Grazie ancora PJ. (LAGUERRA, LAGUERRA)

Grazie ancora PJ. (LAGUERRA, LAGUERRA)

Ci sono guerre iniziate anni, in certi casi decenni, orsono.

Ogni tanto (di tanto in tanto sia chiaro) qualcuno se ne ricorda sdilinquendosi in un pianto scipollato, o con l’indignazione (pronunciata alla De André) e una rabbia mattutina talmente solida che quasi non riesci a credere si sciolga così bene a ora di pranzo, davanti a un bel piatto fumante e garantito.

Poi tutto passa. Non si può piangere troppo a lungo, non si può restare arrabbiati indefinitamente. Che diamine!

D’altronde solo agli ottusi ottenebrati sfugge che l’intero sistema politico, sociale e civile globale – condiviso nella sua essenza dalla gran parte dei suoi antagonisti e oppositori – è fondato preminentemente sulla guerra, sulla violenza e sulla sopraffazione. Sulla disparità, sulla divisione, sull’iniquità.

Delle vittime, di TUTTE le vittime, importa (generalmente per non più di un quarto d’ora) a pochi, pochissimi, in particolare a coloro che governano, o fanno parte delle istituzioni, dei soggetti politici che potrebbero (Dovrebbero!) agire. Loro sanno bene che le vittime fanno parte del gioco, sono indispensabili, al gioco. Sono “realisticamente” nel gioco.

Allora grazie ancora ad alcun# artist#, che fanno quello che possono – poco ma tantissimo. Grazie a loro – ci fanno riconoscere bellezza e amore – possiamo dare un po’ di dignità (sia pure sempre avvolta in un muto dolore) al nostro passaggio su questa terra. (Per i fortunati che la scampano, of course, non per quelli nati sotto un accento sbagliato).

Ma ognuno di noi, a suo modo, può essere un artista. Un detentore di quell’immensa forza che ha ogni costruttore di bellezza e amore. Una forza antica come le montagne che respinge e si oppone in ogni situazione all’uso della violenza, contro chiunque. Una forza che non si smette mai di perseguire, esattamente come ogni artista mai smette di fare nascere e sorgere stupore, meraviglia, curiosità, passione.

Una forza di ognuno che per essere forte, per essere autentica, per essere efficace, va sempre condivisa, sempre intrecciata con la forza degli altri, di ogni altro punto di vista.

E allora ancora grazie PJ. Ce la possiamo fare. Ce la faremo. Lo stiamo già facendo.

MM

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Dollar, Dollar
PJ Harvey

The boy stares through the glass
He’s saying dollar dollar
Three lines of traffic past
We’re trapped inside our car
His voice says dollar dollar
I turn to you to ask
For something we could offer
Three lines of traffic past
We pull away so fast
All my words get swallowed
In the rear view glass
A face pock-marked and hollow
He’s saying dollar dollar
I can’t look through or past
A face saying dollar dollar
A face pock-marked and hollow
Staring from the glass

 

The Glorious Land
PJ Harvey

How is our glorious country plowed?
Not by iron plows
How is our glorious country plowed?
Not by iron plows
Our lands is plows by tanks and feet,
Feet
Marching
Our lands is plows by tanks and feet,
Feet
Marching
Oh, America
Oh, England
Oh, America
Oh, England
How is our glorious country sown?
Not with wheat and corn.
How is our glorious country sown?
Not with wheat and corn.
How is our glorious land bestowed?
How is our glorious land bestowed?
Oh, America
Oh, England
Oh, America
Oh, England
Oh, America
Oh, England
Oh, America
Oh, England
What is the glorious fruit of our land?
Its fruit is deformed children.
What is the glorious fruit of our land?
Its fruit is orphaned children.
What is the glorious fruit of our land?
Its fruit is deformed children.
What is the glorious fruit of our land?
Its fruit is deformed children.

MEDEA PER STRADA

Elena Cotugno

MEDEA PER STRADA
(venerdì sera, 23.45, via Milano)

Sono appena sceso dal furgone.
Medea/Irina/Elena è uscita due isolati prima. Non siamo riusciti nemmeno a salutarla, ci diciamo.
I figli sono dei padri“, dire che sono delle madri è un’ovvietà, non significa nulla. No. I figli SONO dei padri. Di quella cultura dalle “palle mosce” che vive sulla brutalità, sulla violenza, su un’ordinaria sopraffazione che scorre melliflua, inconsapevole a se stessa. Incarnazione di una vita piccolo borghese già scritta, già vissuta. Già morta ancora prima di aprirsi al mondo.

Elena Cotugno recita respirandoci sul collo, sfiorandoci le ginocchia, guardandoci dritto negli occhi, passandoci foglietti, disegni e tristi souvenir, racconto della sua storia, mentre il furgone scassato e sudato, negli 8 posti stretti, percorre il tragitto della prostituzione: da via Milano alla Mandolossa, da Castegnato alla zona industriale di Gussago.

Elena Cotugno non è brava, non è l’incarnazione di una delle mille storie di ragazze straniere vendute a questo derelitto e ipocrita paese. Elena è quel sorriso impacciato che non ti si scolla più di dosso, è quella “canzone che ti entra in testa” e che stasera non vuole assolutamente uscire più.

Grazie
MM

PS. Un ringraziamento speciale va al Teatro dei Borgia che ha messo in scena questa intensa rappresentazione teatrale nel chiuso di un furgone itinerante, scavando nel profondo di ognuno e ognuna di noi, prima appiattendoci sui sedili malfermi delle nostre sicurezze, velati da tendine ammorbanti e polverose, poi scaraventandoci fuori dal finestrino, sul lato oscuro della strada, tra le complicità che sotterriamo quotidianamente, per non vedere, per non vederci.

Un ringraziamento al Centro Teatrale Bresciano per l’intelligenza, la sensibilità e il grande lavoro di ricerca che sta portando in città opere di grande spessore, di qualità indiscussa. Un arricchimento autentico, per tutti noi.

Infine una parola sul progetto “Oltre la Strada: bravissimi!

Homepage

Presenti

Parole su Medea

Il trasporto dei miti

http://www.centroteatralebresciano.it/
http://www.centroteatralebresciano.it/…/2019/medea-in-via-m…

#medeaperstrada #teatrodeiborgia #ctb #centroteatralebresciano #oltrelastrada

Le lezioni europee

BelleCiao – fascetta della CGIL distribuita a Verona il 30/3/2019

2 marzo 2019,” People – Prima le persone“, Milano, Piazza Duomo.
24 marzo 2019, “Friday for future“. 2069 città in 125 paesi di tutto il mondo, decine di manifestazioni in Italia. A Brescia, la mia città, mai viste tante migliaia di studenti in piazza da decenni.
30 marzo 2019, “Verona Città Transfemminista“, un fiume di donne e di uomini scorre in tutto il capoluogo scaligero. Per queste giornate si sono mosse decine e decine di associazioni e gruppi più o meno organizzati. Partiti, sindacati, movimenti politici. Centinaia di migliaia di persone in lotta, in azione.

Stanno arrivando mail, post, messaggi e, naturalmente, l’immancabile florilegio di volantini o lettere personali in questi giorni. Stanno chiedendo il mio (nostro) voto per le prossime elezioni europee. Per fortuna! – verrebbe da dire. Restringere, distorcere, mettere in crisi i sistemi democratici nati nel dopoguerra, frutto della resistenza al nazifascismo, della lotta e del prezzo pagato da milioni di uomini e donne, è il principale obbiettivo dei partiti le cui guide hanno i nomi di Orban, Di Maio, Le Pen, Salvini, e le diverse formazioni che si ispirano a loro. Si stanno servendo da anni – seguendo molto da vicino le nefaste lezioni del fascismo e del nazismo – dei pretesti più svariati: i poteri forti (all’epoca era la plutocrazia parassitaria e il complotto giudaico-massonico internazionale), le banche, l’invasione degli stranieri, l’identità della nazione, il sangue, la terra ed altri obbrobri e bugie di tal fatta. Gli strumenti usati dai nuovi imbonitori hanno radicalmente cambiato aspetto, la sostanza purtroppo è mutata di poco.

Sembra però che anche chi si oppone a queste scellerate proposte per i prossimi appuntamenti ed impegni politici – piccolo o meno piccolo, radicale o moderato che sia (o presuma di essere) – abbia deciso senza indugi di fare da sè. Saranno tutti convinti di potere raggiungere, da soli, il 50% + 1?

La gran parte dei partiti e delle liste che si presenteranno alle prossime europee – anche chi si oppone a rifascisti e demagoghi – è mossa ancora da un pervicace e arcaico istinto militare: la politica come guerra, proseguita e combattuta con altri mezzi. Mossi dal bisogno di occupare e conquistare ad ogni costo maggiori capisaldi possibili; solo successivamente valutare l’opportunità di stringere accordi, di dare luogo ad alleanze. È straordinario che chi pone come propri valori e obbiettivi la pace, la giustizia sociale ed economica, la lotta ai pregiudizi di genere e alla violenza, la fratellanza, la democrazia, la solidarietà, l’ambiente, i beni comuni, non si renda minimamente conto della voce con cui parla, della divaricazione insopportabile tra i fini che declama e i mezzi che usa. Dobbiamo dismettere completamente strumenti e linguaggi intrisi di tensione guerresca, di militarismo più o meno occulto, contro chiunque sia diretto. Farla finita con strategie di lotta i cui obbiettivi sono disegnati e designati da tattiche armate tese a mettere in difficoltà, primariamente, chi potrebbe condividere pezzi più o meno importanti di strada con te. Una modalità pensata per esercitare successivamente, dai più grossi, il peso del potere, del contenimento, della messa in soggezione; accettati in molte circostanze, per altro verso, dai più piccoli, laddove essi intravvedano rendite di posizione, possibilità di contrattazione. Tutto in un gioco irresponsabile che ha portato quasi sempre, pressoché sistematicamente, al massacro, all’harakiri, alla sconfitta. Dobbiamo inoltre chiudere definitivamente con l’idea di considerare l’avversario politico – anche il più pericoloso, come quelli che abbiamo davanti oggi – come un soggetto da colpire nella propria persona, usando ogni mezzo, anche i più indegni. Hannah Arendt da un lato ed Etty Hillesum dall’altro o sono state lette male o nient’affatto!

Brescia, Piazza Paolo VI, Friday for future

Eppure in quelle piazze di marzo, dagli obbiettivi chiarissimi e palesemente condivisi, piene di fiducia e di determinazione – per non dire delle migliaia di iniziative e di luoghi che in tutto il paese, da lungo tempo, stanno avviando modi di relazioni nello spazio pubblico nei quali viene rinsecchita ogni pulsione alla sopraffazione ed emerge il rispetto per gli uomini e le donne, per la dignità di ognuna e di ognuno, che stanno sperimentando iniziative produttive, economiche ed ecologiche da cui sono escluse rapacità ed aggressività in luogo della condivisione e della cooperazione – quelle persone e quelle parti politiche c’erano tutte, hanno marciato insieme, hanno preso una concreta e simbolica parola pubblica. Cosa impedisce, e ha impedito, di trovare strategie e proposte politiche comuni e condivise da sottoscrivere prima degli appuntamenti elettorali, se non quell’atteggiamento retrivo, fondamentalmente violento e militarista di cui sopra? E’ piuttosto logico supporre che ogni persona che ha manifestato in quelle piazze sia considerata terreno di conquista, futuri soldati di una parte il cui primo avversario è quello che ha sfilato a fianco a te. Non certo, come una politica seria e responsabile dovrebbe, fonte di ascolto, di forza, di proposta; soggetto di relazione, di legame, di convivialità.

Demagoghi e rifascisti non li sconfiggeremo se non abbandoneremo quanto prima questo modo di pensare e di relazionarci, se non torneremo seriamente a parlarci e a trovare pezzi di strada condivisi e mattoni da mettere insieme per edificare quei ponti che tanto affermiamo di volere. Lo slogan “ponti non muri” deve valere – e vivere – in primo luogo per e tra le parti che si oppongono alla barbarie. Che credibilità avremmo, rispetto a chi vogliamo convincere a non dare consenso agli intolleranti e antidemocratici che ci stanno governando, se non fosse così? La domanda è retorica.

Chiusi nella più improbabile e sperduta Fortezza Bastiani non ci accorgiamo che potremo al massimo conquistare l’ultima desolata Kamchatka, su una plancia di cartone ammuffita, sulla pelle e sul futuro delle giovani generazioni.

Le parole che mancano

The Future

Sta arrivando dal dolore nelle strade,
i sacri luoghi dove le razze s’incontrano;
dalle baruffe omicide
che hanno luogo in ogni cucina
per determinare chi serve e chi mangia.
Dai pozzi della delusione
dove le donne s’inginocchiano a pregare
per la Grazia del Signore in questo deserto
e nel deserto lontano:
La democrazia sta arrivando…
Leonard Cohen

AMBIENTE
ANTIFASCISMO
BENI COMUNI
CONDIVISIONE
COOPERAZIONE
DIRITTI UMANI
DISCRIMINAZIONI
FASCISMO
FRATELLANZA
GUERRA
INCLUSIONE
NATURA
NONVIOLENZA
PACE
PARTECIPAZIONE
POVERTÀ
RAZZISMO
REDISTRIBUZIONE RICCHEZZA
SOLIDARIETÀ
TERRITORIO
VIOLENZA

Le parole dell’elenco, tutte in ordine alfabetico, nel manifesto promosso da Carlo Calenda per una lista unica alle elezioni europee “Siamo Europei”, non ci sono. O sono, in pochi casi, appena accennate. Senza valore di sostantivo attorno cui creare una posizione, una scelta, un indirizzo preciso.

Per la verità non ce ne sono alcune addirittura prioritarie e fondamentali – come donna, pregiudizi di genere, femminismo – per dare il segno di un cambiamento autentico, significativo e profondo. C’è solo un passaggio, dove si lamenta la “scarsa considerazione per il ruolo delle donne nella società“. Una formuletta così generica, impalpabile e disimpegnata da non richiedere ulteriori commenti.

Le coppie principali che ho indicato nell’elenco, fascismo-antifascismo,  violenza-nonviolenza, pace-guerra, non sono mai prese in considerazione. Le guerre sono citate in un paio di passaggi come cose accadute, o cose che accadono. Punto. Nessuna argomentazione, nessuna strategia, nessun orizzonte.

Le altre parole non esistono, eccezion fatta per un paio di fugaci riferimenti sui diritti civili che, in ogni caso, non sono un sinonimo di diritti umani, dei quali non v’è traccia nel manifesto.

Calenda è un sincero democratico, credo altresì – per quanto si possa essere furiosamente critici con alcune sue scelte –  che nessuno possa mettere in dubbio il suo autentico impegno per contrastare e battere i nuovi demagoghi e i rifascisti che stanno mietendo consensi in Italia e in Europa.

È assolutamente impossibile però avviare questa lotta, sperando di avere successo, senza affrontare quei temi e quei nodi cruciali, o peggio, facendo finta che non esistano.

Alla luce di tutto ciò si potrebbe chiosare: affari loro. Credo invece che sarebbe sbagliato, un atteggiamento semplicistico ed ottuso.

Così come il livello di civiltà di un paese appare in controluce dalla condizione delle sue carceri, o il grado di libertà di una società dall’effettiva e concreta possibilità del diritto di sciopero e dall’autonomia dell’informazione, lo stato autentico di una democrazia non può non misurarsi dall’effettiva capacità dei soggetti pubblici e degli aggregati politici di dialogare e confrontarsi, conseguentemente di dare forza e peso al compromesso e alle mediazioni, tenere in gran conto l’importanza di costruire accordi, di ricercare di alleanze.

La forte propensione antidemocratica dei demagoghi e degli imbonitori fa leva da lungo tempo proprio su queste direttrici e su queste pulsioni autoritarie per conquistare consenso: compromessi e accordi visti come un male, un vulnus all’efficienza decisionale, chiacchiericcio inutile, oppure inciucio, trama, intrigo.

I governanti di oggi lo hanno insistentemente sottolineato: loro non hanno messo in opera né mediazioni né compromessi ma hanno sottoscritto un “contratto” – parola usata infatti nella sua accezione notarile – una trascrizione di fatti, di atti e di impegni dei contraenti – ad ognuno il suo! – dove scompare non solo la passione politica e la tensione verso obbiettivi alti e proiettati nel futuro ma si eclissa anche ogni traccia di afflato e autentica propensione democratica, nell’illusione di cancellare il corpo a corpo con le contraddizioni presenti pressoché in ogni ambito pubblico; parola scelta non casualmente, in contrapposizione a termini come accordo o compromesso, proprio per rimarcare il valore negativo assegnato simbolicamente a questi lemmi.

Una visione, quest’ultima, purtroppo accolta in certa misura, da lungo tempo, anche da una sostanziosa fetta di chi oggi sta lottando contro demagoghi e rifascisti. Una parte dell’opposizione è effettivamente convinta che la rapidità decisionale, nella società odierna, debba prevalere sull’esercizio pieno della democrazia e molto spesso questa parte, laddove ha pensato di stipulare accordi e compromessi, non lo ha fatto nella discussione e nel coinvolgimento ampio di sostenitori e cittadini ma con operazioni di vertice, molte volte dai contorni opachi, se non proprio, in diverse misure, occultati, proprio nell’intento di arrivare celermente, senza fastidi e intoppi verso gli obbiettivi individuati.

Questa modalità è stata una delle grandi cause che hanno dato avvio alla sfiducia, prima verso la politica in generale, poi verso la democrazia in particolare. Molti cittadini hanno percepito che il loro contributo iniziava a non essere più richiesto dalla politica, oltre la giornata in cui recarsi alle urne naturalmente. Quando parti più o meno significative di questi uomini e queste donne, spesso in forma associata, si sono espresse e hanno manifestato orientamenti e richieste, moltissime volte non sono state prese in considerazione. Così è cresciuta prima la disillusione, poi il distacco, infine – soprattutto quando la situazione economica e sociale ha iniziato a sferrare colpi micidiali – la rabbia.

In questo contesto si sono anche spezzati e ammalorati molti di quei meccanismi e di quelle innervature, essenziali in una democrazia, che garantiscono e danno linfa etica e civile ad un paese, fornendo continuità all’ossigenazione dei suoi principi fondamentali e orientamento ai cittadini.

Ed è così che una fetta significativa di italiani e di europei, anche degli strati più deboli e impoveriti, ha iniziato ad orientare il suo sostegno verso soggetti che garantivano ricette definite e definitive, soluzioni compiute e indiscutibili, sedotte ed irretite da chi indicava il nemico nel “vecchio” (uomini, scelte, strumenti, metodi) e nell’ ”altro” (i migranti, i diversi, gli estranei e gli stranieri, persone o paesi che fossero). Soggetti fortemente autoritari e intolleranti, per non dire di veri e propri epigoni e adulatori del fascismo.

Alcuni di essi inizialmente, come i 5 stelle, hanno cercato di dissimulare e travestire questo tratto profondo della loro natura, lentamente però, soprattutto una volta al governo, essa si è manifestata e dispiegata pienamente. La sedicente democrazia diretta declamata da questo movimento ha il medesimo approccio alla politica, se non addirittura più grave, di molti di quei soggetti di cui sopra: non ci sono confronti, dibattiti, articolazioni di posizioni, impera invece la stessa intolleranza verso la costruzione paziente, l’ascolto, la fatica, talvolta le ferite sanguinanti, che sono il sale autentico della democrazia. Le consultazioni on/off sono una farsa mistificatoria della democrazia partecipata che se ne pone invece agli antipodi. Infine l’intolleranza giustiziera e senza appello messa in atto nei confronti dei propri associati, dei quali sono solo presunti degli illeciti, dice chiaramente di un movimento che ha pericolosamente in spregio diritto e democrazia.

Per questi motivi tra tutti coloro che si oppongono a questi inquietanti scenari è d’obbligo non fare fronte comune ma aprire un terreno di confronto, trovare linguaggi e tratti il più possibile trasparenti e condivisi, cercare, anche su temi parziali e limitati, compromessi, mediazioni, se possibile lavorare per costruire accordi, o in subordine definire alleanze. I punti di disaccordo vanno riconosciuti, ma lavorare sui punti condivisi, quelli sui quali le distanze sono vicine e colmabili, è prioritario e obbligatorio.

Ci sono questioni e obbiettivi a cui ogni soggetto non vorrà rinunciare. Ma da nessuna parte è scritto, in politica, che fare alleanze implichi rinunce alle proprie scelte, tutt’altro. Solo chi avesse a cuore esclusivamente il proprio particolare – circoscritto o meno che sia – e non le sorti generali di uomini e donne di un paese e di un continente, in un contesto come questo, potrebbe avere la supponenza e l’irresponsabilità di non tentare di trovare strade comuni.

Cito solo un piccolo esempio che riguarda la mia città. A Brescia, l’anno scorso, dopo la tempesta di marzo, i corifei del centrodestra pensavano di vincere facendo una passeggiata. La giunta di centrosinistra fu riconfermata invece al primo turno dando un distacco di oltre 15 punti percentuali agli avversari. Non si è trattato di un miracolo ma il risultato di molti elementi: la scelta di una larga alleanza, un lavoro di mediazione tra diverse istanze, costruito nel quinquennio precedente, nel dialogo e nel confronto spesso aspro e serrato ma sempre finalizzato a costruire e fare passi avanti in ambito civile e sociale, con l’intelligenza, soprattutto, di coinvolgere una parte amplissima dell’associazionismo cittadino, da quello sociale, a quello culturale, dagli ambiti economici a quelli ambientalisti, in un rapporto stretto nel rispetto di ruoli e obbiettivi.

Naturalmente Brescia non è diventata, nel frattempo, il giardino dell’eden, ha problemi gravi, a partire dall’inquinamento dell’aria e di una vasta area di territorio, la crisi economica l’ha investita come nel resto del paese, la povertà ha tirato fuori i suoi artigli anche qui, le contraddizioni sulla gestione amministrativa della città non sono affatto scomparse. Tuttavia, nella provincia con il maggior numero di migranti del paese, la barbarie riguarda casi isolati, il rapporto con i cittadini di tutti i continenti e le loro associazioni, civili o religiose che siano, è basato sul rispetto e sul dialogo, l’apertura e il confronto sono metodo e valore acquisito da una grande parte dei soggetti pubblici, lo spirito democratico e un’etica civile sono, fortunatamente, ancora riferimenti chiari e ampiamente condivisi.

Certo una città non è un paese, non è l’Europa, ma è il luogo dove più vicino è il contatto tra cittadini ed istituzioni, tra associazioni e soggetti politici organizzati, il luogo dove le pratiche, gli strumenti, le soluzioni possono avere il maggiore coinvolgimento di uomini e donne, le strade e i valori condivisi acquisire forza e consenso, tutti elementi decisivi per modificare lo stato delle cose.

Respingere l’aggressione identitaria e nazionalistica, la chiusura oscurantista e intollerante, l’attacco all’Europa di Spinelli e degli antifascisti, evitare il colpo – che potrebbe essere mortale – all’idea di un continente democratico darebbe sicuramente più forza a movimenti e soggetti associati che da molti lustri, e segnatamente da quel sommovimento che si manifestò a Seattle e dopo Genova, hanno costruito molto, sia pure spesso carsicamente o all’oscuro di riflettori e vetrine.

Oggi la consapevolezza e le esperienze con un approccio diverso alle scelte di genere, economiche, sociali e ambientali sono di gran lunga più avanzate e robuste; la politica dei beni comuni, rapporti imperniati sulla condivisione e la cooperazione, relazioni tra uomini e donne fondati sull’apertura, sul riconoscimento e sul rispetto reciproco hanno fatto, a dispetto delle pur drammatiche cronache, enormi passi avanti.

Non c’è molto tempo ma dobbiamo tentare di trovare un accordo il più ampio possibile per bloccare l’avanzata di un futuro fosco e inquietante e, nello stesso tempo, fare emergere quelle prospettive di una nuova democrazia che hanno già solide basi.

 

Sulla fotografia (ad un’amica)

Foto di Elliott Erwitt

Vedo le tue belle foto.

Continuo a farne anch’io, ogni tanto.

Per me – forse mi capirai – la fotografia ha una cosa che nessun’altra forma d’arte dà e possiede. L’interruzione, la sospensione, del tempo. E non tanto per il fatto, banale, che fissa il famoso istante. No! Quell’istante blocca il tempo di chi scatta. Il tempo, in quell’attimo, è letteralmente abolito. 

La foto è una sospensione per il fotografo innanzitutto, poi se davvero ci riesce, cattura – risucchia direi – anche chi la osserva, in una nuova dimensione. Senza tempo. Lì dove occhieggia, solo per un attimo – eccolo che ritorna, sotto tutt’altra veste – la bellezza o l’assoluto, una forra senza fondo o l’infinito.

E il senso di esistere, in quell’attimo, si manifesta.

È un vero peccato se non amate

Foto di Marco Caselli Nirmal dal sito del CTB.

Ancora sono in giro questi «intellettualisti» di sinistra?” Tra risate grasse e ben pasciute un gruppo di spettatori, da poco usciti da teatro, lanciava lazzi e strali verso lo spettacolo appena rappresentato: L’anima buona del Sezuan ¹ di Bertolt Brecht.

Erano divertiti, di quell’ilarità marcescente che si diletta del dileggio di qualcuno, di certi gruppi, di una classe, perlopiù di gente considerata di qualche gradino inferiore.

In fondo deve essere stata una serata diversa anche per loro, una “rottura” a suo modo intrigante, un diversivo dalla noia sempre incombente nel “che si fa stasera?”.

All’uscita dal teatro una signora gentile offriva al pubblico dei piccoli incarti argentati, delle dolcissime cialde arrotolate custodi di un minuscolo biglietto dattiloscritto. “E vi dico, è un vero peccato se non amate…” ²

Durante il primo atto ho fatto fatica a seguire il flusso di parole, pressoché ininterrotto, che i bravissimi attori, nella fatica dello sdoppiamento di tutti i personaggi, recitavano con maestria. La densità del testo – non una sola pausa o appena forse giusto il prender fiato – mi ha tenuto nella tensione costante dell’ascolto, come fossi in un’aula d’ateneo, davanti a quelle enormi lavagne riempite mano a mano, fin negli angoli, di citazioni, concetti, ragionamenti.

Ma a teatro, e non solo lì, i vuoti valgono quanto i pieni, i silenzi quanto l’animazione più ampia delle voci.

In un angolo semibuio del palcoscenico, dove s’intravvedeva appena, un musicista ³ eseguiva dal vivo le bellissime musiche dello spettacolo. Ad un certo momento, forse era il secondo atto, si è alzato e oltrepassando gli attori mascherati ha preso la scena tutta per sé, suonando una melodia meravigliosa da quello che mi sembrava un oboe.

Ho cercato una chiave e m’è parso di ritrovarla proprio nella musica. Non casualmente, credo, un grande gong si stagliava nel cielo nero della scena. Ora illuminato da una argentea luce lunare, ora dal bronzo e dall’arancio del sole. La luce proprio laddove può liberarsi un suono ampio e potente.

La musica, il luogo dove meglio di ogni altro gli opposti possono manifestare il conflitto nello scintillio terrificante delle spade, nel clangore sovrumano delle lance e delle lame; o tollerarsi, in una reciproca accettazione; o ancora fondersi tra laghi notturni e ghiacciai innevati.

Ho cercato una chiave.

Ho udito la chiave 

girare nella porta una volta e girare una volta soltanto

Noi pensiamo alla chiave, ognuno nella sua prigione

Pensando alla chiave, ognuno conferma una prigione.

Così Eliot ne “La terra desolata”.

Levando le braccia al cielo, Shen Te – la prostituta al centro del testo brechtiano – implora, nel finale della rappresentazione: “Aiutatemi!”.

Chissà quale suono avranno udito gli spettatori, anche quei signori sbeffeggianti, chissà se l’eco di quell’oboe assorto e salmodiante possa tornare a svelarsi un giorno, un tempo, o si sia spento anch’esso nel vuoto infinito di una insignificante vacuità.  

 
 
Note: 1. L’anima buona del Sezuan di Bertolt Brecht, nella traduzione di Roberto Menin, regia di Elena Bucci con la collaborazione di Marco Sgrosso. Produzione CTB Centro Teatrale Bresciano, 2018, http://www.centroteatralebresciano.it/spettacoli/2018/l-anima-buona-del-sezuan
2. Un passaggio del testo teatrale.
3. Le musiche originali sono state scritte ed eseguite dal vivo da Christian Ravaglioli. https://www.christianravaglioli.com/

Lento Goffi. Un grande poeta a Brescia.

Lento Goffi al Parco Castelli_giugno 1993

Quest’anno ricorre il decennale della morte di Lento Goffi, un grande poeta, saggista e scrittore, profondissimo uomo di cultura bresciano.

Ho avuto la fortuna di conoscere Goffi quand’ero ragazzo, fin dalla giornata indimenticabile con Vittorio Sereni, che egli portò a Brescia all’Istituto Tecnico “Castelli” nel 1978, un incontro inserito in una serie di appuntamenti con gli autori attraverso i quali cercava di fare entrare in contatto gli studenti bresciani con grandi poeti e letterati del nostro paese. All’epoca studiavo a Napoli ma rientrai a casa proprio per non perdermi quell’attesissima giornata.

Un poeta che ha scritto versi di grande intensità e raccoglimento come in Or not to be (Tutto è immobile, eppure / Avverti come un fremito lieve,/ una forza che lievita,/ un turgore della vita che cresce/ sulla morte. Ancora un attimo, lo senti,/ e poi, nella luce impietosa del mattino,/ esploderà questa vita che cresce/ sulla morte e si nutre/ d’implacabili passioni.), oppure forte d’uno slancio civile come nei versi di Non basta più un grido (Ma a queste alte stanze/ non giungono i lamenti degli offesi./ Sfoglia pure i tuoi libri/ ov’é racchiusa la sapienza dell’uomo,/ rispolvera i folli miti/ – le magnifiche sorti e progressive – / ma non uscire nella luce del sole.) inserito proprio per queste caratteristiche in quella “Linea Lombarda“, avviata da Luciano Anceschi negli anni ’50 – i cui tratti il grande critico individuò come filone specifico e ricchissimo della letteratura e della poesia italiana – assieme a figure come Sereni, Rebora, Orelli, Erba.

Goffi ha pubblicato anche delle memorabili pagine dal suo diario ne L’amata Phegea: una finestra sul mondo quotidiano di chi scrive poesia, nella sua più raccolta intimità, un itinerario che mette a fuoco, ingrandisce, la connessione tra questi momenti e la nascita dell’ episodio poetico, che ci informa sul travaglio di questo passaggio e sulle fonti a cui attinge – anche se spesso Goffi, quasi come a schermirsi, ridimensiona questo frangente – l’ispirazione stessa del poeta. Un diario la cui importanza risiede, a mio parere, anche dal punto di osservazione nel quale si formano le narrazioni, dall’intreccio di luoghi nel quale nasce: Brescia, la sua terra, da via Lipella a Chiari passando per Gargnano e il paesaggio lacustre.

La vicenda di Goffi si inserisce bene, per certi aspetti né è paradigma, in una delle caratteristiche di Brescia, città dalle forti, anche se talvolta sotterranee ambivalenze, che produce cultura – ricca, solida, lungimirante, talvolta visionaria – ma ancora stenta, fatica, ad essere considerata – anche per lo scetticismo, se non proprio per l’ostilità, di una parte dei bresciani – un luogo che “fa cultura”. Condizione che, in maniera singolare, ha un suo corrispettivo, forse non casualmente, anche sul piano della vita politica della città.

Lento Goffi è sempre stato poeta senza mai rinunciare ad essere maestro, è sempre intervenuto nella vita culturale della città senza mai sottrarsi da momenti di diretto confronto con ciò che accadeva nel nostro territorio. Soprattutto con la sua poesia e col suo racconto si è esposto a noi senza infingimenti. Ha mostrato passioni, dubbi, travagli, paure ma anche la sua arte, la raffinata intelligenza, la cultura vastissima – ricordo bene gli studi di via Lipella e di via Battaglie letteralmente tappezzati di libri, terracielo, su tutte e quattro le pareti – l’indispensabile ironia.

Lo ricordo ancora quando venne al Parco Castelli, in una sera d’estate fredda e ventosa, a parlare di poesia e di impegno politico. Solo tre anni prima, il 4 marzo 1990, assieme a un gruppo di amici ¹ e di cittadini, avevamo fatto saltare le catene di un cancello, armati solo di determinazione e buona volontà, e occupato un’area comunale che l’amministrazione di allora voleva trasformare in un parcheggio e che oggi tutti i bresciani conoscono come uno dei più bei parchi cittadini.

Quella sera ci disse, profetico, rispondendo a una domanda sul futuro: “si vede buio: vedo risorgere nazionalismi esasperati, i valori della libertà e della giustizia sono violentati ogni giorno“. Aggiungendo tuttavia che il cambiamento era possibile, dipendeva solo da noi. Stando attenti però ad una circostanza, ad una certa disposizione: “per ricevere occorre dare“.

Pochi anni prima, in un’intervista del 1983 aveva affermato che a “Brescia si può ancora vivere umanamente coltivando preziose amicizie o vivendo in totale solitudine“.

Oggi i suoi libri sono introvabili, anche la ricerca tra vecchi scaffali di magazzino non darebbe esito alcuno. Situazione triste ed avvilente.

Tra poche settimane il Centro Studi sorto a suo nome ne ricorderà la figura in una giornata di approfondimento sulla sua opera. Mi auguro solo che l’universo accademico e scolastico bresciano possa cogliere l’occasione per celebrarlo, per dare il giusto rilevo alla sua importante produzione letteraria. Che il mondo dell’arte, della cultura e della letteratura possa muoversi per ritrovare la sua figura, riprenderla a sé. Che la politica sappia approfittare di questa ricorrenza come una preziosa occasione di arricchimento e di riflessione. Di continuo ripensamento sul proprio compito, sulla responsabilità del proprio agire.

Note:

  1. http://gnarimompia.it/fondazione-bobo-archetti/