Aung San Suu Kyi: nelle viscere della santità.

Ciò che sta accadendo alla minoranza musulmana dei Rohingya, in Birmania, è gravissimo: un massacro generalizzato e la messa in fuga di un intero popolo. I fatti sono stati accertati da più parti, agenzie internazionali, ONG e molti seri reporter hanno documentato chiaramente ciò che sta succedendo. Non sono quindi accettabili reticenze, silenzi e men che meno bugie da parte del governo di Yangon e della sua esponente più importante e conosciuta, Aung San Suu Kyi.

Le pur vistose attenuanti – legate alla “pasta” sanguinolenta e nauseabonda di cui è fatta la casta militare birmana, che ha ancora saldamente in mano i ministeri della Difesa, degli Interni e dei Confini, un vicepresidente, il 25% dei parlamentari, nominati per legge, e una Costituzione che consente loro ampi margini di potere e di manovra, tra i quali anche l’impossibilità di modifiche alla carta fondamentale del paese senza i voti dei rappresentanti dell’esercito e che potrebbe, in ogni momento, operare un colpo di mano, riportando il paese nei tempi più bui – non possono essere una giustificazione per la Lady.

Le iniziative di denuncia e di pressione che vengono da attivisti, associazioni e ONG sono sacrosante e vanno sostenute con forza e determinazione. Giusti e condivisibili i richiami forti e autorevoli di molti Nobel.

Credo però che chiunque sia cimentato con un minimo di attenzione con l’esperienza di Aung San Suu Kyi non possa non ritenere che il suo contributo ed il suo agire, all’interno della storia politica che si è determinata a cavallo del millennio e alla storia della nonviolenza più in generale, sia stato, e resti, uno dei più originali e significativi emersi in quegli ambiti.

Proprio per questo l’attacco concentrico, trasversale e diffuso alla Daw pone molte più domande di quante non appaiano a prima vista.

Ci sono gli agitatori violenti per vocazione, che attaccano Suu Kyi con l’unico strumento che sono in grado di manovrare: la gogna! E’ doveroso e necessario non solo guardarsi bene da costoro ma anche prendere nettamente le distanze da modi, linguaggio e, si fa per dire, opinioni di questa parte. Il nemico (violento) del mio nemico non potrà mai essere un mio amico.

I più pericolosi però sono i tanti commentatori mainstream, compresi alcuni pentiti dell’ultim’ora, che nei mesi scorsi con “viva e vibrante” indignazione hanno lanciato strali sul personaggio pubblico. La gran parte dei quali, e delle testate per cui essi scrivono, prende parola alla voce “diritti umani” solo quando il titolo può fare notizia o quando quelle violazioni possono essere usate come clava strumentale e di parte.

A me sembra del tutto evidente che l’offensiva che arriva da questo lato sia un pesante attacco personale. Questo ampio filone di pensiero però ha un traguardo più sostanzioso, sottilmente nascosto. Assieme alle scelte odierne di Aung San Suu Kyi l’obbiettivo è azzoppare e ridimensionare anche tutto il percorso politico e di lotta che si è venuto a manifestare attorno alla leader birmana. Non casualmente costoro sono i beatificatori della prima ora, dei tempi della detenzione e dell’isolamento i quali, senza averne mai compreso nulla, senza avere probabilmente letto più di due pagine di un qualsiasi suo testo, ne fecero, in quegli anni, una santa e un’eroina d’altre epoche, raggiungendo la punta più farsesca di questa adorazione nel celeberrimo paragone con Giovanna D’Arco, messo in copertina da Vanity Fair nel 1995.

Questa costruzione però, culturalmente e politicamente, era già preordinata e finalizzata, più o meno consapevolmente, all’esito di oggi: se anche una santa ed un’eroina senza macchia, come la Signora, cade chi altri potrà mai riuscire a percorrere quelle strade? Il messaggio che si vuole veicolare è che la scelta nonviolenta e la difesa senza armi dei diritti di ogni uomo e ogni donna può avviare solo battaglie deboli – bisognose, giustappunto, di inesistenti santi – che possono portare facilmente alla sconfitta. Il tentativo è quello di mostrare il fallimento di quei percorsi e indirizzare l’opinione pubblica a pensare che solo attraverso altre strade, con altre le priorità, strumenti e scelte si può “fare” politica in maniera credibile ed efficace.

In realtà a questo filone di pensiero interessano i Rohingya tanto quanto i bambini yemeniti, le donne siriane, gli adolescenti palestinesi e i diseredati di tutto il mondo.

Un filone di pensiero distante anni luce da chi considera la lotta un agire collettivo, un sapere condiviso, un’assunzione di responsabilità ampia e diffusa. Da chi considera imprescindibili queste caratteristiche dalla scelta nonviolenta. Da chi crede che un leader possa essere tale solo se nella sua prassi giungano a più chiara sintesi questi elementi, rappresentandone simbolicamente forza e passione, e che il suo agire sia l’esatto opposto di quello del classico capo, specializzato nel comando e nell’imposizione di scelte e obbiettivi.

Aung San Suu Kyi è stata, per lunghi anni, quella sintesi nel suo paese. Le sue posizioni odierne sulla minoranza musulmana possono prestarsi a molte ipotesi e supposizioni. Nessuna potrà cancellare la gravità delle scelte prese fino ad ora dal governo di cui è esponente di rilievo ma unirsi, o anche solo blandire o rilanciare, opinioni e opinionisti del secondo coro è davvero inaccettabile e incomprensibile, visto il pensiero che lo ha originato.

Questo pensiero solo apparentemente sembra ragionevole e condivisibile, in realtà è intrinsecamente violento, autoritario e intollerante. Ha la medesima origine, sia pure trasfigurata, in questo caso, attraverso la metafora della caduta, che abbiamo visto più volte sventolare nell’ultimo quarto di secolo: la supponente e insopportabile idea che l’occidente abbia una sorta di diritto di prelazione calato dal cielo, e possa arrogarsi, di volta in volta, il potere di individuare il cattivo di turno (gli esempi più celebri e drammatici riguardano i vari Saddam e Gheddafi con le eccezioni “misteriose” degli Assad e degli Erdogan) trovandosi poi “costretto”, nelle situazioni più gravi, per salvare non un popolo ma l’umanità intera, alla scelta ovviamente obbligata, dell’annientamento del soggetto in questione. Questo pensiero, che chiaramente nasce sempre e solo per la tutela di interessi politici, geostrategici ed economici, spesso indicibili ed occultati, ha però bisogno di questa narrazione per acquisire il consenso necessario. La via più semplice, più diretta, resta sempre quella dell’individuazione di un bersaglio in carne ed ossa, dell’antichissimo capro espiatorio.

Ora se ogni attacco personale, per qualsivoglia motivo, diretto verso chicchessia, fosse pure il satrapo più feroce e sanguinario, ha sempre e sistematicamente quelle orribili radici – radici che comprese, con largo anticipo, Jean Amery quando, in prefazione al suo imprescindibile “Intellettuale ad Auschwitz” scrisse, “Talvolta si ha l’impressione che Hitler abbia conseguito un trionfo postumo. (…) la distruzione dell’uomo nella sua essenza” – in questo caso è evidente che vuole solo e sistematicamente demolire una donna e la sua intera storia. Prova ne sia che quasi nessuno di questi accorati opinionisti nemmeno tenta di indicare, o solo suggerire, quali mosse dovrebbe fare la Lady per porre termine all’oppressione dei Rohingya, nessuno che si eserciti, come spesso accade in questi frangenti, a ipotizzare scenari possibili, soluzioni intermedie, soggetti da mettere in campo. Ma è ovvio che sia così, se vesti i panni, sia pure dissimulati, del tiratore scelto, se sei ottenebrato dal delirio di chi crede di possedere il giudizio divino. L’obbiettivo è uno solo: centrare il bersaglio, additarlo e marchiarlo definitivamente.

Una delle derivate più macroscopiche di questo pensiero riguarda l’incredibile consenso raccolto dalla proposta di revocare alla politica birmana il Nobel per la Pace. Aung San Suu Kyi iniziò la sua vita politica proprio nel periodo in cui si stava preparando l’8/8/88, il giorno in cui prese avvio una delle più importanti rivolte popolari e studentesche birmane contro la dittatura. Quel giorno e durante i mesi successivi, le vite di molti giovani furono annegate nel sangue, nel carcere più violento e degradante e nella tortura di migliaia di loro. Nel discorso di accettazione del Nobel, che potè ricevere solo ventun anni dopo il suo conferimento, anni passati in gran parte agli arresti e isolata dal mondo intero, Suu Kyi più volte ricorderà quegli uomini e quelle donne, le tante vite mute e spezzate senza le quali lei stessa e la lotta per la democrazia in Birmania non sarebbe mai potuta esistere. Più volte, durante i decenni del terrore e del dolore, sarà in nome di quegli studenti e assieme alle migliaia di oppositori dal coraggio smisurato che la sua leadership prenderà corpo e la resistenza potrà durare e vincere. Chi ha caldeggiato, organizzato e sottoscritto quella insulsa proposta forse non ha cognizione di queste vicende, forse non sa che quel Nobel “rappresenta” ed è indissolubilmente legato a quelle vite, a quelle esistenze, ma soprattutto, forse, non si rende conto di partecipare ad un rito oscuro e necrofilo di cancellazione di una vicenda importante non solo per la Birmania ma per tutta la storia della nonviolenza e della lotta per i diritti umani.

Infine, in controluce, questa vicenda mette in evidenza forse l’elemento più grave, che riguarda l’approccio alla dimensione della politica di un’ampia parte dei suoi rappresentanti, di coloro che vogliono raccontarla, e di una fetta dell’opinione pubblica: l’estrema difficoltà sia di vivere che di affrontare le contraddizioni che si aprono nello spazio pubblico, con l’insofferenza, per non dire l’avversione, nel tollerare chi vi si mette in gioco lo stesso senza soluzioni pronte e definitive; sia di immaginare possibili gestioni del conflitto che non siano indirizzate esclusivamente verso esiti distruttivi.

L’assegnazione del Nobel avviene, come per qualsiasi altro riconoscimento, alla luce della considerazione di una vicenda, o di alcuni accadimenti, così come essi si sono determinati fino a quel momento. Certo, l’auspicio che tutto quanto di significativo e di importante, previsto nel nucleo del riconoscimento assegnato, possa perpetuarsi sine die, è legittimo, ma nessuna ragionevole previsione potrebbe darlo per scontato, come un fatto definitivamente acquisito. Per qualsiasi altro riconoscimento, qualsiasi altra categoria di Nobel, la penseremmo in questo modo.

In questo caso invece – e non credo sia secondario che stiamo parlando di una donna – Aung San Suu Kyi deve dimostrare di essere una sorta di angelo, ovvero, in caso contrario, precipitare direttamente all’inferno, esattamente come la vicenda luciferina racconta. La richiesta di cancellazione e di revoca del Nobel è palesemente motivata dalla valutazione di questa sorta di inaccettabile “tradimento”, mettendo in luce un legame culturale trasversale attorno a un pensiero la cui natura intollerante e integralistica è esplicita: la difficoltà, che si avvicina all’impossibilità, di accettare un errore, anche grave, soprattutto da parte di chi hai ritenuto a lungo un tuo compagno di strada, chiudendo ogni porta, elevando subito muri che magari, altrove, si chiede incessantemente di abbattere.

Accade così quando prevalgono – ed anche questo è un tratto diffuso e trasversale – prese di posizioni istintuali attizzate principalmente dalla visceralità, laddove la politica si eclissa, in luogo delle scelte meditate e razionali alimentate dalla forza durevole e inesauribile della passione.

Credo che pochissimi abbiano davvero letto il suo discorso del 19 settembre 2017, le parole di Suu Kyi sulla difesa assoluta dei diritti umani, nessuno escluso, non possono lasciare spazio a dubbi, come pure è evidente la sua richiesta di tempo e di aiuto, interno ed esterno, il suo palesare le evidenti difficoltà e i ristretti margini di manovra nel suo governo. Naturalmente si possono valutare in maniera più o meno condivisibile, o accettabile, queste prese di posizione ma anche il giudizio più severo – a meno di non pensare che la Lady sia proprio un’artefice e una mandante del massacro dei Rohingya, parte attiva e propulsiva delle azioni intraprese dal Tatmadaw e stia, quindi, spudoratamente e vergognosamente mentendo – non potrebbe giustificare alcuno degli apprezzamenti, dei verdetti e dei punti vista di cui sopra.

Che fare allora? Aung San Suu Kyi e il governo civile birmano sembra stiano iniziando a dare qualche seguito alle conclusioni del rapporto di Kofi Annan in relazione alla “Rakhine State Advisory Commission”. Sono iniziati i primi colloqui col Bangladesh e si è avviata la discussione sul possibile rientro in Birmania dei rifugiati Rohingya ma le difficoltà e gli ostacoli sono numerosissimi. Le ombre lunghe e minacciose, i tempi assolutamente incerti. E’ evidente che l’azione internazionale di pressione e di denuncia, in primis gli appelli e le iniziative di organizzazioni come Amnesty International e Human Rights Watch, sono fondamentali e non possono assolutamente fermarsi. Ma le pressioni vanno fatte anche sui nostri governi, presso le istituzioni internazionali.

Il consiglio europeo ha adottato una presa di posizione di condanna nella quale si dispone un embargo di forniture militari e sulle attrezzature che potrebbero essere utilizzate per la repressione interna ma ha lasciato una porta aperta al dialogo in vista della prossima riunione dell’ASEM che si terrà nella nuova capitale birmana il 20 e 21 novembre prossimi. L’Europa non ha certo il peso di India e Cina – che hanno i maggiori interessi su quell’area e hanno scelto non casualmente la strada del silenzio o di qualche blanda dichiarazione asettica e formale – o degli Stati Uniti che, nella traccia della nuova presidenza, ha ripreso modalità aggressive anche in Asia, ma potrebbe introdurre qualche elemento di novità e di rottura di schemi triti e senza futuro iniziando ad abbandonare la strada che mette gli interessi geopolitici rigorosamente nel solco di uno spietato neoliberismo che si nutre di una globalizzazione predona di uomini e terre.

Se l’Europa iniziasse a porre con forza il tema che i diritti umani e la dignità per ogni uomo e per ogni donna del pianeta sono la pietra angolare con cui guardare e valutare ogni scelta di natura, sociale, politica ed economica potrebbe segnare un’autentica e storica differenza. Sarebbe un segno forte di speranza non solo per il popolo Rohingya ma per una parte grande del pianeta. Su questo terreno Papa Francesco, che visterà Myanmar tra meno di due settimane, potrebbe anch’egli giocare un ruolo importante. Vedremo, nelle prossime settimane, cosa accadrà.

Come sempre, ogni cambiamento politico dipende solo da noi, da come e quanto siamo disposti a metterci in gioco. Senza dimenticare di tenere vivo il pensiero critico, principalmente rispetto ai percorsi che si intraprendono, alle nostre scelte. Prendendosi il tempo che occorre per riflettere, soprattutto in quest’epoca, nella quale le tecnologie, e in particolare chi pensa di trarne sostanzioso profitto politico ed economico, spingono a magnificare il “tempo reale”, a pensare che le cose accadono per noi, e solo per noi, in quel preciso momento oppure le abbiamo perse per sempre. Consapevoli dei nostri limiti che, a pensarci bene, forse non sono così diversi da quelli di chiunque altro.

 

 

 PS: Le parti in arancione sono link a notizie o documenti attinenti i diversi passaggi del testo. Debbo ringraziare in maniera particolare Emanuele Giordana e Alessandra Chiricosta per il loro notevole contributo di analisi e di riflessione.

 

 

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L’uno è (parte de) l’altro

Impermeabili.

Gli impermeabili scivolati a terra, finalmente dismessi, arrivano come il segno di una liberazione. Anche per me, spettatore. O forse solo per me? Una liberazione. Anche se non so bene da cosa, da chi.

Sono tutti uguali, stretti, anonimi, in una trentina di insignificanti varianti di nocciola, di crema caffè ghiacciata.

Ognuno dei trentadue attori che hanno rimesso in scena, il 27 maggio a Brescia, gli Esercizi di stile di Raymond Queneau era vestito così.

Non avevo mai pensato che impermeabile potesse essere sinonimo di guscio, di corazza. Anche se, a pensarci bene, tutto ciò che è impermeabile serve a impedire un passaggio, un attraversamento, un’infiltrazione, oppure un contatto, una contaminazione. Chissà che non stia anche questa considerazione all’origine di quella scelta e non solo il riferimento esplicito allo scarno testo di Queneau.

Ma l’impermeabile, usato serialmente, come sul palco del Teatro Sociale, mi ha fatto pensare anche all’atto – all’impulso – dell’etichettare, del manifestare il potente pregiudizio della catalogazione, della classificazione, che ha bisogno di involucri, di contenitori standard, differenziati solo da un numero, da una lettera oppure, come nella messa in scena del progetto Somebody, Teatro delle Diversità“, da un bavero più alto, un’allacciatura a doppiopetto, una cintura ciondolante.

Credo sia per queste suggestioni se ho vissuto la scena finale come una liberazione. Finalmente si è potuto scoprire cosa c’era dietro ogni soprabito, guardare effettivamente ogni carta riposta in quei cassetti, in quelle decine di faldoni.

Osservare, e godere, di quei vestiti colorati, luminosi ed eleganti, solo intravisti durante la rappresentazione, nei tentativi mal riusciti – subito stroncati e repressi dagli altri impermeabilizzati – di mostrarsi per ciò che si è. Di parlare principalmente per chiedere ascolto, non per emettere giudizi. Di interloquire per conoscersi, di scoprirsi per manifestarsi ognuno nella propria originale ricchezza.

All’inizio ho pensato: ma come reggeranno con il minimale canovaccio di quel libro tutta la rappresentazione? Poi, mano a mano che il filo della recitazione si dipanava, mi sono accorto che il testo era solo un pretesto. E il motivo non era un esercizio di stile.

Certo, ognuno sciorinava quel piccolo pezzetto di racconto a modo suo, con il punto di vista della sua propria storia, ma era qualcos’altro che si muoveva sottotraccia.

La varietà delle voci era principalmente nelle differenze di volume, di accento, di respiro. C’erano lingue sciolte, tremolanti, spavalde, imbarazzate. Poi c’erano dei corpi. Ognuno irresistibilmente diverso dall’altro. Ognuno con la sua lucentezza, la sua tinta, la sua propria e speciale forza. Con le sue pieghe profonde, placche tettoniche, nascenti o inabissate. Ognuno con la sua contrattura, la sua ferita, visibile o nascosta. Passi difficoltosi, equilibri raggiunti e persi nello scoccare di una giravolta, fissità, movimento, tensione. Corpi in tensione.

La tensione si è avvertita fortissima anche in una scena centrale, una lunga, lunghissima pausa, tutti seduti su una sedia, teste rivolte all’indietro, quasi distesi. Nel silenzio. Un silenzio denso in cui si rapprendevano tutte le vite, tutte le esistenze che calcavano i legni del teatro.

La tensione dei nervi, di una massa in movimento che si nasconde ma preme, da dentro, come un fluido che esce potente da una condotta misteriosa e aziona le mani, i piedi, il collo, le dita, in gesti che non conosci ma che sono indubitabilmente solo tuoi. O come un macigno che improvvisamente ti si para davanti, un’enorme roccia traslucida che ti intrappola in un angolo morto, attraverso la quale intravedi un mondo che si muove incomprensibile, che formicola senza alcun senso apparente. Un mondo che non ti sentirebbe neppure se urlassi, così vicino, ma così distante.

Solo l’apparizione della musica, durante la rappresentazione, sembrava offrire una via d’uscita, trasformava, sia pure solo in quei brevi momenti, la tensione in onda, flusso in cui abbandonarsi, o almeno solo un poco rilasciare la stretta. Poco importando che tra “Developers” di Steve Ballmer e “La foule” di Edith Piaf il salto fosse quanto mai evidente. La musica quasi sempre si diverte a fare scherzi simili, ma in realtà sarà proprio ogni brano a preparare l’esplosione policroma della fine dello spettacolo.

L’uno è l’altro. L’enfasi del titolo, la sottolineatura che un accento, un minuscolo tratto in apice a una lettera possa, da solo, cambiare prospettiva, disarcionare la fissità scontata di un modo ordinario di pensare ai rapporti, alle relazioni tra umani, colpisce il bersaglio nel nostro immaginario. Ma sarebbe già un enorme acquisizione se arrivassimo a considerare che l’uno è parte dell’altro, che forse “io” non è questa massiccia e imperscrutabile monade di cui si racconta in giro. Probabilmente è stata solo una mia suggestione ma la rappresentazione questo approccio tra i personaggi lo ha raccontato bene. O almeno a me è parso così. Perché in quel muoversi, in quel dire, in quel narrare; in quello spingersi, sfiorarsi, abbracciarsi; nello scontrarsi, nel guardarsi o nel volteggiare, contemporaneamente perso e preciso, della danza, ognuno, in una invisibile osmosi, passa, cede – che parola importante – una parte di sé all’altro. E non importa se sia uno sputo di fiele o un seno ebbro di piacere, conta che ogni gesto sia autentico. Che dietro ogni nostro muoversi ci sia un “M’importa di te“. Quella passione ci toccherà, ci cambierà. Un filamento dorato di quella materia impercettibile che misteriosamente ci anima si staccherà senza strappi, senza ferite, da quella baia incorniciata di cobalto di chi ci sta di fronte, di chi ci sta vicino, e si allaccerà ad un altro capo di una sostanza simile che già ondeggiava dentro di noi. Come giovani sargassi, intrecciati nella corrente, i nuovi talli prenderanno dimora nel nostro multicolore abisso assieme agli altri che già vi respiravano, e saranno da essi distinti, saranno da essi indistinguibili.

E non saremo più solo noi stessi, “soli” noi stessi. Saremo noi, saremo altro.

 

NB: le parole in arancione sono link 
che rinviano ad altre pagine o articoli pubblicati.

Ninive, la via senza uscita

Cliccando sulla foto un mio articolo sulla presa di Mosul pubblicato da Comune-Info.

Ninive, la via senza uscita

I rifascisti dell’arte 

L’architettura fascista è storia. Assurdo demolire dei capolavori“. Nei giorni scorsi, questo articolo uscito sul dorso romano del Corriere della Sera, ha suscitato l’interesse anche di alcuni bresciani. Non sono uno storico dell’arte e nemmeno uno storico dell’architettura ma il tentativo, che ricorre ciclicamente, di far coincidere le vicende e la storia del futurismo e dell’architettura razionalista con il fascismo è quanto di più rozzo e superficiale si possa mettere in atto. Che lo faccia un quotidiano come il Corriere della Sera è un fatto vieppiù avvilente e triste.

Entrambi i movimenti – peraltro molto diversi tra loro per origini e riferimenti culturali – sono nati ben prima del fascismo.

Il futurismo è stato un movimento breve ma talmente composito da dare luogo a esiti diversissimi nei tanti paesi in cui si è sviluppato. Anche in Italia solo una sua parte aderì al fascismo. Molti artisti nati nel suo alveo hanno dato luogo ad opere e a scelte che non hanno avuto nulla a che vedere col regime.

Il movimento per l’architettura razionale invece ha prodotto scuola ed opere ancora per diversi decenni dopo la fine della guerra. Qui, forse in maniera ancora più netta, la sovrapposizione col fascismo è strettamente limitata a nomi, tempi e lavori precisi.

Ma tutta questa è solo un’obbligatoria e necessaria premessa.

È evidente che questo tentativo, il linguaggio mistificante con il quale viene veicolato, non ha come obbiettivo la salvaguardia e la tutela di opere d’arte ma la riabilitazione, la “normalizzazione”, della storia e della ideologia fascista.

Molti importanti artisti ed architetti hanno aderito o collaborato con il regime ma la maggior parte dei “grandi”, di coloro che hanno lasciato una traccia nella storia della cultura, assai difficilmente hanno prodotto mera “propaganda” mussoliniana.

Non è certo il numero di icone, di mascelle o di iscrizioni  cubitali, che il fascismo appiccicava a grappoli, dappertutto, dai tombini fognari alle facciate monumentali, a fare la differenza tra un’operazione di regime e un’elaborazione di valore artistico o architettonico.

Certo, c’è una fascia liminare nella quale i confini si diradano, talvolta si perdono, ma la storiografia critica, lo studio rigoroso delle forme espressive, la ricostruzione filologica dei processi creativi ed elaborativi di manufatti ed opere d’arte ci ha detto moltissimo sulla produzione culturale avvenuta nel ventennio.

Possiamo annoverare, infine, pochissimi autori tra le fila dei nostalgici anche dopo la caduta della dittatura.

Dopodiché il valore simbolico di ogni opera d’arte, di ogni manufatto pubblico, delle volte è innestato nel valore artistico in maniera chiara e inseparabile, delle altre entrambe le cifre si manifestano in una molteplicità di segni e di caratteri, altre volte le due sfere prendono strade autonome fino, in certi casi, a divaricarsi nettamente. Queste possibilità si presentano, a maggior ragione quando, in quella sfera simbolica, rientrano più o meno manifesti intenti politici.

In questo senso l’opera complessiva di artisti di puro genio, come ad esempio Giacomo Balla, o di architetti che hanno segnato indelebilmente la storia dell’abitare nel segno dell’utilità collettiva, come ha fatto Ignazio Gardella, i quali hanno prodotto e realizzato capolavori nel ventennio, potrebbe essere definita “fascista” solo ricorrendo alla categoria della bestemmia.

Lo stesso non si potrebbe dire però di altre situazioni, altri artisti ed altri lavori. Tra questi ultimi certamente si può annoverare “L’era fascista” di Dazzi. Statua il cui esplicito valore simbolico e propagandistico, e la cui storia – raccontata recentemente, tra gli altri, da Luciano Costa – danno indubitabilmente conto degli intenti e dei messaggi che doveva veicolare. Scultura, inoltre, la cui modestia artistica e rappresentativa, risulta davvero difficile non percepire. Qualità espresse, peraltro, anche nel nome con il quale è passata alla storia, Bigio: definizione nella quale il grigiore e l’indefinitezza fanno il paio solo con l’assonanza scurrile di un lemma ben noto del dialetto bresciano.

Tutto ciò risulta ancora più evidente nella querelle cittadina sull’ipotesi di riposizionare il manufatto a Piazza Vittoria, dove si scontrano posizioni diverse e legittime ma tutte destinate inevitabilmente a ricadere sul piano inclinato del confronto storico ed ideologico.

Per questo penso che la ricollocazione della statua possa avvenire solo in un luogo musealizzato dalle caratteristiche precise, con un corredo chiaro di valutazioni storiche, politiche ed artistiche, che abbiano al centro senza mistificazioni, o peggio, nostalgie, quell’era fascista di cui la scultura voleva celebrare i fasti.

La scelta di ricollocarla in piazza Vittoria rischierebbe non solo di avere come conseguenza la grave responsabilità di generare tensioni, aprire ferite e ampliare divisioni ma non sarebbe nemmeno un buon servizio alla città, alla sua storia. Una storia che sta riemergendo, rinascendo per certi versi, proprio sotto le insegne di un rinnovato vigore ed interesse per la cultura. Cultura come ricerca, dialogo, apertura, sperimentazione. Cultura intesa in un arco amplissimo che mette a valore ogni modo di espressione, ogni sfera del sapere.

Dall’arte, quindi, nella sua molteplicità di forme e di lingue, alle produzioni diffuse e di valore sui piani della musica, del teatro, della fotografia e dell’intreccio multidisciplinare di diversi campi espressivi, fino alla gran parte degli ambiti del sapere e della conoscenza. Da quello profondissimo, antico e radicato della storia e della tradizione contadina ed operaia della nostra città fino ad arrivare al fermento inventivo per la scienza, la tecnologia, la matematica.

Arte e sapere che si esprimono al meglio quando avvertono l’attenzione, il rispetto, la curiosità del contesto in cui si muovono. Arte e sapere che hanno bisogno di cura, di interesse e di partecipazione autentica per formarsi, lievitare e offrire al mondo i frutti della bellezza, della pienezza, della passione per la vita e per la scoperta. Arte e sapere che hanno in sé, irriducibili, il germe della condivisione, le braccia aperte dello stupore, la corrente dolce e sulfurea dell’amore.

 

 

La musica. Lingua d’Europa.

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L'articolo così com'è uscito nel dossier dedicato all'Europa
del n° 7, Dicembre 2016, di Missione Oggi.

 

Negli ultimi decenni abbiamo parlato molto d’Europa, in particolare dopo l’avvento della moneta unica. Il fatto è che ne abbiamo parlato ognuno dal suo staterello, con lo sguardo ristretto al proprio piccolo cortile. Abbiamo parlato poco, invece, da europei e tra europei. Dell’Europa. Di quale destino comune, di quale futuro, per questo grande continente.

Le spinte centrifughe, con la scelta di rottura verticale presa dai cittadini britannici, sono figlie di molti fattori ma certo anche di questo approccio. Il dato relativo al confronto tra il voto giovanile e quello anziano, nell’analisi del referendum sulla Brexit, ha prodotto molti commenti superficiali, se non proprio risibili, come il definire il voto dei vecchi ispirato a chiusura, paura e ingordigia e quello dei giovani ai valori opposti. Che, in alcuni commenti, si sono spinti a immaginare – tra il surreale e il gravemente preoccupante – addirittura restrizioni al voto per i più vegliardi.

Pochi hanno rilevato che per parlarsi occorre una lingua comune e condivisa. Ma una lingua non è qualcosa che possa conchiudersi, o definirsi, attraverso una grammatica, una sintassi, delle regole e una fonetica. Una lingua si definisce in primo luogo nell’ambito di una storia.

I MUSICISTI: UOMINI LIBERI

La storia ci racconta che l’Europa ha – ed è – uno specifico luogo di scambio, di relazione, di studio, di creatività, di produzione, di crescita spirituale, culturale e materiale. Questo luogo è l’ambito dell’arte in generale e della musica in particolare. Soprattutto della musica. In questo luogo, da almeno otto secoli a questa parte, le cui radici affondano già nel IX secolo e nella cesura dell’epoca carolingia, si è formata una lingua, una lingua d’Europa.

Ma il linguaggio musicale europeo non va considerato solo come un idioma che, nei suoi sviluppi storici, ha configurato una produzione musicale con caratteristiche peculiari sotto ogni profilo la si voglia analizzare. Il linguaggio musicale europeo è, e si deve intendere, anche come una delle principali “lingue” europee, se non la principale.

Ci sono legami che fanno dell’Europa un’entità autentica. Nulla a che vedere con i vincoli e le norme prodotti da quell’edificio di natura burocratico-statuale, indirizzato verso il raggiungimento di risultati finanziario-commerciali, i cui principali “beneficiari”, da alcuni anni a questa parte, sono davvero pochissime persone. I legami di cui parlavo poc’anzi hanno potuto costituirsi, stringersi, aprire canali di comunicazione, proprio grazie al venire in essere di un’articolatissima storia e di una grande lingua. Questa lingua europea della musica è stata, fin dalla sua gestazione, uno strumento di dialogo, di confronto ma anche di scontro, su molteplici piani, da quello politico a quello della religione, da quello ideologico a quello culturale.

La musica, il suo linguaggio, il suo messaggio, la sua capacità rappresentativa, il suo potere poietico non sono mai stati – né mai potrebbero esserlo – ingabbiati, fermati, annientati, o costretti in vincoli dettati da luoghi residenti al di fuori di essa. Anche nei momenti dei conflitti più aspri, delle scelte più buie, come a cavallo tra la riforma e controriforma; anche all’epoca delle tensioni più drammatiche che portarono alla prima guerra mondiale ciò non accadde mai. I musicisti europei hanno attraversato il continente in lungo e in largo dalla Sicilia a Londra, dalla penisola iberica alla Russia, ininterrottamente, per secoli, quale che fosse la situazione politica, economica, sociale. Addirittura durante la dittatura nazista e l’occupazione di tanti Stati continentali da parte delle truppe hitleriane la musica, i musicisti, la ricerca teorica e stilistica, non si fermarono mai.

DUE EPISODI SIGNIFICATIVI

Due episodi, per molti aspetti opposti, avvenuti durante il periodo nazista in Germania ed in Francia, che qui accenniamo solo come un brevissimo e largamente incompleto riferimento, ci raccontano questa irriducibile peculiarità della musica. Le vicende del grande direttore d’orchestra Wilhelm Furtwängler e di uno dei più importanti chitarristi della storia del jazz, Django Reihnardt, possono farci vedere da un altro punto di vista la questione e l’importanza di questo ambito artistico.

La prima è una storia ricca di chiaroscuri che però, avulsa dal rapporto strettissimo che il direttore intrattenne con la musica e con la richiesta di “parola” che da quell’universo, e attraverso le proprie scelte testuali e interpretative, essa emanava (basti pensare alla tenzone attorno a Beethoven che, nonostante gli sforzi giganteschi del regime, non riuscì mai ad essere trasformato in un simbolo del nazismo) rischia di essere pressoché inestricabile ed incomprensibile.

Furtwängler, dapprima osannato e richiesto da mezzo mondo – nonostante operasse nella Germania con Hitler già saldamente al potere – quando decide di non espatriare dal paese del Reich, come fanno diversi altri artisti e musicisti, viene dipinto rapidamente, da più parti – anche a seguito di un’orchestrata campagna di regime – come un collaborazionista. Ma Furtwängler non si iscrisse mai al partito nazista, difese, in più d’un’occasione, i musicisti ebrei e fu al centro di episodi clamorosi di rotta con il regime, come quando, nel ‘34, si dimise dall’incarico di direttore dell’Opera di Berlino perché gli fu impedito di dirigere un’opera di Paul Hindemith, considerato dai nazisti un “musicista degenerato”. La commissione di denazificazione, che lo vide come imputato alla fine del conflitto mondiale, lo assolse dalla pesante accusa, ma egli pagò comunque un prezzo altissimo nel dopoguerra che lo costrinse a rinunciare a concerti e incarichi prestigiosi, come la direzione della Chicago Symphony Orchestra, offertagli nel ‘49, a causa del peso di quella storia.

La seconda, forse ancor più paradossale, riguarda uno zingaro, Django Reihnardt – uno dei più grandi musicisti del secolo scorso – a cui non solo non venne torto un capello durante l’occupazione nazista, ma suonò, per tutti quei lunghi anni, nei club parigini frequentati da ufficiali della Wehrmacht – sia pure con la morte nel cuore, essendo ben consapevole del dramma del suo popolo – mentre tutta la sua gente veniva rastrellata senza pietà e portata a morire nelle camere a gas dei lager tedeschi. Anch’egli cercò di sottrarsi dalle pressioni e dalle lusinghe naziste che lo richiedevano incessantemente per concerti e serate ufficiali e tentò, in più d’un’occasione, di lasciare la Francia occupata. Sempre senza successo. Nel suo caso però fu proprio al termine del conflitto che la sua leggenda si consolidò e che le porte della patria del jazz, gli Stati Uniti, gli si aprirono consacrandolo come uno dei più grandi maestri di quella tradizione musicale.

NON PUÒ ESISTERE UNITÀ EUROPEA SENZA LA MUSICA

Tutto ciò è potuto accadere, certo, per molteplici motivi, di varia e diversa natura, ma indubbiamente anche perché il linguaggio della musica, quella autentica, spiazza sempre, chiunque.

Perché la consuetudine con la musica – la pratica difficile del suo linguaggio, la fatica grande per dare forma al suo essere, l’evanescenza della sua sostanza, la sola fugacità in grado di non scadere nell’effimero, la sua inafferrabilità che vive assieme alla più marcata immediatezza, alla forza enorme che ne promana – lascia nella sensibilità di ognuno un amo e un filo sottilissimo capace però sia di portare, sia di tenere – di reggerne il peso grande – le cose ultime, il senso stesso del nostro essere al mondo.

Non è un caso che le Muse, figlie di Zeus e Mnemosyne, rappresentino la sfera dell’arte. Il luogo laddove l’intelletto – nella sua radice della visionarietà – il sapere – nella pienezza della conoscenza, attraverso tutti gli “strumenti” umani – e la memoria, che traccia la storia del mondo e di ognuno di noi, si fondono e si rivelano nell’opera d’arte. Non è un caso che la musica prenda origine dal nome di quelle divinità. È per questo che allora l’artista, per tener fede al suo mandato, deve vedere, deve sentire, deve parlare. È per questo che il musicista si misura con gli abissi, respirando le contraddizioni del suo tempo, accettando anche ferite sanguinanti. Essendo certo che la sua personale musa trasfigurerà il male senza occultarlo, farà sgorgare dal dolore la felicità e dalla nostalgia la serenità. Trarrà dal caos la più diafana e trasparente bellezza.

UNA TRACCIA DEL “DIVINO” CHE CI ABITA

Ed è anche per questo che quella lingua diventa al tempo stesso una traccia del “divino” che risiede in ognuno di noi – nella bellezza, nello splendore, nello stupore – e un segno indelebile, un alfabeto immortale, del nostro passaggio sulla terra.

Purtroppo quest’ambito – una galassia densa di idee e di valori, di sentimenti e di passioni, uno dei principali luoghi nei quali una condivisa dimensione continentale ha già un suo solido fondamento, una storia straordinaria e ricchissima – è stato completamente sottovalutato e tralasciato, se non proprio volutamente oscurato, nella costruzione dell’unità europea avviata negli ultimi decenni. Se vorremo sortirne e dare luogo a una nuova storia non potremo che cominciare anche da qui.

 

Bibliografia minima

Una bibliografia sul tema trattato può contare su diverse centinaia di titoli.
Nello specifico si può rimandare ai volumi indicati di seguito sia per il tema specifico dell’articolo, sia per quanto riguarda le biografia di Furtwängler e di Reinhardt.

Georgiades, Thrasybulos Georgios
Musica e linguaggio : il divenire della musica occidentale nella prospettiva della composizione della Messa / Thrasybulos G. Georgiades, Napoli : Guida, \1989!

Griffiths, Paul <1947- >
Breve storia della musica occidentale / Paul Griffiths, Torino : Einaudi, [2007]

Dal canto cristiano alla fine del 19. secolo / Giordano Montecchi
Milano : Biblioteca universale Rizzoli, 1998
Fa parte di: Una storia della musica : artisti e pubblico in Occidente dal Medioevo ai giorni nostri / Giordano Montecchi

Roncigli, Audrey
Il caso Furtwängler : un direttore d’orchestra sotto il terzo Reich / Audrey Roncigli ; presentazione di Antonio Pappano ; traduzione di Nicola Cattò, Varese : Zecchini, 2013

Dregni, Michael
Django : vita e musica di una leggenda zingara / Michael Dregni ; edizione italiana e traduzione dall’inglese a cura di Francesco Martinelli, Torino : EDT ; [Siena] : Fondazione Siena jazz, 2011

Compianto per un’amica

Sandro Botticelli, "Compianto sul Cristo morto", 
tempera su tavola (107x71 cm), 1495-1500, Museo Poldi Pezzoli (Mi)

 

Ieri pomeriggio abbiamo salutato una cara amica, a Milano. Abbiamo stretto in un abbraccio suo papà, suo fratello e tanti amici.

Sulla strada del ritorno – superata Piazza Duomo, illuminata da un vento di cristallo tagliente, vociante nel carnevale ambrosiano, ma quasi sommessamente, come si fosse accorta del nostro passaggio e di quella “toppa di inesistenza” che ci accompagnava da giorni – del tutto casualmente, siamo stati richiamati da uno dei tanti, preziosi, scrigni meneghini: il Museo Poldi Pezzoli.

Tra le meraviglie custodite nel palazzo, un quadro, sopra tutti, una tempera su tavola di legno, è venuta – questa, forse, non casualmente – incontro a me e a Silvia: il “Compianto sul Cristo morto” di Sandro Botticelli.

Non conoscevo questo lavoro di tanto potente e illimitato dolore.

I corpi, luminosi e iridescenti, pur nel pallore dell’angoscia e della morte, sono intrecciati l’uno all’altro. Come nascessero, l’uno dall’altro. Anticipano, incredibilmente, di 400 anni “Vita e Morte” e tanti altri capolavori di Gustav Klimt.

Il fondale del sepolcro, d’un rigoroso nero incorniciato da colonne improbabili, la predominanza e l’evidenza misteriosa e insopprimibile delle mani di ognuna delle figure dipinte, fanno ripensare al tempo bloccato da un’assenza straniante dei lavori di De Chirico. 400 anni prima.

Maria è svenuta, crollata, come ogni madre ferita a morte. San Giovanni Battista la sorregge, offrendo a suo sostegno l’incavo tra il collo e la spalla ma il suo braccio penzola, inerte, senza forze, come quello della madre. Il volto di Maria ha un’espressione affranta ma non disperata.

Maddalena tiene i piedi del Cristo, avvolti in un lembo di sudario, tra le sue mani, come cullasse un neonato in una ninna nanna appena sussurrata. I suoi occhi sono chiusi. Sembra una testa caduta, rotolata giù dopo un’esecuzione. Ma il suo viso è disteso, la sua guancia è reclina sui piedi di Gesù, come a volere proteggere, riparare. In realtà sta assorbendo quell’ultimo respiro nel punto più basso, sta ispirando, inginocchiata e ripiegata verso la terra d’ocra, quell’ultimo tenue soffio. Una ciocca rossa dei suoi capelli scivola tra i piedi gelidi del Nazareno.

Una donna si copre il volto con le mani che avvolgono la tunica blu, l’altra donna, tra le mani, tiene il volto di Cristo, esangue, piegato in una curva innaturale.

Le mani. Sono le mani la fonte espressiva primaria di questo quadro. Le mani, e gli occhi – celati e chiusi – delle donne.

Sono mani dai gesti delicati, senza rabbia, senza difese. Le sembianze dei volti e gli occhi sono raccolti su quel drammatico presente ma ognuna di loro sa già che quel breve passaggio terreno ha lasciato una traccia definitiva. Ha cambiato il mondo.

Ma, senza timore di essere blasfemo, qualcosa di simile accade ogni giorno, dappertutto, nel mondo. Ogni giorno accade che ci rendiamo conto dell’importanza di alcune persone, della traccia che hanno lasciato nel loro passaggio sulla terra e, in particolare, di come e quanto profondamente ci hanno cambiato.

Così anche a me è accaduto. E’ accaduto con quella cara amica salutata ieri e con le tante persone che, fortunatamente, ho incontrato durante il mio cammino e che ogni tanto mi ricordano, e mi fanno dire, che io, praticamente, non sono mai stato propriamente “io”.

Così il dolore, nel capolavoro di Botticelli, che colpisce implacabile al primo impatto con il legno dipinto, lentamente trascolora in un riverbero di luci che rivelano l’anima profonda di quelle donne. E un mutamento incarnato, dentro ognuna di esse.

Così quella sofferenza impossibile – che ti lascia attonito e immobile, frastornato e rapito – espressa con tanta dura potente bellezza si trasforma irrevocabilmente in un corale gesto d’amore che trova nella Maddalena il suo punto sorgivo.

A terra, ripiegati e inginocchiati, mescolati d’argilla e di fango, non smetteremo di esserci, di resistere, di vivere e di lottare.

Soprattutto, non smetteremo d’amare.

 

Milano, 5 marzo 2017

Rocker

Per J. J. Johnson

E’ da stamattina che canticchio pressoché ininterrottamente “Rocker“.

In realtà più che canticchiarlo ondeggio sul suo inconfondibile ritmo che mi sostiene, scendendo nella parte bassa dei polmoni fino ad appoggiarsi – scuotendolo – sul diaframma, e tenta di spingermi fuori dall’umidità ammorbante e marcescente di questa orribile e pesantissima fine di luglio.

Tutto “Birth of the cool” è una calda e scintillante esplosione di genialità. Una vetta, somma, dell’intero patrimonio musicale universale.

C’è stato un momento in cui ascoltavo questo disco ininterrottamente, sul mio magnetofono Castelli S 4000 che – nonostante peso, volume e difficoltà di trasporto – mi tiravo dietro praticamente ovunque.

Ininterrottamente lo ascoltavo e lo riascoltavo stupito da tutta quella forza, come avessi davanti un maestoso coro danzante, ognuno snocciolando il suo personale florilegio sonoro, tutti legati a un disegno dal tratto leggero ma dalle linee chiare e definite, sia pure ricche d’ombre e di luminescenze.

Ascoltavo riascoltavo quei suoni nitidi e confusi alla perfezione negli arrangiamenti dei tanti maestri, a partire da Gerry Mulligan, e nella direzione straordinaria di Gil Evans.

Miles Davis, naturalmente, giganteggiava anche in quell’album. La sua tromba avanzava calma con il suo incedere apparentemente razionale, appariva una formula matematica sciorinata con disinvoltura, invece era un formula magica che stregava ad ogni nota, ad ogni nota ti risucchiava nel caleidoscopio degli ottoni da cui non riuscivi più a staccarti, cercando di inseguire le frasi di ognuno nell’impossibile tentativo di tenerle insieme tutte.

Rocker è solo uno delle pietre preziose suonate dal nonet. Inizialmente il titolo era “Rock Salt” che significa salgemma. Poi, chissà perché, Mulligan gli cambiò nome. Forse per quel dondolio irresistibile che porta prima a scendere da una minore settima di Re al Do minore settima e poi – dall’altro lato – a risalire da un Si bemolle settima ancora al medesimo Do. Tre accordi, una scala. Tre passi e poi fermi, uno sguardo dattorno. Tre passi, un’altra pausa, finché la tromba di Miles non ci indichi la strada.

Un pezzo della mia esistenza però, grazie a quel capolavoro, deve un riconoscimento speciale a J.J. Johnson. Il grande trombonista, che non prese parte a quattro delle dodici sessioni dell’album, aveva già raccontato di sé qualche anno prima, suonando col memorabile quintetto di Charlie Parker.

Il suo trombone, da allora, è diventato il mio personale Jimmy Jimmirino, lo strumento segreto che suono da quarant’anni anche se nessuno ne ha ascoltato mai neanche una nota.

Devo a Jay Jay la scoperta di una parte di me. Quella parte bassa dei polmoni, appena sopra il diaframma, che qualcuno, ostinatamente, continua ancora a definire “anima”.

Se il mondo avrà anche una sola possibilità di salvezza questa non potrà passare che da un omaggio anche a James Louis Johnson. Non potrà che fare risuonare il suo trombone – dolce come una via lattea di periferia che di colpo illumina un vicolo dimenticato, semioscurato, o come una fluente cascata di sole che si apra nella radura, nel bel mezzo di una traversata in un bosco verdeviolaceo – in quella zona fonda dove l’aria si mescola con i tessuti e li intride del fluido indaco della pienezza e mentre scorre accarezza il cuore, seguendone il battito blucromo.

Tre passi. Una pausa.

Tre passi, e ti stringo, in un indimenticabile abbraccio.