manifestare il potente pregiudizio della catalogazione, della classificazione, che ha bisogno di involucri, di contenitori standard, differenziati solo da un numero, da una lettera oppure, come nella messa in scena del progetto Somebody, Teatro delle Diversità“, da un bavero più alto, un’allacciatura a doppiopetto, una cintura ciondolante.

Credo sia per queste suggestioni se ho vissuto la scena finale come una liberazione. Finalmente si è potuto scoprire cosa c’era dietro ogni soprabito, guardare effettivamente ogni carta riposta in quei cassetti, in quelle decine di faldoni.

Osservare, e godere, di quei vestiti colorati, luminosi ed eleganti, solo intravisti durante la rappresentazione, nei tentativi mal riusciti – subito stroncati e repressi dagli altri impermeabilizzati – di mostrarsi per ciò che si è. Di parlare principalmente per chiedere ascolto, non per emettere giudizi. Di interloquire per conoscersi, di scoprirsi per manifestarsi ognuno nella propria originale ricchezza.

All’inizio ho pensato: ma come reggeranno con il minimale canovaccio di quel libro tutta la rappresentazione? Poi, mano a mano che il filo della recitazione si dipanava, mi sono accorto che il testo era solo un pretesto. E il motivo non era un esercizio di stile.

Certo, ognuno sciorinava quel piccolo pezzetto di racconto a modo suo, con il punto di vista della sua propria storia, ma era qualcos’altro che si muoveva sottotraccia.

La varietà delle voci era principalmente nelle differenze di volume, di accento, di respiro. C’erano lingue sciolte, tremolanti, spavalde, imbarazzate. Poi c’erano dei corpi. Ognuno irresistibilmente diverso dall’altro. Ognuno con la sua lucentezza, la sua tinta, la sua propria e speciale forza. Con le sue pieghe profonde, placche tettoniche, nascenti o inabissate. Ognuno con la sua contrattura, la sua ferita, visibile o nascosta. Passi difficoltosi, equilibri raggiunti e persi nello scoccare di una giravolta, fissità, movimento, tensione. Corpi in tensione.

La tensione si è avvertita fortissima anche in una scena centrale, una lunga, lunghissima pausa, tutti seduti su una sedia, teste rivolte all’indietro, quasi distesi. Nel silenzio. Un silenzio denso in cui si rapprendevano tutte le vite, tutte le esistenze che calcavano i legni del teatro.

La tensione dei nervi, di una massa in movimento che si nasconde ma preme, da dentro, come un fluido che esce potente da una condotta misteriosa e aziona le mani, i piedi, il collo, le dita, in gesti che non conosci ma che sono indubitabilmente solo tuoi. O come un macigno che improvvisamente ti si para davanti, un’enorme roccia traslucida che ti intrappola in un angolo morto, attraverso la quale intravedi un mondo che si muove incomprensibile, che formicola senza alcun senso apparente. Un mondo che non ti sentirebbe neppure se urlassi, così vicino, ma così distante.

Solo l’apparizione della musica, durante la rappresentazione, sembrava offrire una via d’uscita, trasformava, sia pure solo in quei brevi momenti, la tensione in onda, flusso in cui abbandonarsi, o almeno solo un poco rilasciare la stretta. Poco importando che tra “Developers” di Steve Ballmer e “La foule” di Edith Piaf il salto fosse quanto mai evidente. La musica quasi sempre si diverte a fare scherzi simili, ma in realtà sarà proprio ogni brano a preparare l’esplosione policroma della fine dello spettacolo.

L’uno è l’altro. L’enfasi del titolo, la sottolineatura che un accento, un minuscolo tratto in apice a una lettera possa, da solo, cambiare prospettiva, disarcionare la fissità scontata di un modo ordinario di pensare ai rapporti, alle relazioni tra umani, colpisce il bersaglio nel nostro immaginario. Ma sarebbe già un enorme acquisizione se arrivassimo a considerare che l’uno è parte dell’altro, che forse “io” non è questa massiccia e imperscrutabile monade di cui si racconta in giro. Probabilmente è stata solo una mia suggestione ma la rappresentazione questo approccio tra i personaggi lo ha raccontato bene. O almeno a me è parso così. Perché in quel muoversi, in quel dire, in quel narrare; in quello spingersi, sfiorarsi, abbracciarsi; nello scontrarsi, nel guardarsi o nel volteggiare, contemporaneamente perso e preciso, della danza, ognuno, in una invisibile osmosi, passa, cede – che parola importante – una parte di sé all’altro. E non importa se sia uno sputo di fiele o un seno ebbro di piacere, conta che ogni gesto sia autentico. Che dietro ogni nostro muoversi ci sia un “M’importa di te“. Quella passione ci toccherà, ci cambierà. Un filamento dorato di quella materia impercettibile che misteriosamente ci anima si staccherà senza strappi, senza ferite, da quella baia incorniciata di cobalto di chi ci sta di fronte, di chi ci sta vicino, e si allaccerà ad un altro capo di una sostanza simile che già ondeggiava dentro di noi. Come giovani sargassi, intrecciati nella corrente, i nuovi talli prenderanno dimora nel nostro multicolore abisso assieme agli altri che già vi respiravano, e saranno da essi distinti, saranno da essi indistinguibili.

E non saremo più solo noi stessi, “soli” noi stessi. Saremo noi, saremo altro.

 

NB: le parole in arancione sono link 
che rinviano ad altre pagine o articoli pubblicati.