Una galassia sotterranea – Omaggio alla natura (e lotta per la pace)

Quando Demis Martinelli mi ha chiesto di curare la sua mostra per bunkervik , “Omaggio alla natura”, sapevo che avrei incontrato una proposta di grande forza e lievissima bellezza; sapevo inoltre che sarebbe stato il mio ultimo impegno lavorativo prima della pensione.

Ho avuto la fortuna, nell’ultima parte del mio lavoro, di incontrare artisti ed artiste di grandissimo valore, sensibilità profonda, sguardi sul mondo da prospettive e luoghi spesso inusuali, inaspettati, punti d’osservazione che avevano la caratteristica di stupire, incantare – oppure scuotere – e, al tempo stesso, raccontare della nostra condizione, del nostro passaggio sulla terra, con lingue sconosciute, spesso misteriose eppure subito apprese, come fossero state custodite, e poi dimenticate, in chissà quali anfratti delle nostre esistenze: la forza stupefacente dell’arte!

Una delle due parti di cui è composta la mostra di Martinelli si chiama “Pace”. È un’installazione di grandissima forza.

Sicuramente ci sono stati medici e chirurghi, persone che hanno curato – salvato! – vite umane, che pure avranno preso le armi, che avranno combattuto durante delle guerre, che avranno ucciso, ferito, violato, sfigurato. Sicuramente sarà accaduto, nella storia, anche ad artisti ed artiste, scultori, musiciste, danzatori, teatranti. Eppure sono sicuro che la gran parte di loro non potrebbe mai, in nessun caso, uccidere, e mai partecipare a una guerra! Se accadesse ognuno ed ognuna di questi ultimi “morirebbe” in quel medesimo istante.

In questi giorni tristi e terribili, durante i quali la guerra – che non ha mai abbandonato intere parti del globo – è tornata ancora una volta in Europa, c’è un pensiero – nell’arte ha la sua espressione più luminosa – che ci richiama a noi stessi. Si può lottare, si può resistere, senz’armi, senza assassinio, senza uccisioni. La storia – tanto irrisa da quelli che la sanno lunga – ce lo ha mostrato innumerevoli volte. A costo di morire, si può. Se uccidessi qualcuno morirei anch’io, in ogni caso, in quel medesimo istante.

Alcuni, tanti, ci dicono: “noi siamo contro la guerra ma quando ti aggrediscono, quando un paese ti invade, è obbligatorio rispondere con le armi”. Sono contro la guerra ma se qualcuno ti fa la guerra bisogna fare la guerra.

Secoli di pensiero, di riflessioni, di filosofie, di libri, di sculture, di testi sacri, di suoni irrichiudibili, di musica inarginabile; secoli di orrori, secoli di dresde, di guerniche, di fallujie, secoli di omicidi buoni e omicidi cattivi, di assassinio giusto e assassinio sbagliato. Secoli di inutili versi, di inutili poete e inutili poeti. Secoli accartocciati e gettati nel cestino dei rifiuti dell’umanità.

Secoli di patriarcale dominio della forza bruta e violenta, che mentre posa una panchina rossa versando, per l’ultima donna ammazzata, qualche lacrima stinta di bigiotteria, con la mano nascosta arma lo stupratore, i violentatori, gli dice che ha il suo stesso, identico, pensiero. Tutto si può ottenere, e risolvere, con la forza bruta e violenta, imbracciando un’arma, eliminando, diminuendo, o riducendo a cosa, ogni ostacolo umano, davanti a sé.

Debbo ringraziare tutti gli artisti e le artiste che ho incontrato. Sono stati battito e onda, per me. Debbo ringraziare Demis Martinelli che con le sue formidabili opere mi ha stretto in un abbraccio indimenticabile, come i silenzi luminescenti delle sue sculture.

***

Di seguito il testo di curatela che ho scritto per lui. La mostra, inaugurata il 14 maggio, si concluderà il 29 maggio 2022.

 

Omaggio alla natura

C’è una galassia sotterranea. Dentro un buio profondo, dolce, emergono presenze leggere, evanescenti. Astri traforati, ricamati da filo d’ottone, d’acciaio, di rame. Lo spazio si allarga e si fa denso tra le opere di Demis Martinelli. Prende respiro. Ogni globo, ogni pianeta, racchiude e protegge un tesoro, un nucleo ancora caldo – oppure fossile – di elementi che riflettono il passaggio dell’esperienza umana sulla Terra. Pietra lavica, corteccia, oppure bambù, alga, argento fuso, ciottolo di fiume, seme, sabbia nera. “Omaggio alla natura”, la personale dell’artista soncinese allestita a bunkervik, aggiunge un nuovo passaggio, un ponte di madreperla e di giaietto, al suo lungo percorso artistico. I suoni e la musica dei John Qualcosa e Mattia Degli Agosti trasfigurano a tratti il rifugio in un antro primordiale, laddove la voce – oppure le grida? – si fondono con la terra, con il raggio infinitesimale della vita, con l’incedere lento e il tuonare di un battito. Bunkervik, ancora una volta, non è solo un luogo, sia pure singolare, dove una proposta d’arte entra in dialogo con lo spazio, ma esso stesso si manifesta come una dimensione nuova, ancora nascosta, dell’artista. Un suo nuovo mondo, una sua raffigurazione. Così com’è accaduto per Demis.

Tuttavia la mostra si apre, all’esterno del rifugio, con una poderosa installazione di sette monoliti in ferro su ognuno dei quali è stato colato un colore della bandiera arcobaleno. Le sculture, altissime, sono intrecci, inviluppi, di decine di aste metalliche indirizzate al cielo, in viaggio per raggiungere le nuvole, l’azzurro, la notte. In volo per quella galassia che si materializzerà solo nelle viscere della Terra. L’installazione, posta nell’emiciclo esterno a bunkervik, ha un nome asciutto, potente: Pace!
Quei nodi, quei viluppi, sono la trama che lega ogni genere, ogni esistenza, la natura intera, tutto il creato, sotto uno stesso issezionabile blu. Quell’intrico ci stringe e ci avvince. Eccola la parola, la dimensione umana. Avvincere, stringersi forte, legarsi l’uno all’altro. Non il vincere che lega, che nega, che ha paura della pelle, dell’odore, di ciascuno e di ciascuna, che ha terrore del corpo, dell’amore ma anche dell’urlo, del furore, del sudore.

La pace possente, nuda e scintillante, che ci propone e ci raffigura Demis Martinelli, passa dalla forza del ferro e del fuoco dell’artista, del miglior fabbro, del poeta, non dallo strazio, dall’assassinio, dalla sopraffazione, di cui è intrisa la viltà della guerra, di ogni guerra. Oggi più che mai è di questa “scienza” che abbiamo bisogno. Di questa passione.

                                                                                                                        Mimmo Cortese, maggio 2022

Nota: le parti in arancio sono link a pagine citate.

Il sangue del patriarcato

Brescia, Piazza Loggia – No alla guerra! – 28 febbraio 2022

 “Non credo nella lotta armata perché confermerebbe la tradizione secondo cui il potere è nelle mani di chi usa meglio le armi. Anche se il movimento democratico dovesse affermarsi con la forza delle armi, la gente continuerebbe a pensare che alla fine vince sempre il più forte”.

Aung San Suu Kyi

Gli ucraini sono sotto le bombe di scelte assassine e criminali, e hanno bisogno di tutta la nostra solidarietà e di tutte le azioni concrete – e sono tante – che possiamo fare. Si stanno difendendo militarmente e stanno anche allargando a tutti i civili la chiamata alle armi. Io rispetto questa scelta. Rispetto il coraggio di queste donne e questi uomini. Credo tuttavia che una resistenza nonviolenta – che già si sta manifestando tra i civili ucraini – avrebbe una forza molto più ampia, sarebbe di gran lunga più efficace ed incisiva e, simbolicamente, spazzerebbe via tutta la propaganda bellica dell’aggressore russo, di quel nazionalismo buio e purulento tirato fuori dagli anfratti più nauseabondi della storia. Inoltre questa lotta nascerebbe già feconda dei semi del rispetto e della riconciliazione, essendo sicuri, e lo sono in primo luogo gli ucraini, che una parte significativa del popolo russo non avrebbe mai acconsentito a questa scellerata aggressione. Una lotta e una resistenza che eviterebbe, inoltre, il rigonfiarsi dell’odio e del risentimento che ogni giorno di violenza, di lutti e sofferenza si porta, come un tumore maligno, inevitabilmente dentro. 

Osservatori e studiosi di questioni internazionali e militari, di diversi orientamenti, ci dicono che percorrendo la strada dello scontro armato il rischio di uno scenario siriano, per anni, nel cuore dell’Europa, è altissimo. Il costo in vite umane incalcolabile e la possibilità di sviluppi di pace e di riconciliazione, divaricanti all’infinito. Io credo che in questo quadro accettare, addirittura favorire, inviando armi a militari e civili, questa possibilità, sia una scelta di enorme irresponsabilità.

Alcuni obiettano, ma per questa via, quella della lotta e della resistenza senza armi, quanto tempo ci vorrà? Non lo so. E non mi iscrivo nella lista capitanata dagli stregoni militaristi e guerrafondai che hanno promesso, non azzeccando minimamente nessun pronostico, guerre lampo e pace a portata di mano in tutte le disastrose avventure militari nelle quali ci hanno trascinato dal dopoguerra ad oggi. Testimoniata, buon ultima, dalla vergognosa situazione dell’Afghanistan dopo vent’anni di guerra e occupazione militare.

Ma come si può opporre alla cultura patriarcale del dominio e della sopraffazione, della violenza e del sangue – di cui la guerra è summa e sintesi – e sulla quale si fonda l’aggressione di Putin all’Ucraina, una risposta che si innesti su comparabili presupposti culturali, con le medesime distruttive armi, con analoghi linguaggi di vendetta e di morte? Daremmo ragione a loro, a quella cultura nefasta e nauseabonda: accetteremmo anche noi che la vittoria, qualsiasi vittoria, è sempre fondata sul dominio e sulla violenza. Da decenni stiamo lottando, a partire dal nostro paese, perché questa cultura venga definitivamente superata e sconfitta, per le discriminazioni, le violenze di genere, le disumanità e le disuguaglianze che produce. Come possiamo adesso accartocciare lustri di scelte e di pratiche che la contrastavano e dire che fino ad ora abbiamo scherzato? 

È giunta l’ora che l’epica dell’eroe buono, spada sguainata, a capo dell’esercito liberatore, sia configurata nella mitologia fondativa degli albori delle civiltà e traslitterata alla luce degli ultimi secoli della storia umana. A meno che non si vogliano chiudere tutte le porte alla ragione e incorrere nella stessa oscura e ottusa lettura dei fondamentalisti di ogni religione, quando prendono alla lettera i passaggi più arcani di testi sacri, pensando di scatenare la volontà di dio per mani umane, schiumanti di sangue. Tutto ciò venne compreso bene da Jean Amery quando, in prefazione al suo imprescindibile “Intellettuale ad Auschwitz” scrisse, “Talvolta si ha l’impressione che Hitler abbia conseguito un trionfo postumo. (…) la distruzione dell’uomo nella sua essenza”. Prima ancora lo comprese il genio di Cervantes, nelle irraggiungibili considerazioni di Don Chisciotte sulle guerre moderne, le prime fatte di obici e polvere da sparo, e “del braccio infame e codardo” che da allora ha insanguinato funestamente il pianeta. 

Altre strade non solo sono possibili ma sono già state praticate, con successo, in tante e diverse parti del globo. Le terribili dittature sudamericane, i generali brasiliani, i Videla, i Pinochet, come sono stati sconfitti? L’Uruguay della lotta alla povertà e dell’affermazione dei diritti civili, le scelte coraggiose ed esemplari della Costa Rica, dall’antica e duratura abolizione dell’esercito alla centralità della difesa dei diritti umani, da dove sono nate? La liberazione del Sudafrica cosa ci ha insegnato? Infine, celebrata ogni anno in tutta Europa, la caduta del Muro com’è avvenuta? Con gli strumenti di morte accumulati per decenni, lungo la guerra fredda, o con la pressione lenta ma imponente di un popolo, unita all’implosione inevitabile di un sistema pieno di crepe e fratture insanabili? Ma anche in tante aree di crisi dove la violenza armata e militare è sempre pronta e all’opera da decenni, dal Myanmar alla Palestina, l’opzione nonviolenta è l’unica che tiene aperte strade di resistenza vincente e possibilità di vie d’uscita. Cerchiamo di imparare le lezioni della storia, almeno di questi ultimi settant’anni. 

La scelta della resistenza nonviolenta e senz’armi ha una storia poderosa e lunghissima che ha mostrato la sua forza immensa anche nei momenti più bui passati dall’umanità. Dalle donne di Rosenstrasse, alle innumerevoli vittoriose vicende di tante resistenze al nazifascismo, in primis quella italiana. Ormai la documentazione e l’accurata e interminabile bibliografia su questo terreno hanno fissato punti fermi ed incontrovertibili. 

La stessa Hannah Arendt, nel celeberrimo e pluricitato “La banalità del male” ebbe a scrivere: “La storia degli ebrei danesi è una storia sui generis, e il comportamento della popolazione e del governo non trova riscontro in nessun altro paese d’Europa, occupato o alleato dell’Asse o neutrale e indipendente che fosse. Su questa storia si dovrebbero tenere lezioni obbligatorie in tutte le università ove vi sia una facoltà di scienze politiche, per dare un’idea della potenza enorme della non violenza e della resistenza passiva, anche se l’avversario è violento e dispone di mezzi infinitamente superiori”.  In Danimarca la resistenza militare dell’esercito all’invasione tedesca fu pressoché inesistente, tanto che negli USA e in Gran Bretagna venne ad essere in voga con disprezzo patriarcale, maschilismo (e ottusità, come vedremo) la locuzione: “piegato come un danese”. Invece fin dal primo giorno di occupazione l’isolamento dei nazisti fu costante e crescente. Negli anni si organizzarono scioperi, sabotaggi e boicottaggi clamorosi, culminati in un grande e memorabile sciopero generale nel ‘43, arrivando addirittura all’autoaffondamento di gran parte della flotta navale per sottrarla all’utilizzo degli occupanti. Tuttavia l’evento più importante e significativo fu il salvataggio, unico esempio in Europa, della quasi totalità della comunità ebraica danese. Un’operazione durata per tutto il mese di ottobre del 1943 che tenne impegnate centinaia di famiglie e di persone, per il trasferimento clandestino, via mare, nella vicina Svezia, degli ebrei danesi. Operazione su cui si dovrebbero tenere “lezioni obbligatorie in tutte le università”, secondo Arendt. In Danimarca non fu sparato un solo colpo per questo salvataggio.

Naturalmente i commenti e le opinioni dei Rampini, Polito e Fubini vari, condivise e avallate da Corsera, Repubblica e media mainstream, oscurano e cancellano anche solo dalle opzioni possibili questa via. La propaganda bellica non accetta null’altro che se stessa. La scelta della violenza armata e guerrafondaia è l’unica opzione in campo, con due uniche varianti: guerra per procura (che combattano e muoiano – con le nostre armi – solo gli ucraini) o diretta (dobbiamo dispiegare la forza della NATO). Quest’ultima tuttavia, vista la netta contrarietà degli USA, certamente a breve non sarà percorsa, anche se il tifo per il suo dispiegamento urla sempre più forte. Ed è ripugnante prendere atto dello stesso oscuramento di decenni di grandi affari, pacche sulle spalle e minimizzazione, nelle relazioni e nella politica europea ed internazionale, dei gravi vulnus sul rispetto dei diritti e della democrazia, nella gestione della Russia, del despota di San Pietroburgo.

Naturalmente assieme alla resistenza nonviolenta è indispensabile avviare una pressione fortissima, politica ed economica, mirata e tenere sempre aperta la strada diplomatica. Anzi queste due direttrici diventerebbero forti ed autorevoli, e sostenute dalla più ampia opinione pubblica internazionale, proprio in ragione di una forte resistenza non armata in Ucraina, con scelte diffuse di noncollaborazione con l’aggressore. Sarebbero il peso e la pressione sull’altro lato della bilancia di un auspicabile negoziato.

Anche se i prezzi potrebbero essere altissimi per una grande parte del continente dobbiamo essere disponibili noi in primis a pagarli. Dovremo essere pronti a rinunciare al gas di Mosca e razionarci l’energia elettrica, se servirà. Pronti a chiudere affari, produzioni e turisti e a mettere in atto le politiche di più ampia solidarietà interna per fiaccare, isolare e portare Putin al ritiro delle proprie armate. Dovremo inoltre solidarizzare in tutti i modi possibili con le opposizioni e il dissenso russo. E tutto ciò sarebbe comunque imparagonabile alle sofferenze odierne del popolo ucraino.

Mi auguro davvero che tra i rappresentanti politici e istituzionali prevalga la ragione e l’umanità in vece del cinismo, del calcolo e dello sprezzo della vita di uomini e donne. Abbandonando e facendo ammenda rapidamente delle pulsioni interventiste e delle richieste di abiura da parte degli uomini e le donne di cultura russe che lavorano nel nostro paese, sconfinate in alcune iniziative vergognose, quanto ridicole, di alcuni sindaci e importanti istituzioni culturali attorno all’arte formidabile germinata in quel paese. Qualche presa di posizione mi conforta, anche se sono voci ancora flebili, circoscritte. Il sindaco di Brescia, Emilio Del Bono, alcuni giorni fa, durante una grandissima manifestazione contro la guerra in Piazza Loggia, ha detto, tra diversi altri passaggi significativi: “La storia la vincono spesso non i sopraffattori ma i sopraffatti, la storia la vincono i sognatori e gli idealisti. La storia la fanno spesso i testimoni disarmati!”. Questa è la strada!

Mimmo Cortese

“Benedetti quei fortunati secoli cui mancò la spaventosa furia di questi indemoniati strumenti di artiglieria, al cui inventore io per me son convinto che il premio per la sua diabolica invenzione glielo stanno dando nell’inferno, perché con essa diede modo che un braccio infame e codardo tolga la vita a un prode cavaliere, e che senza saper né come né da dove, nel pieno del vigore e dell’impeto che anima e accende i forti petti, arrivi una palla sbandata (sparata da chi forse fuggi, al bagliore di fuoco prodotto dalla maledetta macchina), e recida e dia fine in un istante ai sentimenti e alla vita d’uno che avrebbe meritato di averla per lunghi secoli. E quindi, considerando ciò, sto per dire che mi duole nell’anima d’aver abbracciato questa professione di cavaliere errante in un’età così odiosa qual è quella che oggi viviamo; perché sebbene a me non ci sia pericolo che faccia paura, ciò nonostante, mi esaspera il pensare che della polvere e del piombo abbiano a negarmi la possibilità di rendermi noto e famoso per il valore del mio braccio e il filo della mia spada, per tutto quanto il mondo conosciuto. Ma faccia il cielo ciò che crederà, che se riesco nel mio proposito, sarò maggiormente stimato, per aver affrontato ben maggiori pericoli che non quelli ai quali si esposero i cavalieri erranti dei passati secoli.”   

M. de Cervantes, Don Chisciotte della Mancia, trad. di V. Bodini, Einaudi,

La mia casa (la casa di Lidia)

Un bassista ed una violoncellista di grande valore mi hanno aiutato in questa prima parte di un antico e nuovo viaggio.

Gio Sorlini e Eleuteria Arena sono stati pelle e anima di questo brano. Non saprò mai come ringraziarli fino in fondo. Come pure debbo ringraziare Michele Marelli e il suo Monolith Studio per l’encomiabile lavoro dietro la consolle.

Suggerisco, a chi fosse interessato, di ascoltarlo in cuffia o con un buon impianto audio, per non vedere crudelmente cassata la parte più ampia e raffinata della loro musica.

Agli amici e alle amiche che ritenessero significativa la proposta chiederei una mano.

Vi ringrazio e vi abbraccio

MM

La mia casa (la casa di Lidia)

Un decennio pieno, troppo pieno

Un decennio pieno, troppo pieno

(appunti attorno a “Il delirio del particolare”)

Il suono è colore. Le ombre, materia. Lingue stratificate di memoria, inabissatasi nelle viscere della nostra storia, di quella recente, appena passata, eppure così distante, lontana, come sepolta.

La nostalgia viene detta, pronunciata, ma non c’è nessuna nostalgia in questo lavoro teatrale di lucida e assoluta pienezza. Il testo, fitto, denso ora come lava, ora come ossidiana, scintillante di nero, prende crudelmente atto di quella sorta di mutazione avvenuta tra gli anni settanta ed oggi. Tuttavia le parole di  Vitaliano Trevisan – autore del testo – accennano solo a sentieri, a strade possibili, li segnano con un paio di pennellate su una roccia, su qualche albero decorticato. É la maestria incommensurabile di Maria Paiato che dà corpo e voce, direzione e verso, a quei percorsi, a quei labirinti, a quelle fratture, profonde come faglie, che hanno trasfigurato e sfigurato, in un trentennio, volto e sentire profondo di un paese.

Sono gli anni settanta a passare – in filigrana, come una bava di vento fossile, spirato da ere ancestrali, oppure con cesure spietate, urticanti: “un figlio eroinomane può capitare a chiunque” – nella stanza polverosa, umida e panneggiata del palcoscenico. Un decennio pieno, forse troppo pieno, di forza, di passione civile, di dolore, di strazio; un’epoca di conflitti durissimi, brutali, di contraddizioni fiammeggianti, laceranti, di genio, di illuminazioni solenni, in ogni campo: arti, cultura, scienza, ricerca; politica. Nulla a che vedere con la sciatteria vuota e violenta che sembra imporsi senza ostacoli in questa prima parte del nuovo millennio: “Al giorno d’oggi, anche se volessi tenere un salotto, non saprei proprio chi invitare. Dopo avere rinunciato ai contenuti, si è rinunciato anche alla forma, Cecchin!”, afferma la protagonista rivolta al suo imperturbabile badante, interpretato da un eccellente Alessandro Mor.

Per circa un’ora e mezza la scena è tra le mani di Paiato, la vedova di un ingegnere che torna dopo anni in una loro casa sul lago progettata da un famoso architetto. Dall’eco lontana che ritorna dalle quinte si intravvede la vicenda e la figura di Carlo Scarpa, un condensato della sua storia, raccontata prendendo l’abbrivio dal progetto della casa – e del cimitero privato – di Giuseppe Brion, fondatore della celeberrima “Brionvega”. Qua e là, tra i marosi ribollenti di ricordi che la vedova sciorina, seduta nell’unica poltrona che “non ha disegnato lui. Infatti è comoda, accogliente”, emerge anche la figura di Goffredo Parise e di tanti fantasmi di quel decennio irreplicabile.

Lo spettacolo, messo in scena magistralmente dalla regia di Giorgio Sangati, tra le musiche delicate di Michele Rabbia e il contrappunto ora assorto, ora misterioso, ora luccicante di ombre e di luci, ingegnato da Cesare Agoni, traguarda e circumnaviga a lungo l’isola della perfezione.

Parlando con Maria Paiato ho avuto modo di chiederle quale fosse stato il suo lavoro sul testo, per arrivare ad aprirlo e renderlo carnale, materia viva. “È Il risultato della collaborazione stretta, di un lavoro di approfondimento importante fatto assieme a Giorgio Sangati” mi ha risposto, “che mi ha chiarito diversi passaggi“. Poi, ha aggiunto, “la protagonista è molto più grande della mia età, una donna anziana ma, nonostante ciò, io mi sento in sintonia con la senilità, mi sono riconosciuta in questa condizione“.

Quella vedova è una donna pratica, per certi aspetti dura, franca, senza troppa emotività, ho lavorato molto, assieme al regista, per darle corpo e voce. Poi, nel finale, accadono alcune cose…

Nel finale.

La pioggia è suono, la partitura sorge da un difetto, da una mancanza. Il tetto è uno strumento, i cristalli sono corde, il colore è ampiezza, spazio profondo. La melodia è un battito, il contrappunto di una vita, arco di tempo, di memoria. Lampo di bellezza.

Il sipario, lentamente, si chiude.

                           

“Il delirio del particolare” è una produzione del Centro Teatrale Bresciano e del Teatro Biondo di Palermo.

“It was the fire that made me into what they call marble” – Chiara Bugatti a Brescia

L’11 e 12 settembre, a Palazzo Monti e a bunkervik, Chiara Bugatti rappresenterà alcuni suoi lavori e una performance preparata con Alessandro Giaquinto e Das Stuttgarter Ballett, di grande raffinatezza e sensibilità, nei quali Brescia, e una parte tragica della sua storia, sono punto centrale di uno sguardo profondo.

Nella cartella allegata, che illustra la proposta di Chiara, vi sono un significativo testo di Power Ekroth, curatrice del lavoro, una sua intervista all’artista, un’analisi accurata di Sascha Bru e una mia breve suggestione su “Brute Force”, una delle opere di Bugatti.


Siamo fatti della stessa sostanza dell’Universo, delle galassie, delle viscere della Terra, impastati di terriccio e di fango, caduchi, “nello spazio e nel tempo d’un sogno”, quello nel quale “è raccolta la nostra breve vita”.

Brute Force mette in scena un’assenza, nel buio, nel vuoto, nella penombra lattiginosa di pulviscolo e filamenti di polvere, intrecciati negli interstizi di una statua, ricomposta e fasciata, muta ma al tempo stesso ingombrante, sinistra, opprimente, nella sua poderosa scomparsa: il Bigio, la scultura di Arturo Dazzi, commissionatagli nel 1932 per celebrare a Brescia l’”Era Fascista”, in Piazza della Vittoria, un largo esorbitante e glaciale nato sullo sventramento di uno dei più antichi e popolari quartieri della città, quello delle Pescherie. (…)

(Il testo integrale nella cartella allegata)

Brescia, settembre 2021

Hold me

C’è una ragazza, è giovanissima, ricurva, piegata quasi fino a terra, ha i capelli scuri. Tiene sulle spalle un’altra giovane – la chioma chiara di questa, la testa reclina, apparentemente inanime, poggia sulla sua schiena – mentre cerca di prenderla per le gambe: sembra voglia issarla, sostenerla.

Qualcosa tuttavia dissona.

La ragazza dalla chioma chiara tiene le sue mani strette forti agli avambracci; le mani, serrate, passano tra le gambe della ragazza dalla chioma scura. Così ogni movimento è bloccato, potrebbe essere un’inquadratura, un frame, colta nel bel mezzo di una lotta: la ragazza dalla chioma chiara forse non vorrebbe farsi sollevare, quella dalla chioma scura potrebbe afferrarle le gambe in un incerto tentativo di ribaltare parti e posizioni. Alla ricerca d’una via d’uscita.

Le ragazze hanno delle identiche flumiganti calzette rosse, lo stesso foglieggiante e cortissimo tubino dal dolcevita a coste, il medesimo semirichiuso inesplicabile sguardo.

Le ragazze sembrano la stessa, identica, ragazza.

Questa tavola è uno dei punti di impatto, di rottura e di equilibrio di un formidabile libro illustrato di Silvia Trappa, “Hold me“, edito nell’elegante collana “aka” della raffinata iki-editions francese.

I disegni di Silvia hanno una forza tanto lieve quanto netta e indissolubile. I gesti e le posture, tra spazi bianchi o puntillati di grigi, le trame intrecciate, fuse, di abiti e segni – i palchi meravigliosamente trasfigurati del Megaloceros che apre e chiude la raccolta – raccontano di tenerezza, di eros nascente, di passione pronta a sgorgare, di legami strettissimi ma pure di affanni, di blocchi, di paure; di silenzi.

I lavori di Trappa, essenziali, puliti, circondati da un vuoto indispensabile, un’aureola densa di spazio e di tempo, hanno il segno inequivocabile della grande arte, quella che affascina, smuove – e interroga; quella che resta.

Lievito Madre *

Curare leggero e irriducibile 

Cartilagini d’ali ambrate, mari, oceani, di infinitesimali supernove esplose nel fragore di uno sfrigolio raccolto, impercettibile. Sono così le carte oleate sottili, evanescenti, eppure resistenti, indome, del lavoro di Annamaria Gallo. Le tracce, i segni, i graffiti che si sviluppano e si diramano sui fogli di cottura degli impasti raccontano e svelano strati via via più profondi della ricerca dell’artista.

Fare il pane – nei giorni, nei mesi, del lungo e terribile Grande Confinamento – è stato per molti e molte una scelta, una riscoperta, oppure una necessità, quando la morte e la paura si sono infilate, silenziose ed invisibili, nelle case, nelle strade, tra i nostri respiri e le vite del pianeta intero. Lievito Madre. Le parole raccontano quasi sempre molto di più di quanto non appaia ad una prima lettura. Farina, acqua e dei microrganismi, dei batteri, che danno luogo ad uno dei più antichi e universali nutrimenti umani: il pane. Lievità, leggerezza, espansione soffice, librazione, liberazione: quanti sguardi, quanti movimenti dietro e dentro quella parola che a molti ricorda un cubetto color tortora in uno scaffale refrigerato o della polvere cipria, con delle venature d’ocra, conservata in piccoli vasetti di vetro. O ancora crescere, ampliarsi, mutare forma, colore, sapore, profumo, restando della medesima sostanza dell’origine. Qui si innesta la parola madre che svela la direzione e l’obbiettivo di quel sostantivo maschile. Si apre l’universo della generazione, della cura, della forza irriducibile, si disvela il significato autentico dell’accoglienza e dell’intransigenza, del mistero chiarissimo della nostra esistenza.

Tutti questi livelli, queste stratificazioni, queste suggestioni, brillano di una luce diafana e trasparente nei lavori di Annamaria Gallo: dai suoi fogli sfornati, dai filmati in bianco e nero dominati dai gesti, dalle mani, dai suoni e dai respiri di quell’amalgamare, quell’aggregare, quell’incorporare elementi semplici, minimi; dal grande origami che giganteggia nella minuscola nicchia che chiude bunkervik. Un origami fatto di vecchi tessuti, tovaglie lise, consumate, strappate, teli pieni di vita, di storie, consumati da briciole e lacrime, da solitudini e abbracci. Un lavoro che troviamo alla fine del percorso, che sembra raccogliere il vento aspro e leggero che per quella lunga, luminosa e verdeggiante cresta, da S. Maria del Giogo, passando per Punta Almana, fino alla vetta nuda e solitaria del Monte Guglielmo, riempie e rigonfia le coste del Sebino portando con sé il profumo del ghiaccio e del magma, del plutone, dell’Adamello. Quel vento che accompagna da sempre il lavoro di Annamaria Gallo, che si intrufola nel suo studio sulle rive del lago d’Iseo, fa risplendere d’azzurro e di neve la sua ricerca, il suo percorso espressivo.

I due tunnel di bunkervik con questa mostra diventano antro originario, luogo della custodia, della protezione, luogo della terra. Della terra madre. Quella terra madre che ha segnato il nucleo originario dell’esperienza di Slow Food che, non casualmente, ha collaborato con Gallo e il suo progetto. Quella terra madre da cui tutto nasce, cui tutto torna, consegnataci come un dono passeggero, uno scrigno di bellezza.

 

* ho avuto il privilegio di curare la significativa e intensa mostra di Annamaria Gallo assieme a Ilaria Bignotti, docente universitaria, curatrice e critica d’arte di grande valore.

Kufid. Affrettatevi, affrettatevi alla felicità.

KUFID_2

4_Kufid_Moutamid_una notte in Italia_Fossati copia

Una scena taglia telo ed orizzonte in due parti quasi uguali, con una leggera oscillazione, come fossimo mossi da una brezza decisa. Il cielo è limpido, pulito, silenzioso; la terra, arata, seminata di fresco, sembra emettere il suo buon profumo, di là dallo schermo. Una capezzagna, in lontananza, segna delicatamente un filare di alberi spogli, sulle sponde di una roggia: siamo nella pianura padana, nella campagna di Brescia.

Taglio e orizzonte sono due delle molte parole chiave di “Kufid”, formidabile film di Elia Moutamid. La pellicola è definita dalle agenzie specializzate “documentario”, se non bastasse, “autobiografico”. Il lettore fiducioso potrebbe immaginare, con queste definizioni, una sorta di endoscopia globale e ombelicale dell’autore, fatta in casa, per giunta: roba da far accapponare la pelle oltre che spingere a frotte, a legioni sfrenate, gli spettatori a cinema. Chissà quale stato di misterioso delirio può avere prodotto queste surreali definizioni.

Moutamid invece, pirandellianamente, veste i panni – difficilissimi, quando vuoi parlare al mondo con il cinema – del personaggio sé stesso per cercare e cercarsi, ritrovare, e ritrovarsi, fare germogliare in ciascuno e ciascuna di noi i dubbi e le domande nelle quali si è imbattuto; seguire quel filo che sembrava di seta purissima, all’inizio degli anni ’80, e che oggi appare come un reticolato spinato, una lama d’acciaio grondante di rabbia e di sangue, “metallo e cemento“, per lunghi anni “la mia forza interiore” come afferma in un potente passaggio del film.

Intrecciando con maestria i registri dell’ironia, del sarcasmo e del drammatico, la pellicola, sia pure in poco meno d’un’ora, attraversa – e taglia – territori urbani ed umani, lontanissimi tra loro, come Fès e Brescia, nelle trasformazioni distorte del loro ambiente, che sembra farli apparire molto più vicini di quanto non si possa immaginare. Passando in rassegna tutte le innumerevoli contraddizioni che in oltre un trentennio sono cresciute e si sono attorcigliate nel nostro vivere civile, nei nostri rapporti umani e sociali.

Sono molti i momenti perfetti del film, attimi durante i quali l’emozione pur fortissima, l’empatia che ci stringe forte al racconto e alla storia, cresce in equilibrio assoluto con l’osservazione precisa, netta, spesso impietosa di quanto accaduto. Grazie anche alla musica formidabile di Piernicola Di Muro che quando si scioglie sulle riprese allarga sempre la scena oltre i confini dello schermo, riunisce il nostro battito con le immagini, le storie, i personaggi, in un unico suono.

La lingua di quest’opera, magistrale intuizione del regista, ci presenta un’altra pista di un possibile percorso, una plausibile via d’uscita, diversa da quel binario morto sul quale continuiamo a insistere da lustri. Sia i dialoghi che i monologhi della pellicola sono parlati, alternativamente, in italiano (con molte significative ed effervescenti varianti in bresciano) e in arabo, le due lingue della storia e dell’anima di Elia. In più di un passaggio i due idiomi si giustappongono, si intrecciano, spesso proprio in situazioni emotivamente dense. Ogni lingua, ogni dialetto, porta con sé un suono, un punto di vista diverso sul mondo. Questo spostarsi, questo delocalizzarsi – che delle volte diventa un perdersi e un confondersi – tenendo sempre legata a sé la propria storia e le relazioni significative strette durante la propria esistenza, è un regalo prezioso su cui molto potremmo riflettere.

Affrettatevi. Affrettatevi alla felicità” salmodia dolcissimo il muezzin, sotto un’orizzonte aranciato, come un angelo sopra il cielo di Fès. Già. Quale felicità? Questo forse è l’interrogativo ultimo di Elia Moutamid, che trascende da uno degli ultimi tagli: una piccola e delicata lumaca che attraversa lo schermo da una parte all’altra, su un fondale di grigi e di rossi, lontana dal frastuono vuoto e risibile di tante scelte senza senso.

(…) ripartirei sempre da qui
da dove è cominciato tutto
qui è morto tutto
Andrà tutto bene
Andrà tutto, inchallah

Una scena taglia telo ed orizzonte in due parti quasi uguali. Ora la macchina è ferma. Oscilla solo il granturco, tra l’azzurro, la polvere, il vento.

E fingersi morto

Quando Francesca Damiano mi fece vedere i suoi lavori rimasi subito colpito dallo spazio che promanava da ogni sua opera, come se da ogni elemento si allargasse e si ampliasse una sfera di universo sorgiva, pura. Quando mi ha chiesto di curare la mostra “E fingersi morto” mi ha fatto dono di quell’universo. È diventato anche mio. Ma ogni artista autentico, quando lascia un segno, ci fa un dono. Fa crescere una nuova parte di noi, ci adorna e ci arricchisce di nuovi colori, ridà significato alle nostre vite.

Di seguito il testo che ho scritto per lei.

Tra i piumaggi dei fringuelli, la madreperla delle tortore – i pettirossi – s’alza una brezza delicata, un alito dolce di montagna, un brivido sottile che corre sull’esile crinale tra il piacere e il precipizio gelido, marmoreo, della fine. Gli uccelli di Francesca Damiano stesi su delle sete tirate, twill morbido e leggero, ci raccontano molti mondi, fanno riverberare sensibilità diverse, anche opposte.

Il nitore immacolato e niveo del tessuto, illuminato dal bianco intenso della luce che si diffonde dietro le tele, è al tempo stesso il colore del lutto e del candore, dell’innocenza. I volatili riprodotti sono quasi sempre in coppia, e i loro piccoli, affusolati becchi, si toccano delicatamente sulle rispettive punte. Ricordano un bacio, il primo contatto, aperto, corporeo, con l’altro, il primo timoroso incontro. Il primo brivido. Eppure sono uccelli morti. Da un altro punto d’osservazione, quelle tinte vivaci, quei multicolori che dipingono i cieli da sempre, sono il segno matto ed esangue della fine.

Il rapporto con la natura, in tutti i suoi molteplici aspetti, è sempre stato un segno della poetica di Damiano. Non casualmente uno dei suoi più significativi e duraturi progetti, condiviso con Monica Carrera, si chiama “CASE SPARSE. Tra l’Etere e a Terra”. Ed è proprio tra questi due mondi che si materializza “E fingersi morto”, esposto oggi a Bunkervik. “La bellezza non sta nella forma che possiede una cosa, ma nell’energia che vi scorre dentro” ci indicava Francesca in apertura di una delle residenze artistiche originatesi nella sua Val Camonica, così accade anche per questa sua mostra.

In una intensa sezione della rassegna alcuni teli sono deposti in teche trasparenti, assumono, in questa trasfigurazione, l’aspetto di sudari. Gli uccelli sono morti, inequivocabilmente, ma anche da quello stato l’energia, la purezza, la libertà e il mistero di quel volo, di quelle esistenze arrivano, attraverso il lavoro di Damiano, dirette e fortissime a noi.

Ritengo gli Animali Piccole Persone, fratelli “diversi” dell’uomo, creature con una faccia, occhi belli e buoni che esprimono un pensiero e una sensibilità chiusa, ma dello stesso valore della sensibilità e pensiero umano, soltanto lo esprimono al di fuori del raziocinio o ragione per cui noi andiamo noti, e ci incensiamo tra noi. (…) Gli Uccelli – altra famiglia di origine angelica – nel fitto delle foreste hanno cantato per [l’uomo], ricordandogli che il cielo non lo aveva dimenticato (e nel cielo, egli sapeva istintivamente, era la sua origine)”. In queste parole dell’immortale Anna Maria Ortese è racchiuso forse il nocciolo della ricerca di Damiano.

Tra i volti bassi e scrostati di bunkervik, trasfigurati nella rappresentazione dell’artista in camere funerarie, in sarcofagi sacri e preziosi, promana un’energia vitale incomprimibile, la forza e la leggerezza – la leggiadria – di queste piccole persone, di questi nostri fratelli diversi. E spira un vento fresco, un vento di rinascita, il vento che fa vibrare come stendardi, come bandiere issate in eterno sulla grande muraglia del nostro viaggio, le lenzuola riprese dall’artista nell’installazione videofilmata che, attraverso una porta, ricavata nella sezione del rifugio, ci indirizza verso la conclusione illuminata e assorta del suo intenso e significativo lavoro.

Brescia, maggio 2021

Prigione N# 5

È uscito finalmente anche in italiano “Prigione N# 5“, formidabile lavoro di Zehra Doğan. Il suo “album dall’interno” delle carceri turche, steso nelle galere di Diyarbakir e Tarso nelle quali, assieme alla detenzione a Nusaybin, ha trascorso quasi tre anni della sua vita.

Non saprei quali altri parole aggiungere alle poche righe con le quali introducevo l’intervista che le chiesi a proposito della grande mostra “Avremo anche giorni migliori”, tenuta a Brescia tra la fine del 2019 e i primi mesi del 2020. Nelle 130 pagine illustrate di quest’opera c’è la sua storia, quella delle tante compagne di cella, la storia del popolo curdo e il lato oscuro, la forra nera, della Turchia.

Con una matita, una penna e poco altro, con la forza irriducibile dei suoi disegni, delle sue trasfigurazioni, Doğan ci intride di passione, di eros, di bellezza; da corpo e riverbero alla dignità, alla lotta, alla resistenza; rappresenta e illumina l’essenza nuda e cimosa della solidarietà, della condivisione, della sorellanza; ci getta nell’abisso dell’abbruttimento assoluto dei torturatori turchi, il luogo dell’inimmaginabile, laddove sembra impossibile che alcuni umani siano passati senza una mutazione definitiva, l’esplosione di ogni minima fibra che possa dare un senso, una ragione, un qualsivoglia valore all’affermazione: “ecco un mio simile”.

In questo affresco di grafite e lacrime, di carta da pacco e polvere ammuffita, si scopre il lago basso e brumeo, infinito, del dolore e della morte di tanti uomini e donne curde, nominate una per una, con un suono che sembra accompagnarle direttamente dalla terra al cielo, nel firmamento di una costellazione che non potrà spegnersi mai più. Con il gesto d’amore di una forza insuperabile Zehra arriva dritta al cuore di una umanità gravemente ammalata, indicandone la via d’uscita, l’unica autentica medicina.

Un volume che viene pubblicato nel nostro paese proprio quando la cruda natura dei rapporti tra Italia, Europa e Turchia sembra tornare all’ordine del giorno. Verrebbe da consigliarlo al nostro premier, che si dice pronto a trovare “il giusto equilibrio” nei rapporti con il potere “dittatoriale” turco, e che forse non ha la sia pur minima, pallida e stinta idea di quale sia l’afflizione disperata nella quale versa una parte preponderante delle genti che vivono in quel paese. Ma verrebbe da consigliarlo anche alla Presidente della Commissione Europea che pure ha affermato: “Per noi i diritti umani non sono negoziabili, hanno priorità assoluta nelle nostre relazioni”.

Per trasformarsi in complici delle sevizie e delle brutalità più sconvolgenti mai apparse sul pianeta basta un semplice giro di giostra. E un cestino dei rifiuti, nel quale gettare le proprie distratte parole.

Aprile 2021, Brescia

Intervista a Zehra Doğan: https://saveriani.it/missioneoggi/archivio-m-o/item/avremo-anche-giorni-migliori-l-arte-per-la-liberta-intervista-a-zehra-dogan

“Avremo anche giorni migliori”, la mostra a Brescia: http://bit.ly/2VnWrGV

Le antenne di Tangeri guardano il mare 

Il testo che segue è la conclusione, e la sintesi, dell’itinerario che mi ha portato a curare la mostra omonima di Monica Carrera tenutasi presso bunkervik, a Brescia, dal 16 al 31 ottobre 2020. Senza il confronto, lo scambio, l’arricchimento che ho ricevuto incontrando questa sensibile e magnifica artista non sarebbe nella forma nel quale oggi viene pubblicato.

 

Uggiose, limpidissime; dense di nuvole grigie, spumeggianti di flutti celesti sono le opere di Monica Carrera esposte a bunkervik, in questo primo autunno dopo la pandemia che ha divelto l’asse terrestre delle relazioni umane.

Muri e mari, volte ed orizzonti, si giustappongono, si incastrano, con delicatezza e nettezza. Le resezioni fotografiche, nei lavori di Carrera, sono tagli nella materia artistica – carte fotografiche lucide, matte, bucate, traforate – e fenditure nell’immaginazione che da Tangeri porta a Tarifa.  

Dai tetti, dai lastrici, dalle terrazze ben tenute, accostate alle dimore più povere e sfaldate, della medina di Tangeri si riflettono – luccicanti, eteree, assorte – le immagini di donne, uomini, bambini, ritratti di spalle, che guardano oltre la distesa cinereoazzurra davanti a loro, quella lingua caliginosa di costa così vicina, così lontana. Non vediamo le loro facce, sono le facciate dei palazzi e delle case che ci abbracciano come un carosello antico, ricamato su un tessuto di intonaci rosi dal vento e dalla salsedine. Nell’elaborazione di Carrera quelle foto talvolta sembrano appese, come panni stesi, a fianco di lenzuola candide di cui avvertiamo il profumo; talaltra diventano quinte, oppure manifesti che pubblicizzano visioni, o pareti cieche trattate a trompe l’oeil.

C’è una bellezza al tempo stesso fragile e piena nelle opere di Carrera. Gli intonaci scrostati, ferrigni, dipinti di fresco, immacolati; il nitore cobalto, le ombre lattiginose e plumbee che tingono e stingono la grana delle sue stampe fotografiche sono la trama di un unico disegno che rappresenta, e svela, la molteplicità del nostro essere, l’articolato e illineare procedere di ogni esistenza. Fra le antenne di Tangeri, tra le paraboliche arrugginite che svettano, e allo stesso tempo sono immerse, sopra i muri della città antica, si intravvede un andirivieni di sogni e di segni inostruibile, incomprimibile, tra un lato e l’altro del Mediterraneo. Qualcosa che ci ricorda come le placche dei due continenti, la crosta profonda della terra su cui poggiamo i piedi, si stanno ineluttabilmente avvicinando.

Nel lavoro di Carrera si condensa un universo fatto di corpi, di materia. Le sue opere attraggono a sè i muri del rifugio, qualche lato delle sue composizioni potrebbe fondersi in essi, prolungarsi su quegli intonaci segnati dal tempo e dalla storia. Nei due tunnel di bunkervik si apre una traversata sottomarina nella quale sentiamo le voci, i canti, forse le preghiere, nel formidabile impasto musicale e sonoro preparato da Emiliano Milanesi, che aggiunge la quarta indispensabile dimensione al percorso dell’artista. Il lavoro di Milanesi ci da ritmo e respiro, materializza lo spazio dei vicoli stretti, dei cortili, delle piazze di Tangeri. Si apre e si chiude col fragore del mare, dei flutti che si frangono sulle costiere frastagliate. E proprio un’onda chiude la mostra. Una cresta verdeblu ricamata di rosso, un filo che segna l’effimero e mobile crinale del maroso. 

Il confine è il luogo dove si raggiunge, insieme, una fine. É un luogo condiviso, di differenze e di appartenenze. Un punto di passaggio e di scambio, il territorio del saluto e dell’incontro. Monica Carrera, con il suo sguardo sensibile e pulito, ce lo mostra con un percorso rigoroso costellato di innocente bellezza.

 

A questo link il blog e il profilo di Monica Carrera
http://monicacarrera.blogspot.com/

Nostre Sorelle

Le parole dei libri sono un suono per la giovane Lia. Un suono che rivela appena qualcosa – ancora misterioso, seminascosto – nella lettura rappresa e sussurrata della voce, oppure tra uno schiocco deciso delle labbra. Solo più avanti, molto più in là, ne scoprirà il significato.

Lia deve sentire, deve vedere, deve scoprire, deve andare fino in fondo. Per questo – ragazzina – non abbandona mai la maschera da sub. Da quegli occhiali scruta le profondità della vasca da bagno piena d’acqua, dove galleggiano bambole seminude e disadorne, sul cui fondale giace la foto in bianco e nero, incorniciata d’argento, dei suoi genitori. Di loro non sapremo nulla più, oltre quell’immagine sbiadita.

Le sorelle Macaluso è un film di suoni prima d’ogni altra cosa. Fin dal primo fotogramma, l’avvio di una lunga scena quasi completamente buia, da cui emerge il raspare ritmico e concitato di uno scalpello dentro un foro che si sta aprendo in una muratura, Io sbriciolarsi croccante e inesorabile dell’intonaco e del cemento, il clangore del punteruolo caduto sul pavimento, mescolati ai sospiri, all’affanno e alle risate contratte delle bambine appena intravvedute – siamo nell’appartamento della periferia palermitana dove vivono le cinque protagoniste del film – sono dei suoni che ci accompagnano e ci scuotono, ci fanno vibrare, o ammutolire, assieme alle donne incantevoli e caduche di questo grande lavoro.

Il film di Emma Dante è fatto del battito di ali immacolate, di carezze del vento tra sedie vuote e volantini calpestati, di una risacca frigoIante triste e dolce, di vetri abbattuti e frantumati, di chiavi girate bloccate rigirate, di porcellane spezzate, trafitte e ricomposte, di una pioggia affaticata impastata di sole.

Maria, Pinuccia, Katia e la piccola – per sempre – Antonella hanno bisogno, come Lia, di sentire, di vedere, di scoprire, di andare fino in fondo. Si amano. Di abbracci, di cure, di urla, di capelli strappati, di liti furibonde, di lacrime, di corpo a corpo e scontri, duri e tenerissimi, di labbra rosse e lucide, febbricitanti di passione, morse e sanguinanti, aperte al bacio e al respiro, allo stupore.

La storia è segnata da un dramma che la incide di netto, come il bisturi che seziona inesorabilmente, in una delle più crude scene del film, il ventre di un esangue vitello sulla tavola operatoria di una clinica veterinaria. Anche senza questo passaggio, che tende i quattro lati della tavolozza fino ad un limite estremo, la storia avrebbe consegnato cinque vite piene, vere. Cinque nostre sorelle, piccole e diafane persone, come ognuno di noi dovrebbe sentirsi al cospetto di ogni altro, in questo mondo fragile e misterioso.

Le Piccole Persone sono pure e buone. Non sono avide. Non conoscono nè l’accumulo, nè lo sperpero“. Una voce fuori campo recita un lungo passaggio dell’immensa Anna Maria Ortese. Le Piccole Persone della grande scrittrice napoletana sono gli animali – nostri “antenati”, “conviventi” della nostra medesima storia – rappresentati da decine di colombi, candidi, maculati di neve e di roccia, con il loro incedere riservato e regale e il sussurro lieve – un fagotto di spuma e di velluto – delle loro voci, nella voliera/soffitta dove vivono liberi e accuditi con delicatezza dalle sorelle palermitane. Sono nostri fratelli diversi, con una sensibilità chiusa, muta, ma dello stesso identico valore  di quello dei fratelli umani.

Quella visione nuda e disarmata, ci aiuta a comprendere fino in fondo questo capolavoro. Maria, Pinuccia, Katia, Lia e Antonella hanno vissuto – sia pure colpite dalle delusioni, dalle difficoltà, dalla tristezza, dal dolore. Sono anime salve, in terra e in mare. Piccole Meravigliose Creature che trapassano, dalla voce roca, fragile e potente di Gianna Nannini, nelle nostre mani malferme e tremolanti. Donne dalla bellezza lucente e inadombrabile alimentata dall’antichissima brace della dignità. Creature mai degradate a padroni. Come predissero, in un passaggio indimenticabile, le parole limpide, fendenti e pulite di Anna Maria Ortese.

In fondo non sono che animali. Solo l’uomo è importante. Quale uomo! Mi verrebbe da rispondere. Senza fraternità non vi sono uomini ma contenitori di viscere e un popolo fatto di contenitori non esiste, o non è un popolo. L’uomo è fatto di fraternità, quando si dice uomo si dice solo fraternità. E un uomo – o un popolo – che si pongono al centro della vita, dicendo ‘Io’, con forti manate sul petto, sono scimmie degradate (mentre la scimmia non lo è). Scrivo queste cose senza ordine. E’ che il mio carattere è cattivo, non è buono, non è tenero, e subito, quando incontro presunzione e vigliaccheria che entrano come padroni nel territorio dell’innocenza e della debolezza, vorrei prendere le armi, vorrei prendere una scimitarra, e far cadere delle teste infette. Ma mi trasformerei in uno di loro, e dunque via il desiderio. E’ solo per dire. Dal giorno che ho cominciato a comprendere certe cose (ed è un giorno remoto, appartiene alla mia prima giovinezza), non ho più amato sinceramente l’uomo, o l’ho amato con tristezza. Dirò che mi sono sforzata di amarlo, mi sono commossa per lui e ho cercato di capire l’origine della sua degradazione da creatura a padrone“.

Da prima che nascessi. (Storia su una barca bianca e rossa)

Sciarpetella

Arrivo nel porticciolo alle 3.15. La partenza è prevista per le 3.45. Mi fermo davanti a “La Nuova Incoronata”, è una barca bianca e rossa .

Sul molo, in uno spazio libero tra alcuni natanti, trovo due pescatori, immobili, assorti, scendono lunghe lenze dalle canne ripiegate che stringono tra le mani. Mi guardano, ruotando con un movimento impercettibile l’angolo più estremo dei loro occhi. Sembrano essere lì da ore. Lo sguardo concentrato su un puntino bianco in mezzo allo specchio immoto, color petrolio, del rettangolo di mare che hanno di fronte.

Quando arriva Sciarpetella, il comandante del peschereccio, mi saluta con gesti cordiali, sussurrando qualcosa, come tra sé e sé; assieme al suo aiutante, il marinaio Falù, passano direttamente, meccanicamente, a compiere le operazioni necessarie a salpare. In pochi minuti – slegate le cime, staccata l’alimentazione e l’acqua per la macchina del ghiaccio, depositati negli appositi contenitori alcuni sacchi di rifiuti – avviate le macchine, prendiamo il mare.

Il litorale si allontana lentamente dietro di noi, siamo diretti a circa venti miglia da Punta Licosa, le luci si assottigliano a poco a poco nel buio della notte, diventeranno punte di spillo, poi annegheranno, ineluttabilmente, nelle ombre cinereoplumbee della costa.

Sciarpetella mi invita nella cabina di comando, minuscola e accogliente, piena di oggetti – modernissimi: il monitor che indica rotte e fondali con precisione millimetrica, la webcam che incornicia il motore da guardare a vista; oppure antichi e vissuti: la ruota del timone, i paramenti in legno, in certi punti assottigliati dall’usura, in altri luccicanti di vernice buona e resistente, o ancora le foto, fiaccate da anni di impari lotta contro salsedine e sole – un piccolo rifugio da cui osservare il mare, scrutare i segni di quello che potrà accadere e ripensare a sè stessi, alla propria storia, a quello che ci rimane davanti.

– “Da quando fai il pescatore?”, gli chiedo.
– “Da prima che nascessi!”, mi risponde, bruciandomi sul quando, con un sorriso dolce e beffardo che gli disegna nello sguardo quella strada disseminata di svolte, di angoli di tempo luminosi o bui, che chiamiamo vita.
– “A 16 anni comandavo già una barca! Due marinai erano il mio equipaggio! Me ne scappavo da scuola per navigare”. Erano pescatori suo padre, suo nonno, il bisnonno e poi forse chissà quale altro avo.

C’è un’ora liquida nella notte passata al largo, quando un alito divino sale dall’orizzonte e lo segna, lo scioglie su una vetrata opaca brunorosata, disegnandone i contorni fino ad allora invisibili. Così, lentamente, appaiono le sagome delle montagne che si protendono verso l’immensa distesa del mare, in un abbraccio mai così forte e visibile come in questo tratto di Campania: dalle cime che accarezzano i duemila del Cervati, passando per la sacra vetta del Gelbison, con la pausa luccicante del Monte Stella, sino al faro della spicchiolunata Licosa, immerso nel verde smeraldo e nel blu agapanto dell’acqua, srotolati in una manciata di chilometri, raccolti in unico sguardo, risonante di stupore.

Mentre navighiamo tra i presagi dell’alba dal bagliore del monitor occhieggiano simboli colorati, icone lampeggianti.

– “Questa è la rotta che stiamo seguendo” mi dice, indicandomi una linea scura.
– “Cosa sono queste crocette blu?”
– “Scogli sul fondale”. “Queste carte nautiche le ho rilevate e disegnate io. Sai, potrebbero blindarmi nella cabina di comando, chiudermi ogni visuale, sarei in grado lo stesso di uscire in mare e rientrare in porto senza problemi”.

Nella sua voce c’è l’orgoglio di chi ha vissuto una passione irresistibile, approfondita con l’osservazione, l’esperienza e la riflessione, giorno per giorno, miglia per miglia.

– “Conosco i fondali di questa zona palmo a palmo, anche se non li ho mai visti coi miei occhi”.

I racconti della sua vita personale, familiare, si intrecciano, stretti, pressoché indissaldabili, alle vicende legate al mare, alla pesca. Sembrano i cavi che salpano le reti dai fondali, tirati su dai verricelli che li arrocchettano, come serpi annodate, mentre  modellano i cilindri d’acciaio – che li dispongono, srotolati, sui tamburi – come fossero vasi d’argilla, sculture antiche e sacre, plasmate in anni e anni di strascichi e di controventi.

– “Non la lascio a nessuna questa barca. Tutto finirà con me”.
– “Non hai un…”
– “Ho una figlia. Bravissima. È uscita dall’istituto Nautico con il massimo dei voti. Voleva entrare nella Marina Militare. Non l’hanno presa: vogliono solo corazziere. Allora ha deciso che cambiava tutto. Oggi sta facendo un importante lavoro professionale. Aiuta persone che hanno problemi, difficoltà. Anche gente che sta in carcere”.

Durante la giornata le reti saranno calate due volte, la prima a 60/80 metri di profondità, nella seconda scenderanno fino a 120. Ogni fondale ha il suo pesce, multicolore, che scintilla sul tavolato bianco della poppa, riflettendosi sulla distesa bluargentina che ci circonda. L’orizzonte ellittico, cui siamo fuochi passeggeri e tremolanti, formicola di flutti mercurazzurri che accarezzano il cielo nell’aria tersa, netta, illuminata da una bellezza sconfinata, da un ritmo misterioso e antico, il battito da cui tutto nacque.

Totani, polpi, moscardini, gamberi d’ogni foggia e rossore, castagnole, rombi, pesci San Pietro, poi ancora scorfani, aragoste, rane pescatrici, paranza di suacie, merluzzetti e sogliole, cecelle ‘e ciglie giallorosate, gronghi, ricciole e gallinelle, e infine le triglie, le triglie rosse di Licosa, baluginanti di rosargento, regine di questo zaffiro effervescente del mare cilentano.

– “Qualche anno fa ho avuto un intervento importante. Ho rischiato grosso. I dottori mi hanno detto che la barca me la dovevo scordare per parecchio tempo. Due mesi e stavo già per mare. Dovrei andare in pensione ma non ce la faccio a staccarmi da qua. Questa è la mia vita”.

Una vita che mi racconta per cenni brevi, partendo dal suo grande amore – nessuna delle famiglie d’origine voleva diventasse una cosa stabile – che invece culminò in un matrimonio rocambolesco e fuggitivo, celebrato a poche lunghezze dal Tempio di Poseidone, nella silente e assorta Paestum, come gli sposi fossero due novelli Eros e Psiche, scampati alle ire schiumanti e tremebonde di Afrodite. Oggi Rosalba è anche la sua armatrice – “il peschereccio è suo, io sono solo il comandante…” – organizza il lavoro, la vendita del pescato, l’intera attività, tra cui la tutela del mare, le condizioni dei piccoli pescatori come loro.

Quando arriva l’ora del caffè, una crema squisita, densa, castana e profumata, la lingua si slega, diventa appuntita, il dolce che fodera la sua tazzina bollente lascia un retrogusto amaro.

– “Non sai quanti resti di navi romane ho trovato in questa zona. Perfino un galeone ho individuato. Ho avuto diversi contatti con la Soprintendenza. Sono sempre stati interessati ma cj ho sempre la sensazione che per loro non conti niente, un manovale trovato per strada”.

Lo capisco. Non sempre per gli specialisti, gli accademici, i professionisti, il contesto nel quale si trovano gli oggetti, i fenomeni, i processi del loro studio, è considerato nei diversi possibili punti di vista dai quali si potrebbe indagare e conoscere. Sciarpetella è un pescatore ma è anche uno studioso del mare, la sua barca non è solo un peschereccio, è un osservatorio, un laboratorio tra le onde. I suoi ritrovamenti, le sue scoperte, non sono inciampi in qualche imprevisto sottomarino, sono frutto dell’osservazione, della ricerca, della conoscenza approfondita e quotidiana con un universo speciale. Una conoscenza che solo chi ha passato una vita intera per mare può avere e che ogni serio studioso dovrebbe rispettare, apprezzare, guardare con attenzione.

–  “Ho trovato anche una fumarola, più al largo da qui. Ho avvisato quelli dell’Osservatorio Vesuviano che si sono detti molto interessati. Mi hanno mandato una mail chiedendomi subito le coordinate. Io gli ho detto che gliele davo volentieri. Tenevo solo una richiesta: la chiamate 《fumarola Sciarpetella》? So’ scomparsi…”

Il suo rammarico più grande però riguarda la scuola. Ha cercato un contatto anche con i dirigenti scolastici di alcuni istituti della zona, ci sono stati segnali di interesse ma di concreto nulla. Con un gesto largo delle mani, come a volere mostrare qualcosa di amplissimo, sconfinato, inquadra il piccolo pozzetto della “Nuova Incoronata”, le battagliole rosse, le draghe e i candelieri bianchi, un poco arrugginiti, del pulpito ristretto. Immagina il suo peschereccio brulicante di ragazzi e di ragazze, di studenti e studentesse. Li vedo anch’io. E vedo lui felice di potere raccontare mille storie e fare innamorare quelle giovani vite del mare, fare loro scoprire quanto sia stupefacente quell’universo, quanto meraviglioso e difficile, fragile e potente, dolce e sconfinato come il firmamento stellato che si specchia ogni notte nei suoi occhi luccicanti, che mai potrebbe abbandonare, se non rinunciando a una parte di sé , della propria vita.

C’è anche un tempo dell’ozio sulla barca. Momenti nei quali il borbottio del motore si fonde, si scioglie e si disperde nello sciabordio dello scafo sulle onde e tutto sembra immoto nella sfera lucida dell’orizzonte, rotta – ogni tanto – solo da qualche apparizione, come l’ombra di un gabbiano frullata in un sibilo sulla coda dell’occhio o il miraggio di una nave emersa all’improvviso – come una figurina profumata, scartata di fresco, incollata nell’album delle comparizioni misteriose – sul taglio nettissimo che lega il blu all’azzurro, il mare al cielo, indissolubilmente. Un tempo fermo dove ognuno è sedotto dalla malia della brezza turchina, nel rollio dolce della carena tra lo scricchiolio dei legni, il cigolio di cavi, funi, rocchetti, ingranaggi. Un tempo per sè nell’infinito, infinitesime parti intrascurabili, aliti nel vento capitali, irrinunciabili.

Dopo dodici ore di traversata prendiamo la via del ritorno. Ci accompagna, mentre la costa si avvicina, un balletto di gabbiani festosi e musicanti: si lanciano in picchiate, candele, cabrate fulminanti, si intrecciano nei voli come pattuglie acrobatiche spericolate, si tuffano, dallo zenit, tra le onde, nel chiarore umido e lattiginoso della nuvola d’afa che si protende dalla riva, ormai prossima a noi. Cantano, con i loro garriti ora lunghi e piangenti, ora allegri e irriverenti, in una esplosione di risate piene, beneauguranti. Castellabate, dalla sua erta a vedetta sul mare, ci nota subito, inviandoci un riflesso di sole dalle sue mura assonnate e biancheggianti. Il porto di San Marco si apre con le sue braccia piccole e accoglienti. Sciarpetella mi saluta con un cenno e un sorriso appena abbozzato. ” Ti aspetto ancora” – “Ci puoi contare”.

Sotto il sole cocente cammino barcollando. Porto con me alcune conchiglie e una piccola stella marina per Silvia. Ogni volta che possiamo torniamo qui, in questa terra generosa e ospitale – talvolta corrucciata, talaltra gelosa – di uomini e donne aperti, gentili. Nell’angolo di quei sorrisi si intravvede, delle volte, un’ombra. La luce accecante e uno sguardo disattento sembra nasconderla ma la storia, in ogni volto, lascia sempre una sua traccia.

 

La casa aperta di Paolo

La casa di Paolo, un libro importante, sia pure apparentemente lieve, sussurrato. Sara Loffredi intreccia la storia di Lorenzo, e della sua seconda liceo milanese, con gli eventi tragici e la storia limpida che ha contrassegnato la vita di Paolo Borsellino e delle molte donne e uomini che lo hanno incrociato nella strada della lotta alla criminalità organizzata, alla mafia e a tutti i luoghi loro conniventi che ancora, malignamente, attaccano carne, cuore e dignità del nostro paese.

La casa di Paolo

Il volume, fin dall’apertura, si presenta come una “grande storia per ragazzi” e, sebbene protagonisti e narrazione diano voce preminentemente ad adolescenti tra i 15 e i 16 anni, il linguaggio di Loffredi, tanto delicato quanto ipersensibile, attento alle ferite aperte, alle asprezze dolorose, alle energie spesso sepolte dietro i dubbi e lo spaesamento di quell’età, si muove sul registro della grande tradizione letteraria che da Giani Stuparich a Italo Calvino, attraverso la voce dei più giovani, ha rappresentato magistralmente le contraddizioni, la vitalità e i drammi del nostro paese.

Loffredi ci conduce per mano, tenendo insieme tensione ed emozioni, nel lungo viaggio che in un anno di scuola scorre tra il ’75 e il ’92, si muove da Milano a Palermo, sosta tra Peter Gabriel e le tecniche del coding, precipita nella voragine di Capaci e nel fumo nero di via D’Amelio e infine approda nella Kalsa palermitana, nella bottega annerita e in disuso di un fabbro, tra i locali di un’antica farmacia dove cinque anni fa è nata la Casa di Paolo. Un luogo di memoria e di rinascita, di speranza, per tanti piccoli e giovani palermitani messi ai margini dalla povertà, dall’abbandono e dall’indigenza.

Ho letto molte volte, il 21 marzo, i nomi delle vittime innocenti delle mafie. Li ho letti in carcere, nella Casa di reclusione di Verziano, a Brescia, assieme ai detenuti, alle detenute e ai tanti volontari e volontarie che animano dal 2014 il progetto Ortolibero. É sempre stato un momento intenso, assorto, per molti versi difficile. Ciononostante le parole di Saro, l’autista che accompagnerà i ragazzi milanesi nella Kalsa – che Loffredi dipinge con assoluta maestria – sono tanto semplici e immediate, quanto dirompenti. Dritte e pesanti, come una scossa tellurica che non potrai mai più dimenticare.

Sara Loffredi ha rivelato il suo talento di scrittrice fin dal suo libro d’esordio, La felicità sta in un altro posto, uscito nel 2014. Solo pochi mesi fa ha dato alle stampe un prezioso e intenso romanzo, Fronte di scavo, la cui narrazione ci trascina, alternativamente, nella cavità buia e percolante dello scavo del traforo del Monte Bianco per poi farci risalire sulle magnificenze delle Grandes Jorasses, nel maestoso tetto d’Europa italofrancese. Una storia sul limite e sull’illimitato, sulle contraddizioni e le passioni che mette in moto l’amore profondo e gli ostacoli, le linee invalicabili, le slavine che segnano l’orografia del cuore quando si abbattono, inaspettate, su quel sentiero che pensavamo – ciechi – avessero tracciato solo per noi.

Un altro genere di forza

 

Un viaggio intrepido e rigoroso nella costellazione della forza, attento a non precipitare nell’abisso – che ne bordeggia ogni varco, ogni passaggio – del lato oscuro dei suoi astri: la violenza, la hybris della sopraffazione. Alessandra Chiricosta, filosofa, storica delle religioni, soprattutto attiva femminista, ci conduce nel suo ultimo importante libro, Un altro genere di forza, in un itinerario che si dipana da Simon Weil a Trin Thi Minh Ha, da Angela Putino a Donna Haraway. Un lavoro ricco e meticoloso che si muove, secondo una modalità che accoglie molto della proposta zoecentrica e nomadica di Rosi Braidotti, su terreni talvolta (apparentemente) lontani: la filosofia, le ideologie, le arti marziali, il mito, l’antropologia, la storia e le tradizioni culturali e religiose orientali e occidentali, fino ad arrivare alle trasformazioni e alle mutazioni prodotte e indotte dalla tecnica nei nuovi territori del postumano.

Uno dei punti di partenza dell’autrice è ciò che lei definisce “corpo-realtà”, “un corpo-mente intero, di una soggettività completa che […] rifiuta di essere fatta a pezzi”, operazione necessaria a sanare quella che Chiricosta indica come la “ferita platonico e cartesiana”, nel tentativo di uscire da una concezione meramente strumentale del corpo, declinata nella divisione assoluta soggetto-oggetto, per aprirsi ad una prospettiva di interdipendenza e interconnessione tra l’Una(o) e l’Altra(o), cercando di decostruire la fissità del concetto di “Io”, e quello conseguente di “Tu” – come in maniera originale illustra il lavoro della vietnamita Minh Ha – laddove la relazione tra soggettività non solo le arricchisce e le nutre vicendevolmente ma ne modifica continuamente caratteristiche, coordinate e peculiarità in maniera tale da rinsecchire inevitabilmente ogni definizione di “identità” stabilite, circoscritte e concluse una volta per tutte.

Da quell’apparato concettuale Chiricosta intravvede l’origine del dispositivo di biopotere che ha successivamente articolato una gerarchia e uno stereotipo in base al genere – “uomo forte/donna debole” – utilizzando in maniera parziale, superficiale e distorta la cesura natura/cultura, fondando così le basi per l’ideologia patriarchista, uno dei principali bersagli del libro. Qui Chiricosta individua la necessità di indagare una storia e una narrazione occultata, mistificata e disconosciuta, laddove emerge “un altro genere di forza”, un’attitudine, un’espressione di sé, declinata al femminile, che non è affatto un semplice ribaltamento dei paradigmi patriarchisti. È una forza di altra natura, virescente e verdeggiante che mira ad “affermarsi ed espandersi a partire da sé e all’interno dei propri limiti” distinguendosi nettamente dalla violenza, definita invece come tensione che ha al suo stesso interno un ineliminabile carattere soggiogante e sopraffattorio.

L’autrice passa in rassegna, con interpretazioni di grande originalità e suggestione, molte storie e narrazioni, il mito delle Amazzoni, il rapporto tragico-amoroso tra Pentesilea ed Achille, la vicenda eneidica di Camilla, il terribile confronto tra Athena ed Arakne raccontato da Ovidio, fino ad esplorare i miti e le leggende più lontane, come quella messa all’origine di un’antica arte marziale, il taijiquan, che nasce dall’incontro di una giovane cinese, Yim Wing Chun, e una monaca buddhista, Ng Mui.

Un lavoro importante anche sul terreno della lingua – nonostante l’autrice ci metta in guardia anche dal linguaggio colonizzato dal logos androcentrico – che proprio su questo terreno suscita degli interrogativi. Chiricosta non parla mai di “nonviolenza” evoca, anzi, un atteggiamento “guerriero” come un percorso di liberazione individuale e collettivo. Dimensione che si può intendere sul piano delle pratiche formative ed espressive di un’arte marziale, già più difficile da immaginare sul piano simbolico, per il retaggio ultramillenario nell’uso di questa parola (l’origine di “guerra” è “mischia violenta”, nella quale prevale nettamente la hybris sopraffattoria da cui siamo partiti), completamente compromesso sul piano materiale. Ci domandiamo perché non abbia preso in considerazione la parola “lotta” – e i suoi derivati – che avrebbero aperto percorsi ed orizzonti di gran lunga più ampi e multiversi di quella rabbuiante espressione. Lotta e conflitto senza l’uso della violenza, proprio ciò di cui informa e pratica l’azione nonviolenta. Ma avremo modo di proseguire il confronto con questo serio e stimolante lavoro.

(La recensione è stata pubblicata nel numero di Marzo-Aprile 2020 di Missione Oggi, a questo link: https://bit.ly/2VfHtDC)

 

Postilla

Nel poco spazio a disposizione della recensione, uscita nel numero di Marzo-Aprile 2020 di Missione Oggi, non ho potuto affrontare le ricchissime e molteplici sollecitazioni suscitate dalla lettura di questo lavoro, un testo sulla forza e sulla violenza, sulle declinazioni e le distorsioni che sono sorte attorno queste sfere, sui punti di vista e le esperienze – ad esse legate – emersi in ambiti femminili e maschili in molte e diverse culture.
Tra le tante questioni che non sono entrate nella recensione il tema delle lotte sociali, il rapporto col pacifismo e, soprattutto, l’ambito dell’azione e della lotta nonviolenta. La parola nonviolenza non viene mai citata nel saggio – nonostante, solo per fare un esempio, le poderose lotte femministe manifestatesi nel globo intero, siano state principalmente e preponderantemente azioni nonviolente – tuttavia consiglierei fortemente la lettura del libro di Chiricosta a chiunque si fosse incamminato sulla strada dell’incontro con la nonviolenza. L’analisi minuziosa e approfondita delle profonde differenze tra forza e violenza, le distorsioni patriarchiste di genere, sono illustrate con grande originalità, intelligenza e autentica passione, anche quando sono gli interrogativi e le perplessità ad emergere dalla lettura. I grandi testi sono così, nutrono dubbi, generano domande, spiazzano e dislocano, portano a nuovi punti di vista, lasciano intravvedere strade nascoste.
Ho incrociato il percorso Alessandra Chiricosta scoprendo, alcuni anni fa, un suo insuperato saggio sull’originalità politica di Aung San Suu Kyi, lei ha poi collaborato con Missione Oggi, nel 2018, con un bel testo sul “Buddhismo e la soggettività femminile in Asia”, all’interno di un dossier sui “Diritti umani al vaglio di religioni e culture“. Spero quanto prima di poterla invitare a Brescia per potere discutere con noi di questo grande e stimolante testo di cui, sono certo, parleremo ancora a lungo. MM

Lingue di guerra

Suonatore di cornamusa, Giovan Battista Caccini, Museo del Giardino di Boboli, Firenze.

Suonatore di cornamusa, Giovan Battista Caccini, Museo del Giardino di Boboli, Firenze.

Il linguaggio guerresco, militarista, spesso intollerante, che si sta diffondendo tra la stampa, i politici, i commentatori, i social, è sbagliato e pericoloso, dà per scontato che considerare la dimensione della guerra sia un fatto ovvio, naturale, quando si determinano situazioni di estrema, delicatissima e inaspettata difficoltà, come quella che stiamo vivendo in questi mesi.

Il paragone improponibile con tutte le guerre, se pensiamo a quelle in atto oggi, dalla Siria allo Yemen, che vanno avanti seminando lutti e terrore, veicolati da inaudita violenza, spesso da decenni, è assolutamente inaccettabile.

La metafora è infausta e inquietante. Insistere su questo terreno rischia di farci introiettare come lecito paragonare la dimensione violenta, brutale e devastante di una azione progettata, diretta ed eseguita da uomini in carne ed ossa, a una crisi sanitaria che, sia pure dovuta ad una pericolosa pandemia, non possiede nessuna delle caratteristiche immonde delle guerre: il pervicace perseguimento di interessi economici, nazionalistici, geopolitici da fare prevalere con la forza della sopraffazione e dall’annientamento di massa.

Nelle ultime settimane è traboccato, diffuso ed uniforme, ampio e trasversale, un idioma davvero sconfortante fatto di trincee, di prime linee, di fronti, di barricate, di soldati, per indicare ospedali, dottori, infermieri, terapie intensive – luoghi e persone di cura e guarigione – segnale evidente purtroppo che questo modo di vedere il mondo sta penetrando sempre più a fondo anche nell’ordine simbolico e psichico della rappresentazione del reale, un manifestazione che ci indica come si stia sedimentando l’idea che le crisi, le difficoltà, le incertezze (una parola così importante di questa situazione) si risolvono con meccanismi trancianti, cesure nette, scelte indiscutibili e, se necessario, strumenti repressivi, violenti, totalizzanti. La guerra, giustappunto.

Non è lecito trasmutare nell’utilizzo delle parole una significativa e massiccia operazione di protezione civile, a meno che non si ritenga, più o meno esplicitamente, che mezzi, strumenti, simboli e condizioni che definiscono un conflitto armato facciano parte di un’ipotesi possibile da prendere in esame, anche solo parzialmente.

Si stanno levando alcune voci che avvertono del rischio che le restrizioni, i condizionamenti e i controlli di quest’oggi potrebbero lasciare pericolosi strascichi anche a crisi conclusa. Ma è paradossale aprire il dibattito e il confronto su questo terreno, continuando ad usare una forma di comunicazione che utilizza proprio quel linguaggio, scrivendo su giornali i cui titoli guerreschi campeggiano quotidianamente nelle loro testate. Non rilevare questa plateale contraddizione è preoccupante. Essendo perfettamente consapevoli, peraltro, che usare questo linguaggio più che indirizzare ad un atteggiamento consapevole e responsabile fa leva prepotentemente sulla paura, innestando al contrario, meccanismi di “difesa” dall’altro, cacce all’untore, sentimenti di intolleranza e di rabbia che alimentano giocoforza comportamenti di diffidenza, antisolidali, senza autocontrollo.

Anche sul piano delle più che giustificate preoccupazioni sul piano dell’economia derubricare e avviare il dibattito sotto il segno della “economia di guerra”, come autorevoli soggetti pubblici stanno affermando da giorni, evidenzia solo la volontà di predisporsi a ritornare a un “come prima” senza voler affrontare nessuno dei nodi che precedentemente erano già presenti ma accuratamente messi in un angolo: il perdurante e ampio squilibrio nella distribuzione della ricchezza sia nel nostro paese, sia a livello globale, la tipologia, l’uso e l’equa ripartizione delle risorse energetiche, le conseguenze e gli strumenti per trovare soluzioni al riscaldamento globale, l’accesso all’acqua, solo per dare i primi titoli di un lungo elenco. Nodi e temi che non sono affatto scomparsi ovviamente, la cui risoluzione difficilmente potrà essere più agevole di quanto non fosse prima di questa pandemia. La differenza sarà che accettando la condizione di una “economia di guerra” (magari assieme alle nefaste teorie dello “stato d’eccezione”), il rischio di andare a passo svelto verso una situazione repressiva, illibertaria e illiberale, molto vicina a quella di un regime autoritario, nella quale forze dell’ordine ed esercito avrebbero conseguentemente un peso senza precedenti nella storia della Repubblica democratica, sarebbe davvero molto alto. Con il corollario inevitabile che ogni scelta sarebbe presa, gestita e diretta, preminentemente, a favore dei detentori di potere e privilegi.

Suonatore di cornamusa su un campo di battaglia

Suonatore di cornamusa su un campo di battaglia


In questo quadro è gravissimo e irresponsabile, oltre che incomprensibile, che il settore industriale “aerospazio e della difesa” sia stato incluso tra le categorie delle attività strategiche e dei servizi essenziali nel decreto del 23 marzo 2020. Non solo perché continuare a produrre un cacciabombardiere d’attacco appare vieppiù nauseante ed immondo in questa situazione ma anche perché Governo e Parlamento sanno bene che una cospicua parte di queste “essenziali” produzioni sarà indirizzata ad altri paesi, per realizzare profitti il cui esito sarà la morte e l’annientamento di uomini, donne e bambini.

Scrivo queste poche parole da Brescia, da una delle città più pesantemente colpite dal Covid 19, una città con una storia e una propensione alla solidarietà, alla condivisione, alla costruzione di relazioni rispettose delle differenze e della dignità di ogni uomo e ogni donna, molto antica e radicata. Una città la cui storia antifascista, nonviolenta e di lotta democratica per le conquiste civili e sociali, ha fondamenta forti e solide. A Brescia da tre anni si tiene il Festival Internazionale della Pace. Voglio augurarmi che tutti i costruttori di pace, gli attivisti, le associazioni, le istituzioni, la scuola, gli studiosi, i giornalisti, i docenti universitari e gli uomini e le donne che hanno dato il loro importante contributo vogliano iniziare a parlare con un linguaggio di pace anche in questa terribile situazione, preparandosi già da oggi all’uscita dall’emergenza sanitaria seguendo la strada che “promuove la cultura e la pratica della pace, del ripudio della guerra, della non violenza, della giustizia sociale, del rispetto dei diritti umani in conformità ai principi contenuti nei documenti internazionali in difesa dei diritti dell’uomo e dei popoli”, come è scritto a chiare lettere anche nella carta fondativa della vita civile della città, lo Statuto del Consiglio Comunale.

Non possiamo dimenticare, mai, men che meno in questa circostanza, le parole e lo studio memorabile del grande filologo Victor Klemperer, “la lingua non si limita a creare e pensare per me, dirige anche il mio sentire, indirizza tutto il mio essere spirituale quanto più naturalmente, più inconsciamente mi abbandono a lei. E se la lingua colta è formata di elementi tossici o è stata resa portatrice di tali elementi? Le parole possono essere come minime dosi di arsenico: ingerite senza saperlo sembrano non avere alcun effetto, ma dopo qualche tempo ecco rivelarsi l’effetto tossico”. Parole nate nella terribile esperienza tedesca laddove l’eminente studioso osservò come il nazismo “si insinuava nella carne e nel sangue della folla attraverso le singole parole, le locuzioni, la forma delle frasi ripetute milioni di volte, imposte a forza alla massa e da questa accettate meccanicamente e inconsciamente” (Victor Klemperer, LTI. La lingua del Terzo Reich).

Le parole per affrontare questa pandemia sono cura, ricerca medica, responsabilità, condivisione, attenzione, salute, precauzione, guarigione, cautela, solidarietà, fragilità, lentezza, protezione, amore. Nulla a che vedere né con la guerra né con i simboli che essa propala e scatena.

Il linguaggio che usiamo racconta sempre molto di più di quanto non appaia, di quanto a noi non sembri; lancia le sue ombre, i suoi presagi funesti, oppure lascia intravvedere le vie di risalita, le rocce cui ancorarsi, prima, molto prima che il nostro occhio le scorga.

Grazie ancora PJ. (LAGUERRA, LAGUERRA)

Grazie ancora PJ. (LAGUERRA, LAGUERRA)

Ci sono guerre iniziate anni, in certi casi decenni, orsono.

Ogni tanto (di tanto in tanto sia chiaro) qualcuno se ne ricorda sdilinquendosi in un pianto scipollato, o con l’indignazione (pronunciata alla De André) e una rabbia mattutina talmente solida che quasi non riesci a credere si sciolga così bene a ora di pranzo, davanti a un bel piatto fumante e garantito.

Poi tutto passa. Non si può piangere troppo a lungo, non si può restare arrabbiati indefinitamente. Che diamine!

D’altronde solo agli ottusi ottenebrati sfugge che l’intero sistema politico, sociale e civile globale – condiviso nella sua essenza dalla gran parte dei suoi antagonisti e oppositori – è fondato preminentemente sulla guerra, sulla violenza e sulla sopraffazione. Sulla disparità, sulla divisione, sull’iniquità.

Delle vittime, di TUTTE le vittime, importa (generalmente per non più di un quarto d’ora) a pochi, pochissimi, in particolare a coloro che governano, o fanno parte delle istituzioni, dei soggetti politici che potrebbero (Dovrebbero!) agire. Loro sanno bene che le vittime fanno parte del gioco, sono indispensabili, al gioco. Sono “realisticamente” nel gioco.

Allora grazie ancora ad alcun# artist#, che fanno quello che possono – poco ma tantissimo. Grazie a loro – ci fanno riconoscere bellezza e amore – possiamo dare un po’ di dignità (sia pure sempre avvolta in un muto dolore) al nostro passaggio su questa terra. (Per i fortunati che la scampano, of course, non per quelli nati sotto un accento sbagliato).

Ma ognuno di noi, a suo modo, può essere un artista. Un detentore di quell’immensa forza che ha ogni costruttore di bellezza e amore. Una forza antica come le montagne che respinge e si oppone in ogni situazione all’uso della violenza, contro chiunque. Una forza che non si smette mai di perseguire, esattamente come ogni artista mai smette di fare nascere e sorgere stupore, meraviglia, curiosità, passione.

Una forza di ognuno che per essere forte, per essere autentica, per essere efficace, va sempre condivisa, sempre intrecciata con la forza degli altri, di ogni altro punto di vista.

E allora ancora grazie PJ. Ce la possiamo fare. Ce la faremo. Lo stiamo già facendo.

MM

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Dollar, Dollar
PJ Harvey

The boy stares through the glass
He’s saying dollar dollar
Three lines of traffic past
We’re trapped inside our car
His voice says dollar dollar
I turn to you to ask
For something we could offer
Three lines of traffic past
We pull away so fast
All my words get swallowed
In the rear view glass
A face pock-marked and hollow
He’s saying dollar dollar
I can’t look through or past
A face saying dollar dollar
A face pock-marked and hollow
Staring from the glass

 

The Glorious Land
PJ Harvey

How is our glorious country plowed?
Not by iron plows
How is our glorious country plowed?
Not by iron plows
Our lands is plows by tanks and feet,
Feet
Marching
Our lands is plows by tanks and feet,
Feet
Marching
Oh, America
Oh, England
Oh, America
Oh, England
How is our glorious country sown?
Not with wheat and corn.
How is our glorious country sown?
Not with wheat and corn.
How is our glorious land bestowed?
How is our glorious land bestowed?
Oh, America
Oh, England
Oh, America
Oh, England
Oh, America
Oh, England
Oh, America
Oh, England
What is the glorious fruit of our land?
Its fruit is deformed children.
What is the glorious fruit of our land?
Its fruit is orphaned children.
What is the glorious fruit of our land?
Its fruit is deformed children.
What is the glorious fruit of our land?
Its fruit is deformed children.

MEDEA PER STRADA

Elena Cotugno

MEDEA PER STRADA
(venerdì sera, 23.45, via Milano)

Sono appena sceso dal furgone.
Medea/Irina/Elena è uscita due isolati prima. Non siamo riusciti nemmeno a salutarla, ci diciamo.
I figli sono dei padri“, dire che sono delle madri è un’ovvietà, non significa nulla. No. I figli SONO dei padri. Di quella cultura dalle “palle mosce” che vive sulla brutalità, sulla violenza, su un’ordinaria sopraffazione che scorre melliflua, inconsapevole a se stessa. Incarnazione di una vita piccolo borghese già scritta, già vissuta. Già morta ancora prima di aprirsi al mondo.

Elena Cotugno recita respirandoci sul collo, sfiorandoci le ginocchia, guardandoci dritto negli occhi, passandoci foglietti, disegni e tristi souvenir, racconto della sua storia, mentre il furgone scassato e sudato, negli 8 posti stretti, percorre il tragitto della prostituzione: da via Milano alla Mandolossa, da Castegnato alla zona industriale di Gussago.

Elena Cotugno non è brava, non è l’incarnazione di una delle mille storie di ragazze straniere vendute a questo derelitto e ipocrita paese. Elena è quel sorriso impacciato che non ti si scolla più di dosso, è quella “canzone che ti entra in testa” e che stasera non vuole assolutamente uscire più.

Grazie
MM

PS. Un ringraziamento speciale va al Teatro dei Borgia che ha messo in scena questa intensa rappresentazione teatrale nel chiuso di un furgone itinerante, scavando nel profondo di ognuno e ognuna di noi, prima appiattendoci sui sedili malfermi delle nostre sicurezze, velati da tendine ammorbanti e polverose, poi scaraventandoci fuori dal finestrino, sul lato oscuro della strada, tra le complicità che sotterriamo quotidianamente, per non vedere, per non vederci.

Un ringraziamento al Centro Teatrale Bresciano per l’intelligenza, la sensibilità e il grande lavoro di ricerca che sta portando in città opere di grande spessore, di qualità indiscussa. Un arricchimento autentico, per tutti noi.

Infine una parola sul progetto “Oltre la Strada: bravissimi!

Homepage

Presenti

Parole su Medea

Il trasporto dei miti

http://www.centroteatralebresciano.it/
http://www.centroteatralebresciano.it/…/2019/medea-in-via-m…

#medeaperstrada #teatrodeiborgia #ctb #centroteatralebresciano #oltrelastrada

Le lezioni europee

BelleCiao – fascetta della CGIL distribuita a Verona il 30/3/2019

2 marzo 2019,” People – Prima le persone“, Milano, Piazza Duomo.
24 marzo 2019, “Friday for future“. 2069 città in 125 paesi di tutto il mondo, decine di manifestazioni in Italia. A Brescia, la mia città, mai viste tante migliaia di studenti in piazza da decenni.
30 marzo 2019, “Verona Città Transfemminista“, un fiume di donne e di uomini scorre in tutto il capoluogo scaligero. Per queste giornate si sono mosse decine e decine di associazioni e gruppi più o meno organizzati. Partiti, sindacati, movimenti politici. Centinaia di migliaia di persone in lotta, in azione.

Stanno arrivando mail, post, messaggi e, naturalmente, l’immancabile florilegio di volantini o lettere personali in questi giorni. Stanno chiedendo il mio (nostro) voto per le prossime elezioni europee. Per fortuna! – verrebbe da dire. Restringere, distorcere, mettere in crisi i sistemi democratici nati nel dopoguerra, frutto della resistenza al nazifascismo, della lotta e del prezzo pagato da milioni di uomini e donne, è il principale obbiettivo dei partiti le cui guide hanno i nomi di Orban, Di Maio, Le Pen, Salvini, e le diverse formazioni che si ispirano a loro. Si stanno servendo da anni – seguendo molto da vicino le nefaste lezioni del fascismo e del nazismo – dei pretesti più svariati: i poteri forti (all’epoca era la plutocrazia parassitaria e il complotto giudaico-massonico internazionale), le banche, l’invasione degli stranieri, l’identità della nazione, il sangue, la terra ed altri obbrobri e bugie di tal fatta. Gli strumenti usati dai nuovi imbonitori hanno radicalmente cambiato aspetto, la sostanza purtroppo è mutata di poco.

Sembra però che anche chi si oppone a queste scellerate proposte per i prossimi appuntamenti ed impegni politici – piccolo o meno piccolo, radicale o moderato che sia (o presuma di essere) – abbia deciso senza indugi di fare da sè. Saranno tutti convinti di potere raggiungere, da soli, il 50% + 1?

La gran parte dei partiti e delle liste che si presenteranno alle prossime europee – anche chi si oppone a rifascisti e demagoghi – è mossa ancora da un pervicace e arcaico istinto militare: la politica come guerra, proseguita e combattuta con altri mezzi. Mossi dal bisogno di occupare e conquistare ad ogni costo maggiori capisaldi possibili; solo successivamente valutare l’opportunità di stringere accordi, di dare luogo ad alleanze. È straordinario che chi pone come propri valori e obbiettivi la pace, la giustizia sociale ed economica, la lotta ai pregiudizi di genere e alla violenza, la fratellanza, la democrazia, la solidarietà, l’ambiente, i beni comuni, non si renda minimamente conto della voce con cui parla, della divaricazione insopportabile tra i fini che declama e i mezzi che usa. Dobbiamo dismettere completamente strumenti e linguaggi intrisi di tensione guerresca, di militarismo più o meno occulto, contro chiunque sia diretto. Farla finita con strategie di lotta i cui obbiettivi sono disegnati e designati da tattiche armate tese a mettere in difficoltà, primariamente, chi potrebbe condividere pezzi più o meno importanti di strada con te. Una modalità pensata per esercitare successivamente, dai più grossi, il peso del potere, del contenimento, della messa in soggezione; accettati in molte circostanze, per altro verso, dai più piccoli, laddove essi intravvedano rendite di posizione, possibilità di contrattazione. Tutto in un gioco irresponsabile che ha portato quasi sempre, pressoché sistematicamente, al massacro, all’harakiri, alla sconfitta. Dobbiamo inoltre chiudere definitivamente con l’idea di considerare l’avversario politico – anche il più pericoloso, come quelli che abbiamo davanti oggi – come un soggetto da colpire nella propria persona, usando ogni mezzo, anche i più indegni. Hannah Arendt da un lato ed Etty Hillesum dall’altro o sono state lette male o nient’affatto!

Brescia, Piazza Paolo VI, Friday for future

Eppure in quelle piazze di marzo, dagli obbiettivi chiarissimi e palesemente condivisi, piene di fiducia e di determinazione – per non dire delle migliaia di iniziative e di luoghi che in tutto il paese, da lungo tempo, stanno avviando modi di relazioni nello spazio pubblico nei quali viene rinsecchita ogni pulsione alla sopraffazione ed emerge il rispetto per gli uomini e le donne, per la dignità di ognuna e di ognuno, che stanno sperimentando iniziative produttive, economiche ed ecologiche da cui sono escluse rapacità ed aggressività in luogo della condivisione e della cooperazione – quelle persone e quelle parti politiche c’erano tutte, hanno marciato insieme, hanno preso una concreta e simbolica parola pubblica. Cosa impedisce, e ha impedito, di trovare strategie e proposte politiche comuni e condivise da sottoscrivere prima degli appuntamenti elettorali, se non quell’atteggiamento retrivo, fondamentalmente violento e militarista di cui sopra? E’ piuttosto logico supporre che ogni persona che ha manifestato in quelle piazze sia considerata terreno di conquista, futuri soldati di una parte il cui primo avversario è quello che ha sfilato a fianco a te. Non certo, come una politica seria e responsabile dovrebbe, fonte di ascolto, di forza, di proposta; soggetto di relazione, di legame, di convivialità.

Demagoghi e rifascisti non li sconfiggeremo se non abbandoneremo quanto prima questo modo di pensare e di relazionarci, se non torneremo seriamente a parlarci e a trovare pezzi di strada condivisi e mattoni da mettere insieme per edificare quei ponti che tanto affermiamo di volere. Lo slogan “ponti non muri” deve valere – e vivere – in primo luogo per e tra le parti che si oppongono alla barbarie. Che credibilità avremmo, rispetto a chi vogliamo convincere a non dare consenso agli intolleranti e antidemocratici che ci stanno governando, se non fosse così? La domanda è retorica.

Chiusi nella più improbabile e sperduta Fortezza Bastiani non ci accorgiamo che potremo al massimo conquistare l’ultima desolata Kamchatka, su una plancia di cartone ammuffita, sulla pelle e sul futuro delle giovani generazioni.